Questa notte ho fatto un brutto sogno…

Questa notte ho fatto un brutto sogno…

Di: Paolo Saporiti

Questa notte ho fatto un brutto sogno.

Di solito si inizia così quando si capisce più niente e la vista risulta un poco stropicciata. Così strizzo gli occhi e continuo a pensare di dovermi alzare ma non si tratta purtroppo dell’ennesimo brutto sogno.

“Questa è la vita, figlio mio…”.

Una premessa necessaria ora: non ho mai giocato né amato il gioco di “guardie e ladri”, quello che si usava fare quando ancora eravamo piccoli e spensierati; cosa valida soltanto per alcuni di noi, in fin dei conti. Non tutti hanno potuto, non tutti hanno voluto o avuto le nostre stesse possibilità e opportunità e non tutti hanno vissuto un’infanzia spensierata come me. Questo non è vero ma poco importa. Come conseguenza diretta però, quasi come in ogni questione di fede calcistica, ammetto di non aver mai stimato chi ha scelto di investire su determinati colori nella propria vita piuttosto che altri. Insomma per me è tutta e soltanto una questione di principio. Sapevamo inventarcene così tanti di unici e sempre nuovi di giochi, interessanti e belli, che motivo c’era di scegliere proprio quello? Dico io. A partire dalle nostre camerette private, riuscivamo comunque e sempre con un pizzico di fantasia a trovare un senso a quelle inutili seppur brevi ma comunque incredibilmente noiose e stanche mattinate di scuola. Con le ali della libertà. Perché allora in ricreazione votarsi a quella direzione? Perché? Che cosa porta alcuni di noi verso certi lidi e certe profezie? Il gusto dell’orrido? La fame? La paura della morte? La ricerca delle radici? Domande troppo complicate allora forse ma questo è uno degli errori più grandi che commettiamo noi uomini da adulti, sottovalutare le scelte fatte da bambini. Preferivo di gran lunga allora il nostro costante peregrinare e il ripetitivo ripiegare poi sempre su quella vecchia e sgangherata palla di carta, fatta di fogli di giornale, scocciati e tenuti insieme solo col nastro adesivo e tutte quelle successive e frenetiche ore di corse e rincorse e sani contatti fisici (non avevamo ancora il problema del gaypride noi) per riuscire a segnare meritatamente il goal della vittoria. Trovarsi, magari una volta superata tutta la squadra avversaria, un avversario dopo l’altro, davanti alla porta sguarnita, dopo una lunga e interminabile rete di passaggi perfetti, tessuta tra compagni di squadra o una fuga in solitaria cominciata col primo dribbling realizzato sulla propria linea dell’area di rigore e metterla dentro in tranquillità, magari di spalle.

No, questo mai, che sopravviva per sempre la sportività. Eroi vogliamo essere, non dei volgari esecutori. A quei tempi sognavo comunque, tra le altre cose, di realizzare la miglior rovesciata possibile come Pelé in “Fuga per la vittoria” o Shingo Tamai nei primi cartoni animati giapponesi importati che ci permettevano di vedere. Il più grande di tutti i tempi, si diceva di Pelé, ora neanche più si sa chi è. Il tempo passa per tutti questo si sa. Capiterà anche a Messi, a Ronaldo o Platini prima o poi ma non a Dante o a Michelangelo guarda caso. Sfoderare il miglior coup de theatre della tecnica calcistica dunque, la rovesciata, uno di quei gesti magici e da incorniciare e che, se tutto va bene, rimangono per anni impressi negli occhi di tutti, immortalati sulle figurine Panini. Rimanere nella memoria di tutti. Sogni d’immortalità.
Va bene raggiungerli ma come e perché e nel come di cosa? I graffi e le numerose ecchimosi sulla schiena erano il degno tributo pagato alla causa e, con essi, le relative strigliate ricevute delle nostre premurose e isteriche, giovani madri, che andavano a sommarsi ai morsi precedentemente ricevuti dai preti, ricavati giù nascosti nei cessi della scuola, per il sudore che le poverette dovevano andare a strizzare con le loro manine sacre e intonse, a lavare via da quelle madide e puzzolenti magliette o felpe che riconsegnavamo dopo ore così conciate e che ci avevano qualche attimo prima deciso di mettere indosso, tutte linde e ben profumate, stirate ma non da loro, in verità, dalla nuova donna di servizio di turno. La partita finiva soltanto quando, ormai esausti, la sfera riposava inerte tra i corpi stanchi, imbelle e lacerata, smembrata per terra, strappata nei confini in mille piccoli lembi bianchi, dai calci ricevuti da bambini in preda a un’apparentemente e mai doma furia esplosiva, più unica che rara negli anni a seguire. I sassi. I sassi, sì, perché sui sassi finivamo spesso col dover correre e rotolare e sbucciare le nostre di ginocchia nei giardini di una scuola di una Milano sempre attiva, progressista, “da bere” e “per bene” in cui sono cresciuto. Sarebbe valsa la ghiaia. Mangiare la ghiaia e la polvere con le nostre belle dentature e pettinature perfette e le scarpe da tennis, sempre pulite e nuove.

