Intervista ai Blastema

Intervista ai Blastema

Jaymag ha intervistato i Blastema per voi in occasione dell’uscita del loro album “Lo stato in cui sono stato” e dopo la loro partecipazione al Festival di Sanremo. Sentite cosa ci hanno raccontato…

Come è nato questo ultimo disco, “Lo stato in cui sono stato”?
Il disco è stato concepito nell’arco di tre mesi, nei quali, chiusi nel nostro “laboratorio sonoro” a Forlì, abbiamo imbastito i brani e abbiamo loro dato forma. Poi, una volta scelti i brani da inserire nell’album, ci siamo trasferiti a Reggio Emilia, al Buskers studio, dove sono state eseguiti le registrazioni e i missaggi. A quel punto, a cose fatte, ci siamo resi conto che la struttura dell’album aveva assunto una certa coerenza, che i temi affrontati, le scelte negli arrangiamenti e gli elementi ricorrenti avevano in comune l’avvento della presa di coscienza, come momento nel presente che cerca di definirsi in virtù di ciò che è stato, ma che non trova più elementi tangibili nel passato se non ciò che è possibile identificare mediante il filtro del ricordo e l’artificio del racconto.

Quel è il segreto del vostro successo? Dato che ci sono migliaia di band che cercano di sfondare.
Nessun segreto e nessun successo: solo il frutto del lavoro svolto in quasi quindici anni di attività.

Che consigli avete da dare alle band ancora emergenti?
Credete in ciò che fate, ma allo stesso tempo dubitate. La troppa sicurezza sterilizza, la titubanza eccessiva annichilisce.

Vi ha scoperto Luvi De André. Secondo voi cosa l’ha fatta innamorare di voi?
Crediamo la capacità di riuscire a creare momenti sonori in cui testo e musica si fondono e vivono l’uno nell’altro, l’uno per l’altro.

I Blastema secondo me sono degli ibridi. Passate con schizofrenia dal rock più duro a un pop quasi emozionale. Il vostro pubblico da che tipo di persone è composto?
La vita è un florilegio di emozioni e stati d’animo che repentini si susseguono più o meno bruscamente. In un certo senso, attraverso il nostro modo di comporre, null’altro facciamo che adagiarci sullo schema che l’esistenza ha tracciato. Anche il nostro pubblico, così come le nostre composizioni è assolutamente eterogeneo ed è incredibile e confortante realizzare come in esso convivano più generazioni di individui, che attraverso i Blastema trovano un punto di incontro.

In qualche commento ho letto che ricordate un po’ i Silverchair. Quali sono le band a cui vi ispirate?
Sicuramente i Silverchair sono un gruppo importante nella nostra formazione, perché hanno contribuito alla transizione che da un primo modo di intendere l’elemento musicale, come azione liberatoria e informale, approda a un secondo modo che definirei “armonico”.Col tempo, la maturità ha fatto in modo che ci staccassimo dai primi modelli di riferimento, per diventare noi stessi un prototipo in continua evoluzione, che potesse attingere da qualsiasi fonte riuscissimo a rendere referenziale a ciò che siamo, o quantomeno che ci sembra di essere.

Sul palco sembri come posseduto. Cosa vivi esattamente mentre ti esibisci?
“La meditazione è uno stato di non mente. La meditazione è uno stato di pura consapevolezza, priva di contenuti”. Credo che questa frase di Osho, si avvicini molto a quello che provo mentre canto.

Quando hai scoperto che la tua forma di espressione sarebbe stata la musica e come è nata questa passione?
Forse è più corretto dire che la mia forma espressiva è il canto e  una certa forma di scrittura; la musica, intesa come proprietà di creare attraverso il suono momenti articolati e armonici è soltanto il veicolo della mia forma espressiva.Comunque nel momento in cui ho iniziato a suonare la chitarra (avevo 15 anni), non mi sono mai domandato se quella fosse o meno la mia forma di espressione privilegiata; semplicemente iniziavo a suonare fino a che non mi accorgevo che oramai il giorno era finito e non avevo fatto nient’altro che suonare. E mi accade ancora.

Avete aperto il concerto Woodstock 5 stelle. Ma avete votato Grillo pure voi? Che ne pensate di questo movimento politico? Cambierà davvero qualcosa grazie a lui?

