Intervista a Paolo Saporiti

Intervista a Paolo Saporiti

Jaymag ha incontrato per voi il cantautore Paolo Saporiti in occasione dell’uscita de “L’ultimo ricatto”..

Con gioia abbiamo accolto l’uscita del tuo nuovo album, dopo l’uscita di “Alone”, due anni fa, per l’Universal. Ci vuoi parlare di quello che è successo tra “Alone” e “L’ultimo ricatto”?

Tante cose, non tutte belle ma sono davvero felice di quanto scrivi, della gioia e dell’attesa che manifesti per l’uscita di questo mio ultimo disco. Mi fa davvero piacere, grazie. Mi sono sentito molto solo e felice allo stesso tempo. Ho preparato un lavoro che ritengo valido, molto coraggioso e mi hanno risposto che era troppo di nicchia, ribadito poi da altri che si trattava di un lavoro eclettico sì, più dell’altro, ma troppo scuro. Che tristezza. E mi hanno detto che “Alone” – il cui vero titolo, ci tengo a ribadirlo, era “I could die alone” – aveva venduto troppo poco e, insomma, ho dovuto fare quello che purtroppo in tanti si sono trovati costretti a fare ad un certo punto della propria esistenza musicale: ricercare e rincorrere una produzione quasi già ultimata, tra l’altro, nei dettagli. Fino ad allora quello che avevo fatto era stato soltanto restare alla finestra, essere me stesso e aspettare che qualcuno bussasse alla porta. A questo giro, col mio miglior lavoro per le mani, nel senso del più maturo e coerente per quello che ero al momento della sua nascita, mi sono trovato senza coperta, e ho conosciuto il mondo del mercanteggiare, delle lente e lunghe trattative e del rifiuto a trecentosessanta gradi, nonostante offrissi un pacchetto quasi completo, ripeto (ufficio stampa compreso). Tralasciamo tutte le figure di merda con chi aveva già preso accordi seri con me in termini di scadenze e posticipi. Imbarazzante. Mesi e mesi buttati nel cesso, fatti di promesse, ripensamenti, cambiamenti, richieste di adattamento (che ho sempre scansato) e altre piccole amenità che poi hanno sempre portato al nulla di fatto. Anche da parte di chi non c’entrava quasi nulla mi son sentito dire di provare a modificare la copertina, insomma, ridicolo. Questione di mancanza di rispetto, nella maggior parte dei casi, credo, per il resto, boh… In Italia forse vige la regola della non risposta a oltranza. Non si dice mai di no, per non dire che si è rifiutato qualcosa e non farsi nemici in giro e non si dice mai di sì, se non è qualcosa di più che sicuro, a fronte di un banale calcolo costi/benefici che alla fine dei conti però non è che ci illumini poi tanto in quanto a positività dei numeri portati a casa. Voglio dire, si adducono sempre ragioni di un mercato che fa pietà alla fine dei conti e allora? Di cosa si parla? Perché proseguire con le stesse modalità e sempre allo stesso modo di fronte alla sconfitta? Forse la sconfitta non è per tutti? Io non ho soluzioni ma… Rifiutare perché il prodotto non piace basterebbe, così uno si sente libero di poter scegliere altre vie velocemente e senza perdita di energie. Invii una mail all’estero per una data, tanto per dire, e ti rispondono la mattina successiva al più tardi. Qui, aspetti mesi e sei ancora tu che devi chiamare, interessarti e poi chiedere scusa perché ti sei posto da amico o da falso gentile o da persona corretta magari… Ma dai… Alla fine ho proseguito per la strada che avevo già intrapreso anni prima, in qualche modo, con l’amicizia, la serietà e la comunanza di intenti, di quel che si vuole dire e comunicare al mondo di sicuro, di certo e di comprovato da anni di duro lavoro e impegno in quella direzione. Non che il problema risieda in una richiesta di assolutismo nel rinunciare alla possibilità di accondiscendere a qualsivoglia compromesso per tutti e ognuno di noi ma l’amore e la passione possono avere tinte e direzioni tanto diverse, sempre di amore si tratta, se si vuole ma se vendo obbligazioni e azioni (escludendo a priori chi le vende farlocche) piuttosto che dischi e libri per me c’è differenza e anche grande. La soluzione presente, fin dall’inizio e confermata nel tempo, è stata Raffaele Abbate e il suo studio, Xabier Iriondo agli arrangiamenti, Zeno al violoncello, Nora e il suo ufficio e altri che si sono aggiunti strada facendo.