Quella stessa ghiaia a cui ci eravamo comunque e dovunque ormai dovuti abituare, in una buona parte delle spiagge liguri della nostra infanzia; ove fare castelli riusciva davvero improbabile, se non conservandoli in aria o tra le nuvole; e le piste delle biglie, fatte col culo degli amici o col nostro, lasciandoci o facendoci trascinare, restavano comunque e soltanto sogni quasi sempre irrealizzati o relegati alle piccole e poche spiagge private sabbiose rimaste e a quei pochi momenti in cui la marea si era abbastanza ritirata tanto da concedere ai piccoli Moser e Saronni del futuro, quei pochi centimetri di spiaggia libera necessari a realizzare una pista degna di tal nome, ricavata a stento tra gli intoccabili asciugamani schierati a tappeto dalle preziose e arricchite bagnanti color mogano, perennemente distese al sole. Nessuna ipotesi di un campo verde, nonostante i soldi ci fossero di sicuro per realizzarlo, per il calcio dei piccoli a scuola e nessun rispetto per i sogni dei bambini in generale in quegli ultimi anni. Il superfluo degli anni ’80 stava vincendo la sua partita con la profferta di un vero nuovo miraggio, il mondo dei video games, delle grandi firme e del mondo virtuale, maciullando tutto quello che del nostro mondo era rimasto in piedi, terminandolo. A stento riuscivo a capire davvero chi provava piacere nel vestire le maglie di uno dei due ruoli, guardie o ladri che fossero. Con chi stai, sei dell’Inter, del Milan o della Juve? Giocare a “Cowboy e indiani” risultava ormai anacronistico, demodé e anche in questo caso, a volerla dire tutta, si potevano già riscontrare quei primi sintomi inequivocabili di un abbassamento del livello generale verso sempre più banali schemi di mercato o questioni di soldi. Perché avere a che fare col mondo della delinquenza dunque, mi domandavo, perché non usare un’altra metafora per noi e i nostri giochi? Anche se sempre di gioco si trattava per me vi erano comunque delle differenze ed era giusto conservarle come tali. Mi pareva concettualmente sbagliato e inutile proseguire in quell’intento. Non mi importava in quel momento, sbagliando magari a guardarlo col senno di poi, il pensiero che per poter davvero riuscire a capire qualcosa o qualcuno nel dettaglio, c’era bisogno di più tempo, maggior attenzione e cura ma forse ero soltanto troppo piccolo.

Poco mi interessava ancora del fatto che potessero esistere in qualche modo anche delle ragioni serie e profonde per poter approcciare e differenziarsi anche nel frequentare la melma, confidando di riuscire a cambiarla dall’interno. Superficiali all’apparenza ma idealisti alla base, alla radice. Non riflettevo ancora su chi poteva sognare di “curare” o poter combattere le brutte malattie, estirpare le erbacce dall’interno, perché mi pareva troppo complicato e obiettivamente fuori dalle possibilità reali. Non conoscevo ancora Don Chisciotte, non l’avevo ancora letto. Trovavo tutto questo cinicamente imbarazzante.

