Inetrvista ai Blastema 2

Inetrvista ai Blastema 2

foto di Sergione Infuso

Abbiamo incontrato di nuovo i Blastema in occasione del concerto degli Skunk Anansie. Eh sì, perché i ragazzi saranno gruppo di supporto della band di Skin per tutto il tour italiano. Siamo andati a trovarli nel backstage dell’Ippodromo del Galoppo, in un container che era il loro camerino, il classico camerino da rock star. Ambientazione alla “Almost famous”. Matteo a petto nudo, scalzo, in un container caldissimo, con avanzi di cibo, vestiti da tutte le parti. Seduti su un comodo divano abbiamo fatto due chiacchiere con loro. Leggete cosa ci hanno raccontato.
Avevamo già fatto un’intervista poco tempo fa, ma appena ce l’hanno riproposto non abbiamo potuto rifiutare, è sempre un piacere incontrarvi. Avevamo parlato dell’uscita del vostro nuovo album e ora siete in giro con gli Skunk Anansie. Però avevate già fatto da gruppo di supporto a un’altra band in passato…
Matteo: Sì, i Beady Eye, un’unica data a Pistoia.

E ora con gli Skunk…Sì con loro facciamo sette date. Non mi chiedere quali. Luca, tu le sai?
Luca: Milano e Firenze. Poi il 21 Luglio a Udine, il 23 Conigliasco, il 24 Cattolica, il 12 Agosto Cassino e il 13 Pescara.

foto di Sergione Infuso

Sei preparatissimo! Però avete in ballo anche il vostro tour. Che riscontro avete trovato nel pubblico grazie anche al nuovo disco?
Matteo: Il tour ci ha sorpreso perché siamo partiti con l’onda trainante di Sanremo ma poi non sai mai cosa ti troverai di fronte veramente. Abbiamo suonato a Milano alla Salumeria della musica dove è andata molto bene e lo stesso a Roma al Circolo degli Artisti. Poi è partito il vero e proprio tour e la cosa straordinaria è che nelle ultime tre date ci siamo trovati ad avere una media di pubblico spaventosa, c’erano sempre 1000, 1500 persone.

Anche grazie a Sanremo quindi?
Matteo: Secondo me grazie anche agli ultimi festival che erano molto validi, grazie al suonare molto, con il passaparola, c’è una grossa percentuale di curiosi che viene a vedere chi sonno quelli che aprono agli Skunk Anansie. Ci stiamo trovando delle presenze ragguardevoli che non ci aspettavamo neanche noi.

Anni fa siete partiti con un piccolo ufficio stampa di nome 2Roads, ed eravate più o meno agli esordi. Mi ricordo perché per un po’ ho lavorato lì, e ricordo perfettamente quanto le persone già credessero in voi.
Matteo: Io ricordo ancora una telefonata con la Valentina Aponte, ed è lei che ci ha detto venite su a Milano. Ed è grazie alla 2Roads che siamo entrati in questo circuito dal quale quasi stavamo uscendo.

E dopo cosa è successo?
Matteo: Da lì siamo entrati a gravitare nella scena indipendente nel nord Italia e di Milano, perché suonavamo spesso alla casa 139, alle Scimmie e il nostro nome ha iniziato a girare e abbiamo iniziato a suonare sempre di più, trovando un po’ di contatti e abbiamo trovato le forze per far uscire il nostro primo disco e mentre stavamo lavorando al secondo ci è arrivata una telefonata e un messaggio su Facebook che ci diceva di aver sentito le nostre cose e che le trovava molto interessanti, firmato Luvi De André. E questo nome aveva un eco familiare… Noi molto cautamente abbiamo ringraziato  e in capo a due giorni ci ha contatto Luvi De André dicendo che aveva già parlato con produttori ecc. e che voleva farci firmare un contratto, di lasciar perdere le trattative che avevamo già in corso, di salire a Milano e dopo tre giorni avevamo già firmato.

E’ stato quindi importante venire via da Forlì? Come funziona da quelle parti? A Milano quindi è vero che ci sono più possibilità?
Alberto: Noi veniamo da una città davvero piccola e qualunque ambizione risultava stretta. E’ stato importante espanderci. Milano ci ha accolto e ora cerchiamo di guardare oltre. Quando siamo arrivati noi era anche un periodo importante, si parla di otto anni fa, era un ambiente fertile per l’indie e non solo. Era il massimo dello splendore. Milano riusciva a ospitare Deasonika, Afterhours ecc. Per noi quindi è stato un bell’obiettivo. Ora vogliamo portare in giro quello che facciamo oggi che è anche un po’ diverso rispetto a quello che facevamo in passato.

