LA BELLEZZA DEVE ESSERE CERTIFICATA

LA BELLEZZA DEVE ESSERE CERTIFICATA

di Alessandro Grazian

Il 21/2/12 era un giorno palindromo e parto da un fatto di cronaca: su facebook, negli ultimi giorni, mi è capitato spesso di incappare in un post condiviso da molti. Si parla di un musicista noto e virtuoso che munito di uno Stradivari del 1700 suona in una metro americana senza che nessuno lo degni di attenzione e ammirazione. Il violinista, decontestualizzato dalla cornice brillante del teatro di Boston (dove due giorni prima ha fatto il tutto esaurito) viene perfettamente ignorato e misconosciuto dai passanti.
Ma come? Un musicista che viene incensato per la sua bravura in tutti i teatri del mondo -“Le persone nei posti economici possono applaudire, gli altri possono agitare i loro gioielli”, direbbe John Lennon- viene ignorato come l’ultimo dei mendicanti se suona lo stesso repertorio tra centinaia di passanti? Ma come siamo messi?
Il fatto in realtà non è così di cronaca perché è avvenuto nel 2007, ma a parte questo, mi colpisce scoprire quanto le persone facciano a gara per pubblicare questo post e mettere in discussione la “sensibilità” umana e la capacità di cogliere la bellezza che in ogni angolo il mondo sa offrirci’.
Bellissimo che accada, ma sono convinto che la sensibilizzazione scatenata da questo pseudo-test di sociologia  non sposti di una virgola la volontà di cogliere la ‘bellezza nascosta’ perché il problema è alla fonte.
Sia beninteso: non è che non ci sia nessuna bellezza nascosta delle cose da scoprire ma la verità è che la qualità senza una ‘certificazione’ è poco più un rumore di fondo. Siamo sicuri che le persone siano disposte a riconoscere il bello?
Qualcuno dirà: certificare la bellezza di qualcosa è orientare il gusto verso la qualità. Non c’è dubbio. La qualità è anche quella del portafoglio di chi l’orienta, a volte.
La “bravura” di per sé non è nulla se non è affiancata ad un occhio di bue che dall’alto la isola dal buio e la bravura obiettiva non riconosciuta ha tutt’al più un retrogusto malinconico, somiglia a certi tramonti che ci fanno sentire migliori.
La certificazione più o meno sta nel nome-feticcio, nell’approvazione dai piani alti, nel sigillo nazionalpopolare che funge da attestato di qualità/quantità, nella targhetta e nel vetro blindato del busto di Nefertiti a Berlino (guarda un po’, è il centenario della sua “scoperta”?!)
La certificazione non sempre ha a che fare con il talento, con la meritocrazia. E viceversa.
Nulla di nuovo.
Però non è poi così difficile prestare il fianco ad un indignazione tascabile, certamente è meno difficile di essere intransigente e spalancare le braccia al piccolo fiammiferaio virtuoso di turno.
Del resto, come dimenticare che i Generali hanno le mostrine per dimostrare quanto valgono? Virtù militari, dirà qualcuno, ma ci sono territori da conquistare anche nel campo dell’arte e non sempre vince il migliore.
Da qualche parte ne L’Idiota di Dostoevskij si legge la celeberrima frase “la bellezza salverà il mondo” che ormai è diventata il dito che tutti guardano mentre il saggio indica la luna.
Amo la bellezza, ma non credo che salverà un bel niente visto che non è in grado di salvare neppure chi la insegue.
C’è  un libro molto bello che spesso consiglio agli amici (a mia volta consigliato da un amico) che si intitola Le voci del mondo. L’autore è Robert Schneider.
E’ un libro prezioso che tocca proprio certi tasti, quelli del talento misconosciuto, della geografia come destino e mi è tornato in mente vedendo questo post su facebook. Se vi capita sottomano, fermatevi ad “ascoltarlo”.
C’era una volta un caro poeta-cantante che diceva che dai diamanti non nasce niente e che dal letame nascono i fior.
Ma le mani nella merda chi le mette?
I fiori dopo un po’ muiono.
Un diamante è per sempre.

 


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