Live report – Wilco, Milano, 8 Marzo 2012

Live report – Wilco, Milano, 8 Marzo 2012

Si possono accostare in un solo contesto le parole: rock, sperimentazione, emozione, bravura, noia? Nel caso del concerto dei Wilco -che si è svolto l’8 Marzo 2012 all’Alcatraz di Milano- sì. La band, proveniente da Chicago, si è esibita dal vivo in occasione dell’uscita del loro ottavo disco “The Whole Love”, un album introspettivo che abbiamo apprezzato molto e che ieri speravamo quasi di sentire per intero. Cosa che accade raramente ad un live, dove spesso ci si augura di riuscire ad ascoltare i vecchi successi di un gruppo. Questa volta no, perché crediamo che la loro ultima fatica sia davvero una chicca di cui fare tesoro. Quasi messe al bando le sperimentazioni. Il cantante Jeff Tweedy, in brani come “Black Moon” e “One sunday morning” è stato capace di regalarci momenti toccanti e rivelatori, soltanto con la sua chitarra e la sua voce (e qualche violino qua e là). Entrambe le canzoni però -solo al live di Milano, perché il secondo brano citato è stato eseguito per l’apertura di molti dei loro concerti- non sono stati suonati purtroppo. Prima delusione. L’esibizione è infatti iniziata con la canzone “Hell is chrome”, dove il bravissimo chitarrista Nels Cline ci ha fatto immediatamente capire di che pasta sono fatti i Wilco dal vivo. Assoli chilometrici come non se ne sentono più da tempo. Chitarre che si rispondono tra loro, che dialogano, come quelle dei grandissimi Crosby Stills Nash and Young di tanti anni fa, dai quali tutti hanno imparato e tratto molto. Uno stile, quello dei Wilco, che rimanda alla musica country-folk americana degli anni ’60-’70, intrisa però di nuove sperimentazioni che danno vita ad un sound innovativo tra tastiere e chitarre elettriche. Perché gente come loro non si ritroverà mai ad avere operai uccisi sotto immense strutture per i loro palchi. Loro, come tanti altri, non ne hanno bisogno, perché qui la musica, e soltanto essa, è tutto. Non servono immagini, LED, coriandoli, video ecc. Il palco era infatti spoglio. Dietro i sei soltanto un telo grigio-nero e sopra di essi dei copri lumi appesi all’incontrario che si illuminavano a tempo di musica. Una cosa minimale ma di grandissimo effetto. Toccante e fine allo stesso tempo. Abbiamo scoperto che facce avessero i Wilco da poco tempo, come ci accadde per i The National. Li abbiamo ascoltati per anni senza avere bisogno di sapere che avessero un naso, due occhi e una bocca. Ci bastava la loro musica, la voce di Tweedy. Chi se ne frega di andare su Google e sapere che  Jeff è un po’ tracagnotto e che  Cline assomiglia al cantante de “Il Teatro degli orrori”. In casi come questo contano solo le note, le parole, e il live di ieri sera ci è bastato per capire che i Wilco sono dei musicisti professionisti quasi impeccabili ma comunque in grado di emozionare. Il loro rock non è quello autodistruttivo che ti fa sentire rock se ti bevi dieci birre e se ti fumi ottanta sigarette (guarda caso -per la prima volta ad un live- ieri sera non abbiamo visto nessuno accendersi una sigaretta. Solo qualcuno beveva della birra). Il rock è anche altro. Il rock è classe, è dedizione e non soltanto delirio, pogo, sudore e stage diving. Il pubblico dei Wilco è un popolo corretto, educato, che faceva headbanging con classe, anche perché di capelloni ce ne erano davvero pochi. La band in questione ha fatto un concerto di due ore per un totale di quasi venti canzoni, tra cui “Impossible Germany”, “Spiders (kidsmoke)”, “Misunderstood”, “At least that what you said”, “Handshake drugs”, “Red eyed and blue” per il finale prima del bis, “I got you” e “Hoodoo voodoo” in chiusura. Una di fila all’altra. Poche parole. Solo musica. Una scaletta per alcuni un po’ deludente, che a tratti ha anche un po’ annoiato. Avremmo preferito sentire qualche brano lento in acustico in più, dove la band spesso dà il meglio di sé. Resta il fatto che vedere dal vivo i Wilco, almeno una volta nella vita, è d’obbligo.

Dejanira Bada


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