Inevitabile chiederlo…perché un titolo come questo, “L’ultimo ricatto”? Cosa nascondono quelle due parole ben nette e decise, “ultimo” e “ricatto”, e le sue 12 tracce contenute nell’album ora uscito per la OrangeHomeRecords?

Ultimo.
Forse l’ultimo atto di un certo tipo di modalità, legato a un’epoca, ormai finita, spero, anche per me stesso. Un auspicio, una scommessa, una speranza. Non ci sono soltanto risposte nell’arte ma soprattutto tante domande. Io ne faccio di domande, qualcuno dice anche troppe ma a me va bene così. Mi piace. Ricatto. Riscatto. Bistratto. Baratto. Contratto. Insomma la necessità di un cambiamento nel trasformare una situazione, una nascita costante e continua nel tempo. L’ultimo ricatto può essere riferito all’uso dell’italiano, alla sua scoperta, l’abbandono dell’inglese, magari si tratta della consapevolezza di non voler mai più giocare un certo tipo di partita o di gioco che mi sta stretto. Io voglio diventare un Uomo, questo mi interessa veramente e la musica è l’ambito che ho scelto o che mi ha scelto, come dicono i grandi, i fenomeni a volte, per ottenere e raggiungere uno degli scopi possibili nell’arco di una vita. Vorrei essere un buon padre, un buon marito, una brava persona e un buon cantautore. Spero d’essere stato anche un buon figlio e fratello o quantomeno di avere tempo per diventarlo in futuro.

Com’è passare dalla collaborazione con una major come l’Universal, e ritornare tra le braccia forse più libere e tue di una indipendente come la OrangeHomeRecords?

Bello e strano allo stesso tempo, entusiasmante e difficile. Ci sono vantaggi incontestabili e problematiche facilmente comprensibili, tipo la potenza della gittata di quanto si riesce a fare e dare ma non posso certo dire di aver conosciuto un grande sforzo per quanto attiene il rapporto e l’impegno che Universal ha proferito nei confronti miei e del disco con loro pubblicato. Qualcuno mi ha domandato poi, negli ultimi tempi, se ho reputato il loro lavoro insufficiente, già il fatto che me l’abbiano chiesto la dice un po’ tutta ma… Domanda un po’ viziata. Ci sono addetti ai lavori che a tutt’oggi mi dicono che manco sapevano della mia esistenza e questo mi sembra un poco paradossale, vista la loro “potenza”. Voglio dire, sono passato per le mani dei “migliori” e finché stavo con Canebagnato Rec. era tutto normale, tutto in salita e in crescita e potevo capire il relativo silenzio, i rifiuti ma poi? L’anonimato, la solitudine, il disinteresse totale e dal loro punto di vista è tutto dovuto alle tue di carenze, già, nonostante il culo che ti sei tirato magari portando in giro anche il loro di disco gratis… Questo, ci tengo a chiarirlo, non vuol dire che io abbia qualcosa da ridire su quanto fatto precedentemente con Canebagnato, con Nicola; anzi attenzione, a lui voglio troppo bene e gli sarò sempre riconoscente per l’amicizia e il lavoro fatto assieme. Spero risulti evidente quello che voglio dire. Questa, la piccola realtà, in Italia, è la gente che va premiata. Non quelli che son bravi a promuovere un disco, come quello di Sting, ad esempio, che anche soltanto lanciandolo fuori da una finestra a occhi chiusi si tira su qualcosa o si incontra qualcuno disposto a pigliarselo al volo e si riesce magari anche a vincere un premio o un riconoscimento per le copie vendute. Che divertimento c’è così? “Ti pace vincere facile?”. Quasi quasi si potrebbe riuscire a vendere Sting anche senza farlo passare da Fazio… Eppure, passa pure da lì… Mah e va beh… Tanto per cambiare, gli amici della cricca Ligabue, etc. Questa è gente su cui questo paese dovrebbe iniziare a scommettere, i piccoli, gli appassionati, mica i soliti noti, seduti sulle solite tre o quattro poltrone da trent’anni. Non parlo soltanto di vecchi all’anagrafe, ovviamente. Ci sono giovani che sanno già di muffa e che sono i primi a togliere da sotto i piedi agli altri i propri sogni, perfino adducendo patetiche giustificazioni ideologiche o ridicole questioni di mercato ( “So che se ti mandassi sui Fiordi tu mi scriveresti il capolavoro ma… non ci sono i soldi, sai…”) cose assurde che ti senti dire, quando tutto è finito ed è solo una mano di pittura che si vuole continuare a dare a un giocattolo vecchio e sgangherato, ridotto in macerie e che non produce abbastanza per tutti. Per loro, però, deve continuare, per pochi, deve e può ancora farlo, vendendo e propinando quella stessa merda che continua a vendere perché tutta uguale, riciclata e ripetitiva, senza peso e valore e che non muove il minimo pensiero o libero sentimento. Tutto qui. Alla qualità della nostra vita chi ci pensa? Noi singoli individui con le nostre scelte indipendenti.

