E’ un paese per vecchi

E’ un paese per vecchi

Di: Davide Arneodo

Siamo un paese vecchio. Siamo un paese che sta morendo. Questo già lo sappiamo.

Ma forse non a tutti è noto che per una rinascita, per una “primavera dell’anima”, come ci insegnano il sufismo e la mistica ortodossa, bisogna prima passare attraverso la “morte iniziatica”, bisogna prima terminare il vecchio cammino per poterne intraprendere uno nuovo.

Da musicista ho una grande fortuna, oltre al fatto per nulla scontato di poterla fare la musica (attività ormai quasi utopica in questo Paese) e cioè quella di conoscere e quindi confrontarmi con una moltitudine di giovani che abitano questo bizzarro stivale.

Ed è proprio da questo scambio che vedo, sotto questa soffocante nube di depressione collettiva, idee, voglia di nuovo, capacità di attuare cambiamenti, che necessiterebbero unicamente di essere ascoltati e di un aiuto concreto per essere realizzati.

Bisogna poi tenere conto che la fuga di cervelli in Italia ha una percentuale tra le più elevate in Europa. Secondo una ricerca dell’Icom di qualche anno fa (e purtroppo la situazione oggi non è affatto migliorata), abbiamo una perdita annua di circa 3.000 nuovi laureati e addirittura, tra i primi 100, uno su due abbandona il paese.

Ma tutto questo non crea interesse.

Il nuovo provoca paura, tutto deve risultare omologato, codificato, perché va bene alla massa e rassicura le menti.

Il mondo sta affrontando una crisi globale e sta per essere scardinato da forze nuove e se l’Italia continuerà con questa politica del non investimento ne pagheremo sempre maggiormente le conseguenze. Tutto quello che è ancorato al vecchio sistema deve aprirsi ai cambiamenti, e purtroppo la musica non è esente da tutto questo, anzi, probabilmente è uno dei settori maggiormente in crisi.

Non si vende più, il sistema di mercato si è ribaltato: un tempo gli artisti facevano concerti per promuovere l’album ora si deve produrre musica per avere (forse) la possibilità di suonare.

Ma l’industria musicale non sta contrastando questo sistema e invece di investire sulla qualità, su idee che possano davvero rivoluzionare un sistema in crisi, concentra investimenti colossali sulla produzione del nulla.

Talent Show. Artisti che vengono portati alla fama e schiacciati dal sistema stesso in una sola stagione. Produzioni artistiche che di artistico non hanno più niente. “Artisti” o presunti tali che, come animali da allevamento intensivo, vengono artificialmente gonfiati a tempi record e la loro musica non ha più alcun sapore. Abbiamo bisogno di musica vera, viva. Questa è la soluzione.

In quest’ottica del consumismo selvaggio oggi un album ha vita breve, manca la ricerca del particolare, la passione della scoperta, la comprensione e l’ascolto di un mondo che per essere creato costa ingenti sforzi artistici ed economici. Questa mancanza di attenzione ci fa accumulare una quantità di materiale che troppo spesso non siamo in grado, non dico di assimilare, ma nemmeno di ascoltare.

E’ il troppo che ci porta al rifiuto, siamo tutti in preda a questa follia collettiva dell’avere, bulimia mediatica che ci porta alla fine a dirigerci sempre nelle solite due direzioni: la musica “carta da parati” che ci propinano i media oppure i “grandi classici”, che si sa, quelli non muoiono mai.

Il mondo necessita di qualcosa di nuovo.

D’altronde pensiamo a come viene gestita l’informazione: ci è appena passata in questi giorni una nuvola radioattiva sulla testa e nessuno ha avuto l’idea o la possibilità di dare la notizia seriamente, quando meno di un anno fa ci hanno martellato con l’influenza A spaventando a morte tutti quelli che come me solo all’idea di un ago rischiano lo svenimento.

Questione di interessi.


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