Live report: The Answer al Tunnel, Milano – 20 gennaio 2012

Live report: The Answer al Tunnel, Milano – 20 gennaio 2012

Finalmente è arrivata anche in Italia la band irlandese guidata dalla voce di Cormac Neeson. Ci siamo fiondati e non potevamo fare diversamente; noi quasi quarantenni orfani sia degli Zeppelin (anagraficamente soltanto respirati, succhiati però attraverso i dischi dei nostri padri), orfani anche dell’hard rock di matrice blues che ha monopolizzato i nostri stereo per tutti i ’90. Band come Aerosmith, Whitesnake, Motley Crue, Tesla, Cinderella, Extreme. Roba da antiquariato. Sul perchè siano rimasti pochissimi gruppi dediti a quel bel hard rock chitarristico, pulito ed intrigante ci siamo interrogati spesso, senza mai riuscire a darci una risposta precisa. Fatto sta che, mentre un qualsiasi coglione mascherato capace di infilare un mp3 dietro l’altro nascosto dietro una consolle riempie gli stadi, per band come i The Answer, in Italia soprattutto, gli spazi sono minimi. Eppure il loro esordio “Rise” ha venduto più di 30.000 copie nel Regno Unito e in Europa, addirittura 10.000 in un solo giorno in Giappone e complessivamente circa 100.000 in tutto il mondo. Misteri italiani. Arriviamo al Tunnel di Milano alle 21.15, il concerto è già iniziato. Gia iniziato? Si, gia iniziato. La band deve fare veloce, perchè dopo c’è il dj set, c’è da vendere vodka lemon a raffica ai ragazzetti del venerdì sera. L’atmosfera è calda, ma solo nelle prime tre file che sbandano a mo di ola da stadio, le teste oscillano vecchia maniera, anche se di capelloni se ne scorgono al massimo una decina. Mi viene una malinconia e una tenerezza di tempi “tricologicamusicalemnte” migliori. Le file dietro sbattono bicchierozzi in plastica trasparente addobbati con cannucce arancioni. Se ne fottono, vogliono il dj set. La band è diligente, si sbatte e picchia duro. E’ la per presentare i brani contenuti nell’ultimo disco “Revival“, chissà mai che qualche ragazzetto dell’ultimo banco si faccia prendere dall’interesse. I riff sono precisi, l’acustica decente, il volume un po’ troppo basso. Ci avviciniamo, tanto non c’è folla. Le movenze del cantante ricordano molto il primo Plant, anche se la panzetta tradisce le origini irlandesi con conseguente attitudine alla birra del nostro. Nonostante il poco tempo a disposizione e il tepore del club i ragazzi portano avanti uno show vecchia maniera, badando al sodo, suonando con passione i loro pezzi. Su quelli più heavy qualche pischello accenna leggeri movimenti di culo. C’è ancora speranza, mi dico.
Nemmeno il tempo dell’ultima considerazione ed il live finisce. La strumentazione sparisce in un battibaleno. Il club si svuota. La fuori c’è già la fila, più sostanziosa e rumorosa di quella delle 21, in trepidazione per il clou della serata. Esco e nella testa affiora un po’ di nostalgia dei miei sedici anni, la tappo con una birra nel pub di fronte. Salgo sullo scooter e vado a casa, con nelle orecchie l’eco di buona musica fatta da giovanotti che con coraggio se ne sbattono delle mode del momento, ma anche con la sensazione di aver assistito per l’ennesima volta alla decadenza (tutta italiana) di un genere che tanto ho amato.
Aldo Pacciolla
SCALETTA
New Day Rising
Come Follow Me
Under The Sky
Vida (I Want You)
Nowhere Freeway
Rock ‘N Roll Outlaw
(Rose Tattoo cover)
Trouble
Tonight
Tornado
Too Far Gone
One More Revival
Evil Man
Waste Your Tears


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