Due collaborazioni per te, quella con Teho Teardo per “Alone”, e ora per “L’ultimo ricatto” con Xabier Iriondo, che tra l’altro è un ritorno, dato che già in “Just let in happen…” vi eravate incontrati. Due personalità ben diverse, due incontri di cui potresti parlarci, forse nati da esigenze e da momenti ben diversi della tua vita, e sappiamo bene quanto gli incontri siano importanti…

Esattamente, due persone molto diverse per due lavori che, in fin dei conti, messi uno dopo l’altro in ascolto, non mi sconvolgono neanche troppo per le differenze che avrebbero dovuto o potuto caratterizzarli e che, in realtà, appaiono al mio orecchio molto coerenti. Voglio dire, c’è un sottile filo rosso che li unisce che è la mia scrittura sghemba e claudicante, il mio chitarrismo da autodidatta e la voce, quella voce che finalmente inizia a rendere giustizia al lavoro emozionale che sento di avere fatto negli anni. Xabier mi ha aiutato a fare il disco che avevo in mente già dai tempi di “Alone”, pieno di interventi a gamba tesa, sperimentali, urticanti e complessi magari ma con una volontà. Ci siamo scoperti “fratelli”, spero non si offenda alcuno ora ma Universal aveva scelto Teho, non me ne voglia lui ma io neanche lo conoscevo all’epoca, il suo percorso. Purtroppo questo paese ci mette molto tempo a riconoscere il talento e spesso non lo fa proprio e lui ne è l’ennesimo caso dimostrativo. Per fortuna ora, a suon di legnate che ha mandato giù, si trova nella condizione di poter raccogliere qualcosa. Soltanto dopo aver sentito dire dai “capi” che si occupavano di me che i miei ritornelli eran “troppo chiusi” o inesistenti e che c’era bisogno di aprirli, ho conosciuto Teho e il suo lavoro e mi è piaciuto. Loro lo hanno contattato e gli hanno proposto la collaborazione, lui sapeva chi ero e cosa facevo fortunatamente e a quel punto è nato il progetto. Xabier sono andato a cercarmelo io, perché volevo un certo tipo di interventi, un certo tipo di violenza e aggressività sul mio tessuto sonoro e poetico. L’avevo chiesta anche a Teho ma non era nelle sue corde e sarebbe risultato sbagliato e fuori tempo probabilmente. Abbiamo fatto dei lavori di cui divento, ogni giorno che passa, sempre più orgoglioso.

Si mormora che sei una persona schiva e riservata…e l’intimità e profondità della tua musica lo confermerebbero…ma ci vuoi parlare un po’ di te, di com’è avvenuto questo incontro con la tua chitarra e la tua penna, da quali esigenze e forse caso della sorte è nato quel percorso che in ciò che si trova nel tuo sito sembra essere capitato nel 1989 quando hai portato una cassetta coi tuoi brani a un titolare di un negozio musicale…cosa c’è prima e cosa c’è stato dopo quella data?

