La piazza (un sogno).

La piazza (un sogno).

Di: Folco Orselli


Arrivai alla Piazza per vie esterne, gonfie di pioggia e di rumore di passi. Galleggiavo sui talloni. La mia nevrosi si manifestava in immagini assurde e scomposte. La totale estraneità alla via recludeva il pensiero in una dimensione allucinante. La passione inespressa finalmente diede segno di sé mandando emissari ad addentare, straziare, mordere, strappare, rivoltare la mia apatia.
In preda ad un delirio nervoso procedevo lungo il perimetro della Piazza ovale, simbolo femminile della mia vita creativa.

La visione, il sogno, l’incubo sbocciatomi finalmente in testa trascinava il mio corpo senza meta, tanto che presi a percorrere la Piazza in modo longitudinale, latitudinale, avanti e indietro muovendo braccia e gambe senza senso, salutando la porta di un palazzo, roteando i piedi, strisciando i gomiti sul busto in un convulsivo accesso epilettico. Visualizzai le nubi, il portale della chiesa, la fontana centrale, il portico del sagrato, l’acciottolato bagnato in unica forma assoluta: la forma dell’anima, della piramide azteca, della trascendenza. Presi a correre e a fermarmi improvvisamente, la gola fischiava una gracchiante sinfonia di rantoli corveschi fino quasi a soffocarmi e caddi.

Caddi a terra in uno stato confuso, sospeso tra la vita e la morte in una condizione altra, in una sorta di coma vigile e vidi: Marte e Giove, ufficianti pagani alla mia bestemmia rigeneratrice, rovesciavano fiori e qualcosa di simile a braccialetti di zucchero nel mio cappello abbandonato sul sagrato: la metamorfosi ebbe inizio. Il mio sangue si fece lentamente grumoso, tanto che scorgevo delle sfere coagulate scorrermi all’interno delle vene. I miei capelli si fecero rami, le gambe tronco, la pelle corteccia, gli occhi bulbi e dalla bocca foglie che cadendo andavano a formare pozze di fango. La mia genesi era esplosa con una grossa risata che tutto cancellava. Presi a contorcere i rami, a spingere come una donna gravida ogni mia fibra dall’interno e, con uno sforzo animale, partorii.
Una biglia.
Una palla.
Una testa.
La mia prima testa. La creatura rotolò unta e insanguinata e bloccò il viso su un’espressione del mio vecchio volto. La genesi continuava e il mio utero, situato all’interno del busto ormai diventato tronco, espulse, con un altro sforzo bestiale, la seconda testa che, con rumore di boccia, cadde e rotolò tra schizzi di sangue-sperma-placenta nei pressi della prima. Anche questa testa era paralizzata in un ghigno a me familiare: sempre un’espressione del mio vecchio volto nell’atto di ridere. Via via sparavo teste in ogni direzione; teste tristi, teste gioiose, eccitate, attente, teste che dormono, tutte espressioni avute nella mia vita precedente erano dipinte su quelle teste che il mio tronco-utero continuava ad espellere.

Nel giro di qualche ora le teste avevano invaso tutta la Piazza e cominciavano ad accavallarsi una sull’altra. La fontana ospitava una serie di facce risalenti all’infanzia: nell’atto di poppare, di correre sul triciclo, di essere imboccato, di vomitare cibo indigesto. Il portone della chiesa era ostruito da mie teste adolescenziali e, cosa sconvolgente, teste dal mio futuro! Teste vecchie con capelli grigi e baffi, teste mature, l’espressione della mia faccia al funerale di mio padre ancora vivo e vegeto; l’espressione di un’altra documentava la gioia alla nascita di mio figlio che ancora non avevo.
La creazione è distruzione, la morte viva, l’espressione è provvisoria. Continuai a partorire teste per giorni, vidi imbrunire il cielo e albeggiare varie volte prima che la genesi terminasse poi, dopo che la piazza fu coperta da uno strato di teste alto circa un metro, improvvisamente si arrestò.
Piantato in mezzo ai miei figli, eretto come una sequoia in mezzo ad un prato, rimirai la mia creazione. Passato, presente e futuro erano un rivelato segreto. La mia storia esorcizzata da un esercito di teste palla, immobili allucinazioni della mia esistenza: Zeus, Dio, Odino, Rha, Buddha, Allah in una desolata foto ricordo sbiadita e superata. Io, unico e vero custode della mia vita, ho decretato la mia morte espellendo come escremento la mia esistenza e sono resuscitato!
Il tronco finalmente spento. I rami calmi… riposo. Meritato riposo. Godo della brezza che mi solletica le foglie. Niente più spasmi. Niente più rumori. La Piazza, come in una domenica d’estate, ferma. Immobile. Silenzio.
Ma, ecco, dalle vie intorno arrivano schiamazzi, risate come in falsetto, sbotti di piccola gioia, sempre più vicini a me e alle mie creature. Bambini, mocciosi, bambocci che correndo entrano in Piazza nuotando tra la mia vita. Disposti in ordine sparso cominciano a giocare con le mie teste come fossero palle di neve. Organizzati in squadre si rincorrono, si barricano, si colpiscono con lanci della mia passata esistenza ma, il rumore sordo delle teste che si schiantano, si spappolano, non fa paura o terrore, nemmeno impressione. E’ un gioco. Assolutamente innocuo. Dopo qualche minuto sono fradici della mia vecchia vita.
Le mie foglie si piegarono tutte verso l’alto, come in una specie di sorriso. Una si staccò e prese a galleggiare nell’aria seguita quasi istantaneamente da una seconda, una terza poi subito una quarta e cosi via per tutte. Rumore di vento fra i rami, come una fuga di uccelli spaventati, le mie foglie in volo come uno stormo in formazione sparsa. Sopra di me. Sopra i bambini a faccia in su affascinati dallo spettacolo, sopra la Piazza, sopra la città, sopra il mondo intero. Volarono via. In cerca di nuova terra da concimare, da cui partire. Per ricominciare a scrivere o, semplicemente, a vivere.


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