PICCOLA DIMOSTRAZIONE POCO SCIENTIFICA SULL’ORIGINE ARTISTICA DEL TUTTO

PICCOLA DIMOSTRAZIONE POCO SCIENTIFICA SULL’ORIGINE ARTISTICA DEL TUTTO

Di: Gianluca De Rubertis

Eccomi dissertare. Siate buoni, mi ci provo. Ma vale molto, e non solo per certi miei capricci di musicista. Dalla qualità del discorso cui sto per accostarmi dipendono i molti capricci della popolazione artistica planetaria. Ma, insomma, argomentiamo.
Pulire è sporcare un fatto d’una azione; lo sporco è un dato fatto senza che si faccia nulla, pulire, cosa sia questa arroganza? Sarebbe come voler tergere il cielo, snuvolare i nembi, spogliare le creste d’un ulivo, non si dà gesto che non sia mortifero, pulire significa ammazzare; la morte, infatti, è pulizia del cosmo.
La terra emersa dalle acque del mare è simile al pane tutto crosta e raffermo, tutto un rilievo, come se la vita protuberasse in pance e ventri e grotte e gole, come se il mondo fosse epidermide.
Ma ho visto, ho visto infatti coi miei occhi dal cielo apparire un polpastrello, la punta di un dito cosmico direi, come della mano di cento ciclopi in una, ho visto veloce quel dito dirigersi dritto al suolo, come sapesse già dove puntare, veloce di lampo precipitare dritto verso l’altura d’una collina mista d’erba ed erosione, un’altura che termina in un casolare di pietra ormai sfatta, ho visto il polpastrello giganteggiare e piovere addosso al casolare, poi, scuotendosi un poco sul territorio riarso di quell’altura, l’ho visto scrostarsi di dosso la cascina come fosse il fastidio d’un foruncolo qualsiasi, e il dito stesso, la pelle di che era ricoperto, era tutta buttero di terre e campi di grano, casupole e mille cascine vermiglie e paesaggistica.
Ora poniamo ch’io senta d’improvviso il tanfo dell’alcool, il cotone idrofilo premere sulla pelle nel punto in cui un brutto sfogo mi stia martoriando. Eccovi resa la matrioska, e tale è il potere d’una semplice grattata. Pulire.
Il decadere di tutto in tutto, il precipitare d’ogni cosa in un’altra, deriva in buona misura dall’energia che la nostra specie, sin dalle sue origini dimenticate, si preoccupa di elargire alle estensioni di sé, agli utensili, alle macchine. Un martello, una raspa, come pure una penna o la tastiera di un calcolatore, conservano in essi lo sforzo compiuto d’un qualsiasi uomo che li abbia utilizzati, fino a divenire, giorno dopo giorno, le silenti centrali elettriche dell’umana energia, insolenti pozzi, pozzi da riempire delle nostre vite; l’entropia è legge infatti solo all’uomo, essendo l’uomo a pensarla e a farsi di essa legiferatore. Ecco perché il mondo intero delle macchine oggi vive, ma invero vive da sempre, e vive del potere che era dell’uomo; l’autonomia verso cui si dirige spedito è proprio il frutto di tanti secoli di accumulazione. Noi, per contro, fatti in pelle come le giubbe, siamo fiacchi e sentiamo il corpo farsi vuoto a perdere, l’anima versiamo ai bicchieri della materia e decadiamo nell’abisso del futuro come otri che si vanno rinsecchendo, tale è il destino di ogni nostro gesto, mentre infinita è l’energia cui rinunciamo dacché siamo fatti vivi.
Bene, che il movimento conduca alla consunzione, bene, sia pure, ma cos’è allora la stasi, l’attesa, quel continuo nulla che pare non essere e che, pure, si insinua invisibile tra attimo e attimo, tra gesto e azione?
Appunto questo: poniamo che al pilota d’un veicolo qualsiasi che debba percorrere un certo tratto si impartisca l’ordine di tragittare da un punto all’altro del percorso rallentando progressivamente, diminuendo continuativamente la sua velocità. Come si vede bene, quest’ordine equivale a dire al pilota che egli resti fermo senza che mai parta, infatti per poter rallentare egli deve prima necessariamente accelerare (e ciò, nel comando impartito, era stato omesso) ossia raggiungere una certa velocità per poi diminuirla gradatamente fino all’arrivo. Tale è l’attesa, rallentare senza che si parta.
E non equivarrebbe ciò a regredire?
Sicuro, come nascere canuti, avvizziti e avviarsi a liquidi amniotici, rallentare senza che si parta, acquisire cioè una velocità che si muova in direzione opposta al tempo, andar di spalle, infine, insomma, vivere né più né meno, ma partire dal telefono per inventare il linguaggio, dalla ruota per fabbricare i piedi, da un romanzo per vivere la vita.


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