La prima chitarra mi fu regalata da mio zio, una chitarra classica. L’ho toccata tre volte e poi l’ho rivenduta. Una Clarissa. Non suonava bene, almeno non suonava come volevo io. Avevo in mente un suono preciso. Il Natale successivo chiesi a mio padre una chitarra acustica, di quelle con le corde in acciaio, non in nylon, tanto per intendersi. Tutti quelli che amavo avevano quel suono, quegli sfrigolii tra le note. Mio padre mi regalò una Fender acustica, un cesso di chitarra ma fu amore a prima vista. Neil Young, Stephen Stills, David Crosby, piuttosto che Cockburn o il Tom Waits prima maniera, tutti avevano tra le corde quel suono che usciva da quello stesso tipo di chitarra. Joni Mitchell, Leo Kottke, John Martyn. Michael Hedges. Mentre gli altri, i coetanei, ascoltavano i Duran Duran e gli Spandau, io sognavo James Taylor, Jackson Browne, Nick Drake e le accordature aperte. Amavo quel tipo di musica che loro sapevano fare tanto bene e con quel tipo di strumento tra le mani e le braccia e rimanevo a casa ore a provare e riprovare e a tirare giù a orecchio quello che loro sapevano fare meglio di qualunque italiano sulla piazza. Pian piano capii che da quei legni potevano nascere anche le mie di note e la mia di voce e… A diciott’anni arrivò una vacanza in America che pensai e ipotizzai solo per questo, per comprare La Chitarra e dopo aver puntato una Martin tutta la vita, tra le foto in bianco e nero di Neil Young, partii alla ricerca del prezioso oggetto. New York per la prima volta. Ci tornai solo dopo la morte di mio padre, nel 2004, e feci mia una Martin D-41. Un affare totale. Il Dollaro era così basso e la chitarra mi venne rubata qualche anno dopo, quasi a risolvere il credito, mentre assistevo allo spettacolo di Beppe Grillo, prima che scendesse in politica, anche se ormai la strada era già tracciata. Scrissi una marea di materiale su quella chitarra. E’ stata dura poi, senza di lei, un manico e un suono stupendo, bella in tutto e per tutto, intarsi in madreperla, stellare. In realtà mi piaceva da matti anche una Gretsch, la White Falcon, sempre colta dalle mani di Neil Young ma l’elettrica mi ha sempre un poco spaventato e chissà, magari tra un po’ di tempo. La cassetta la portai a Paolo Carù, a Gallarate. Non ricordo l’anno ora, forse l’hai detto tu prima, 1989 ma… Provavo un timore reverenziale per quell’uomo che ora potrei quasi osare voler definire un amico o almeno mi piacerebbe che lui potesse condividere con e per me questo tipo di sentimento. E’ un coetaneo di mio padre o meglio sarebbe stato un coetaneo di mio padre oggi se lui fosse ancora vivo. Un orso, anche dolce a suo modo, quando ti apre e spalanca davanti il cassetto dei ricordi. Io ho visto mio padre felice lì dentro, nel suo negozio, come mai, come poche altre volte nella vita e in pochi altri posti, davanti ad una montagna, davanti a mia madre o a mio fratello. Canzoni in italiano, quelle che gli portai, alcuni amici di vecchia data le possono ancora ricordare. Fu la mia prima volta, la volta in cui scrissi per riconquistare una donna che mi aveva appena lasciato, a scopo utilitaristico quindi. Non funzionò con lei, come non funzionò con la musica e come è giusto che sia e che non funzioni con la musica o l’arte e le persone usate a mo’ di oggetti, per uno scopo personale o un fine bassamente utilitaristico. Roba patetica questa, più simile alla prostituzione che all’arte. Sarebbe stato l’inizio della fine e per fortuna l’ho capito subito ed evitato.

Quanto metti della tua esperienza teatrale che hai maturato nella Comuna Baires di Milano, e quanto essa ti ha aiutato nel tuo percorso di formazione artistico/musicale? Si legge anche nella tua biografia di una laurea in psicologia che era lì lì a due passi, ma mai conclusa…

