Nessuno è famoso.

Nessuno è famoso.

Di: Flavio Pirini

Eccoci lì, musicisti o attori o cantanti o clown o ballerini insomma tutti, in preda a una specie di smania, di ansia, di ossessione: il successo.
Che poi cosa sia non si sa. Popolarità? Soldi? Televisione? Sesso? Forse si tratta solo di uscire dal precariato. E allora giù a inventarle tutte per diffondere il proprio verbo. Un esercito di artisti che combatte contro i mulini a vento della disattenzione nazionale.
Qualcuno urla: Ci vogliono i fondi per lo spettacolo! Un altro: E’ colpa delle major! Ancora: E’ colpa della TV!… E della SIAE ne vogliamo parlare?… E poi i circuiti sono chiusi… Non c’è apertura verso il nuovo… In Francia o in Germania i musicisti sono aiutati dallo stato… Mancano gli spazi. Sono 25 anni che suono e ancora non ho una sala prove… I dischi non si vendono… La musica in giro fa schifo. Fa schifo l’hip hop. Fa schifo il rock. Sì, ma quello italiano… No! E’ Sanremo che fa schifo… Bisogna autoorganizzarsi, autofinanziarsi, autoprodursi, autocomprarsi, autoascoltarsi…  e così via.
Altri si aggrappano alla rete: Con la rete sei in contatto con il mondo. Tutti ti possono ascoltare. Già, ma se sanno che esisti. Ma guarda quella band. È nata in rete e ora è conosciutissima. Certo, solo che qualcuno ha investito parecchio perché ciò accadesse. Noi abbiamo 5000 amici su facebook. Ottimo, salvo che poi, nel momento in cui c’è una serata, nessuno viene a vederti.
Alcuni perorano la causa dell’alternativo, dell’indipendente: Uscendo dagli schemi del mercato commerciale è possibile conquistare spazi differenti e liberi. Così si è creato un mondo alternativo che alla fine rischia di essere, o è, solo un’altra faccia del mercato, con le stesse regole, gli stessi problemi, le stesse logiche. Solo che le band invece di cantare come è bello ballare in discoteca, cantano come è bello essere alternativi.
E il pubblico? Si comporta esattamente da pubblico. Va a vedere e ascolta solo quegli artisti che il mercato gli propone, commerciali o alternativi, intellettuali o demenziali, ma, sia ben chiaro, “famosi”.
Una rosa di nomi ristretta, che esclude dal mercato gli altri. Del resto, come dare torto agli organizzatori? Certo mancano di coraggio, di fantasia, ma perché un professionista dovrebbe ingaggiare un perfetto sconosciuto sapendo che, se è fortunato, farà 200 persone, quando con un personaggio noto si assicura un’affluenza consistente di paganti?
Evidentemente non è solo un problema di mercato chiuso. Manca la curiosità della gente. Tutti vogliono qualcosa di nuovo, ma pochissimi hanno voglia di vedere qualcosa di sconosciuto.
Intanto gli artisti restano lì, in attesa. Che capiti il colpaccio, la conoscenza giusta, l’occasione, la svolta o almeno la serata pagata bene.
Tutto questo, pensandoci bene, non ha niente a che vedere con la musica. Niente con quella magia inspiegabile che si crea sui palchi dei forum e dei teatri. Niente con il sentimento, l’intimo coinvolgimento, il profondo rimescolamento, la passione o l’eccitazione che la musica è in grado di suscitare.
In questo senso rimpiango la libertà che avevo da ragazzo, quando stavo in un prato o in uno scantinato, a suonare per ore solo per la gioia, o disperazione, di farlo.


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