Esatto, parliamo del presente. Il vostro nuvo disco, “Lo stato in cui sono stato”, che è anche un bel gioco di parole. Come è nato questoa disco?
Matteo: Lo stato in cui sono stato, già nel titolo è insito nella forma verbale il passato, ora infatti stiamo già lavorando al nuovo disco che uscirà nei primi mesi del 2014, perché cerchiamo di affrancarci da quella zona lì, perché quello è stato un album di transizione. Siamo usciti dalla scena indipendente italiana e ci siamo affacciati in un mondo che era nuovo per noi, però arriva il momento in cui devi affermare il tuo tipo di scrittura, le sonorità, far capire qual è il tuo stile e il prossimo album sarà proprio questo. Ci sono già delle idee, dei pezzi, degli spunti, per il titolo stiamo tenendo presente qualcosa che ci accompagni dall’inizio alla fine del disco, ma senza legarci assolutamente all’idea di concept album, che è difficile e complicata. Però vogliamo avere ben chiaro cosa stiamo facendo.

Quindi nonostante il tour stai riuscendo anche a lavorare al nuovo disco e magari il tour ti sta dando nuove ispirazioni.
Matteo: Ci sono delle idee che stiamo prendendo e portando, poi ci sarà una fase in cui creeremo tutti insieme. Il disco vero deve ancora avvenire e nascerà quando ci chiuderemo in sala prove in quattro. Gli spunti si trovano ovunque, anche se vuoi scrivere, però se ti imponi qualcosa mentre in un’altra dimensione rischi d’impazzire.

E chi ti dà una mano sotto l’aspetto musicale, dei testi?
No, è molto diverso, sono io che do una mano a loro. Io porto il mio piccolo apporto con la voce e i testi e il resto o non mi compete o posso solo dare un giudizio di mio gusto.

E poi adatti la tua voce a quello che loro fanno?
A volte io adatto la mia voce e altre volte avviene il contrario, è sempre una lotta. E’ la tensione il segreto della creazione. Ognuno dà il proprio contributo. Questo è un gruppo vero.

L’altro giorno ho rivisto in tv in film Almost Famous e a stare qui con voi mi sembra di rivivere alcune scene del film. Alla fine il giornalista di Rolling Stones fa una domanda al chitarrista, molto difficile o anche banale se vogliamo e gli chiede: “Cosa ti piace della musica?” e lui risponde: “Tutto”. Voi cosa rispondereste’
Alberto: Io ti risponderei che è la prima cosa che faccio quando mi sveglio. Senza volerlo è la cosa che faccio nella vita. E non è certo per il guadagno, lo faccio da un sacco di tempo. Se mi guardo indietro ho fatto quello e se mi guardo avanti so che farò quello. Non so se sia un bene o un male ma così è. Spero sia un bene.

E da giovani, anche se siete ancora giovani, avevate già le idee chiare sul cosa da fare da grandi? Volevate fare i musicisti?
Alberto: Non ci siamo mai imposti nulla. E’ quello che ci andava di fare. Essendoci formati sui banchi di scuola uno ci mette l’entusiasmo da sedicenne e cerchi di fare le cose al meglio, ma tuttora non c’è la fissazione del dover fare questo mestiere nella vita.  Magari tra dieci anni Matteo farà lo scrittore, Luca il turnista, Jack apre un ristorante, chi lo sa, oppure andremo avanti a fare questo. Non vogliamo imporci nulla.

Quindi è un po’ un vivere alla giornata…
Alberto: Sì anche se progettiamo molto e con tanta volontà.

Matteo: Di certo se vuoi aprire un mutuo vai a lavorare in fabbrica, non fai certo il musicista…

Matteo, qualcosa che vorresti dirmi e che di solito non ti chiede mai nessuno e magari ci dai pure dei pirla a noi giornalisti perché non ci viene in mente di chiedertela?
Secondo me tutto quello che doveva dirci ce lo siamo detto. Vedi, l’intervista è già una formula che è morta prima di nascere. In questo momento tu stai vedendo uno spaccato su degli stimoli tuoi ma non sai chi siamo noi e cosa pensiamo davvero, già questo è un grande filtro. Voi siete obbligati a chiedere e noi a rispondere.

Hai ragione, per questo in Almost Famous il giornalista li seguiva in tour, stava con loro 24 ore su 24. Così bisognerebbe fare.

Noi abbiamo la fotografa che ci segue in tour, sempre.

Ah ecco, allora potrà fare lei, un giorno, un libro su di voi, e magari pure sputtanarvi!

Fotografa Eloise Nania: No impossibile. Loro sono come dei germogli…

Germogli?
Matteo: Perché siamo teneri, come quelli di soia…

Fotografa Eloise Nania: No, perché stanno crescendo, e insieme…

Ok, allora sui germogli dire di chiudere qui…
Matteo: Ma sì, è calata la tristezza…

Ma non è vero!! Grazie ragazzi, è stato un vero piacere!

 

 


Dejanira Bada