Essendo un gruppo non esiste l’unanimità di intenti in cabina elettorale, per cui non so cosa abbiano votato i miei compagni, né mi esprimerò sulla mia preferenza; Però non posso esimermi dal fare alcuni considerazioni di carattere generale, quanto meno per motivare il fatto di aver partecipato a quella straordinaria due giorni che fu Woodstock 5 stelle, partecipazione che ha contribuito ad associarci, agli occhi superficiali di qualcuno, al grillismo.La prima questione che mi sta a cuore può essere risolta con un sillogismo: se siamo grillini per il solo fatto di aver aderito alla manifestazione, allora tutti i gruppi che hanno suonato alla due giorni (marta sui tubi, linea 77, teatro degli orrori etc.) sono grillini?La risposta va da sé. Inoltre ai tempi del Woodstock, il movimento non era ancora partitico, ma era solamente un grande punto di riferimento sociale, dove confluivano le aspirazioni e i malumori della cosiddetta società civile, mal rappresentata, o addirittura senza rappresentanza in parlamento.Due anni dopo il movimento civile è diventato un partito, che dopo una campagna elettorale inusuale è andato ben oltre le aspettative di voto della vigilia e si è ritrovato primo partito d’Italia.É indubbio che il successo riscosso dal movimento abbia profondamente contribuito a sancire la fine della vecchia partitocrazia e a instaurare un nuovo modello politico in cui le tematiche del taglio ai costi della politica, del reddito di cittadinanza, del finanziamento alle imprese, della legge elettorale, del conflitto di interessi, dello sviluppo delle nuove tecnologie etc. sono divenute parte integrante dell’agenda di tutti i partiti, anche di quelli che hanno contribuito in modo nefasto, alla gestione pubblica degli ultimi vent’anni.Purtroppo, però, ho come l’impressione che questo nuovo organismo politico sia stato colto impreparato, che si aspettasse abbastanza voti per poter fare opposizione in modo costruttivo, ma che non sappia gestire la responsabilità che il consenso popolare gli ha assegnato e che questa cocciuta chiusura alla politica e al dialogo avrà inevitabili ripercussioni sulle prossime elezioni.Dispiace: in almeno un anno di governo, con il Movimento Cinquestelle a fare da ago della bilancia si poteva fare tanto e in fretta.

Che esperienza è stata quella si Sanremo? Molti gruppi rock lo snobbavano, poi dopo Afterhours e Marlene Kuntz è cambiato qualcosa. Se non ci fossero andati prima loro avreste partecipato lo stesso? E’ ancora un’ottima vetrina?
Sanremo è una esperienza molto interessante, formativa.Siamo stati catapultati su un pianeta  a sconosciuto, buttati e letteralmente frullati tra radio, tv, giornali, web channel e tutto l’indotto che il festival si porta appresso.In mezzo a questo uragano ogni tanto ci facevano anche suonare.Capirete quindi quanto all’interno della manifestazione sia marginale la musica rispetto alla comunicazione.Eppure quando i riflettori si spengono, solamente chi ha le spalle solide rimane, gli altri scompaiono, svaniscono con le note delle canzoni.
Non credo che i gruppi rock vadano a Sanremo perché ci sono stati gli After o i Marlene, credo ognuno abbia un motivo singolare per partecipare e che per tutti ci sia la grande occasione di potersi esibire di fronte a milioni di persone e ponderare quanto la propria musica riesca ad essere trasversale.

Dagli esordi a oggi come si è evoluta la vostra musica e cosa è cambiato all’interno del gruppo, oltre ai frequenti cambi di formazione?
Siamo partiti sull’onda del Grunge e piano piano ci siamo affinati attraverso tanti ascolti e mano a mano sviluppava e maturava anche la nostra coscienza di individui come parte di un collettivo, che acquisiscono doveri e obblighi in virtù di quanto il collettivo necessiti per continuare ad esistere.In un certo senso per noi il gruppo è anche un esperimento sociale, dove, a carattere elementare, si esercitano le stesse forze e vigono le stesse leggi, che regolano anche organismi più grandi e complessi.

Avete fatto una marea di concerti in giro per l’Italia, fin dai vostri esordi. Anche questo vi è stato d’aiuto? E’ più importante suonare live piuttosto che pubblicare dischi?
Sì, suonare è stato molto utile, perché ti insegna a cavartela in ogni situazione, anche la più surreale. In effetti credo sia più difficile suonare di fronte a cinque persone che a centomila.Suonare e fare i dischi sono due facce della stessa medaglia. La vita del musicista è scandita da questi due ritmi imprescindibili, che ne garantiscono la salute e la fecondità artistica. Ognuno, in merito, trova il suo equilibrio, ma se la ricetta è sbagliata la macchina si inceppa in fretta.

Progetti futuri?
Tanti, a cominciare dai live che ci terranno impegnati per tutta l’estate. E poi c’è la stesura del nuovo disco…

Un momento della vostra carriera, o un concerto, che ricordate in particolare?
Una festa a Città di castello organizzata dal nostro Fan club, una serata per noi indimenticabile.

 

Dejanira Bada


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