La Comuna Baires, dopo la Montessori – parliamo delle scuole elementari – è stata la miglior scuola di vita della mia esistenza. Anni meravigliosi quelli, passati a contatto col teatro ma di una durezza spietata e di cui pago ancora e in qualche modo costi, fatiche e benefici. Ero senza pelle allora, ridotto alle ossa, per quanto riguarda le emozioni. La morte di mio padre, parliamo del 2003 e il lavoro su di sé, profondo. L’Università, prima, una merda, non ho alcun problema a dirlo. Una delusione totale, professori beceri, incapaci e svogliati. Senza stimoli loro e incapaci di trasferirne o crearne di nuovi in noi. Pochi da salvare, uno su tutti, il mio relatore “in potenza”, Franco Borgogno. Un grande psicoanalista. Alle sue lezioni mi emozionavo, diceva tutto quello che avrei voluto poter essere in grado di dire un domani io, una meraviglia. Agli altri pareva noioso, io godevo. Tramite lui incontrai tutta una serie di liberi pensatori che mi hanno aperto il mondo, la visuale. Stessa cosa è valsa per e con Renzo Casali poi, capo fondatore della C. Baires. Anni strepitosi. Provo parecchia stima per chi sa far andare il cervello collegato alla pancia e non nel senso del cibo, anche se per chi cucina bene provo grande stima come per tutti quelli che san fare bene e con passione quello che fanno. Ho avuto la fortuna di incontrare gente di tutto rispetto nella mia vita, alla fine dei conti ma son dovuto andare a cercarmela col mirino, lo scandaglio e il raggio laser.- Uno dei momenti più belli per un musicista, la tournée e i live, l’incontro a livello energetico, di transfert, col proprio pubblico, sia sul palco, che poi successivamente, quando si scende e ci siritrova in mezzo ad esso. Come avviene questo incontro per te? Cosa succede sia dentro che fuori di te?E’ la ragione di tutto. Registrare è difficile perché non ci sono le persone lì con te se non il fonico e da questo deriva anche l’enorme importanza del rapporto con una figura professionale e umana come questa. Provare è complicato perché non hai un pubblico, a parte quello interiore con quale devi imparare ad avere a che fare e confrontarti, se vuoi andare avanti. A me prende l’adrenalina una settimana prima di ogni performance e passo tutto il tempo col cervello e il corpo che mi vanno alla scena o sulla “scena del crimine”, sento e vedo tutto e poi lascio che tutto accada il giorno stesso, da solo, indipendentemente da me. Inizio la mattina presto, mi concentro e mi rilasso fino al check e poi diritto al concerto senza passare dal via. Mi preparo, studio, suono, compongo cose nuove in funzione di e poi magari neanche le suono ma il treno è partito e ci si va dentro diretti. Mi piace spesso iniziare con un brano nuovo, neonato, perché mi emoziona parecchio e mi mette in difficoltà, mi agita e mi tiene teso. Credo che si debba sempre affrontare un limite e questo mi aiuta ogni volta. Ho sempre sognato di essere in tour e comporre “on the road” e scrivere brani nuovi per le nuove città da conquistare a suon di emozioni e parole e note scritte, magari prima o poi succederà, me lo auguro.

Come vedi il momento che sta vivendo il panorama musicale italiano? E quello che succede sia a Milano che fuori il territorio meneghino?

La vedo male perché il paese è in difficoltà come tutto il mondo ma forse questa è l’unica condizione per tirarsene fuori e ricominciare tutto da capo. Non è facile ma è un’occasione che ci si presenta davanti, quindi...Si potrebbe quasi pensare di scendere in politica ma è cosa che lasciamo ad altri anche se ho capito che ognuno di noi ne fa in ogni sua azione o gesto o scelta quotidiana. Tutto è politica, tutto fa la differenza ed è la fotografia di chi e come la pensiamo.

Il tuo cantare in lingua inglese ti ha permesso e ti permette anche di rivolgerti oltre il confine nazionale, e quanto ti è mai capitato di pensare di andare via di qui?

Spesso ma non lo voglio fare, nel profondo. Credo che sia un sconfitta. Non posso dire di amare o di odiare univocamente questo paese, sento che la delusione è tanta in me ma è una delusione che riguarda le persone che lo abitano o lo hanno abitato fino a ora. Io ho creduto che lavorare sull’individuo potesse essere la soluzione, l’intuizione era buona ma di una cosa son sempre più certo ed è che se l’individuo non vuole cambiare, non c’è proprio niente da fare. Se la gente non vuole cambiare le cose per come sono e per come vanno, neanche la migliore musica o la più forte emozione, le migliori parole, possono essere in grado di aiutarla. Se la persona preferisce starsene nel proprio brodo e crogiolarsi nel suo stato, tutto risulta vano. Il disinteresse è la peggior malattia in questo momento.

Cosa ti aspetta per oggi, e quanto stai già pensando a domani, con qualche nuovo progetto, e brano già nel cassetto?

Sto scrivendo, come sempre. Brani nuovi, anche in italiano. Sto ascoltando, come sempre, e leggendo parecchio, continuando la mia auto-formazione. E’ una cosa che mi entusiasma e andrò avanti fino alla fine dei miei giorni in questo modo, magari cercando di passare sempre di più la mia esperienza a chi dovesse risultare interessato alla cosa. Inizio a incontrare mamme che mi propongono di passare del tempo coi loro figli, questa è una cosa che mi emoziona e che mi piacerebbe riuscire a fare nel futuro. Passare agli altri la mia esperienza, cosa che credo già di fare, nel mio piccolo, con le mie canzoni.

di Giacomo d’Alelio