Ora vedo e inquadro meglio il problema e che cosa esattamente poteva far risuonare in me quel campanello d’allarme. Ricollego solo oggi a quelle scelte iniziali infantili tutto quanto purtroppo posso vedere quotidianamente e constatare con i miei occhi e con le mie orecchie. Iniziavo in fondo soltanto a percepire forme e dimensioni di un problema che ora vivo come gigante ma che non potevo ancora riconoscere per il suo puzzo mortale, quello che oggi mi sveglia e costringe ancora e comunque a storcere o tappare il naso.

Oggi, una volta adulto e cresciuto in questo paese, che cosa posso pensare di nuovo? In realtà oggi odio chiunque censuri o ami chiudere un altro in gattabuia, per qualsivoglia ragione e a quel tipo di soluzione unilaterale, come la pena di morte, preferisco sempre il dialogo ma da qualche parte bisognerà pure cominciare, mi dicono. Proprio dalla pena di morte, dico io? Ho paura di chi vive per scoprire gli altri o coglierli in fallo per segregarli e punirli, in buona sostanza ma posso ancora capirne le ragioni di fondo: alla fine l’ordine pubblico è cosa dovuta e giusta per il bene comune e il mantenimento della società. Almeno così ci viene detto il più delle volte a giustificazione delle malefatte di qualcuno di importante. Perché allora non valutarne davvero e profondamente bene le motivazioni, le ragioni alla base delle singole scelte di campo, che risultano essere così determinanti e importanti per l’uomo e per la sua sopravvivenza comunitaria? Il rispetto innanzitutto, basterebbe questo. Il rispetto, il parametro da seguire.

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Abusare del potere e scaricare le proprie piccole frustrazioni su qualcun altro è e rimane cosa negativa, facile e da non promuovere. Purtroppo i confini oggigiorno risultano sempre più labili e scarsamente decifrabili per via dell’alta professionalità e specializzazione raggiunte nei vari campi, soprattutto nel delinquere. Purtroppo il divario delle “conoscenze” equivale e corrisponde al divario della divisione tra ricchi e poveri. Piove inevitabilmente sul bagnato, questo è vero. Non stimo allora e di norma chi arrivi a rubare per sopravvivere o commetta azioni che ledano la sensibilità o la vita altrui, anche se sono sempre o quasi sempre pronto a cercare di capire; anche nei casi peggiori cerco di darmene forza e ragione. Sarà stato per extrema ratio, penso e poi taccio. Mi sono dovuto allenare però per raggiungere questo; fosse anche per le gravi questioni economiche e di sopravvivenza sottostanti, non accetto di norma il discorso di chi dice “Beh, parli così perché tu te lo puoi permettere…” perché credo nell’assunzione delle proprie responsabilità e nella forza della proprie scelte e decisioni e sempre e comunque nel sostegno delle proprie idee e posizioni. Saper argomentare è un’arte che si impara col tempo e con grande impegno.

Buone o cattive che siano, le scelte, siamo costretti a farle tutti prima o poi e quelle che nello specifico si riferiscono ai soldi, vengono nella mia scala dei valori, sempre e soltanto dopo tante altre, in qualsiasi direzione si possa scegliere di guardare la realtà. Delinquere non è un’opzione dunque, men che meno approfittare degli altri. Non è necessario fare riferimento a Dio per pensarlo e realizzarlo, basta guardarsi allo specchio con attenzione e ascoltare il proprio respiro o il suono della propria voce e trarne le dovute conseguenze e poi aggiungere, nel caso, perfino il guardare gli altri negli occhi, non dovesse bastare tutto quanto già fatto per capire e prendere una posizione seria.

Eppure oggi mi sveglio e mi devo rendere di nuovo conto che quanto sognato non è un sogno. Ci sono persone che continuano a preferire il fare del male agli altri per raggiungere e conquistare il proprio bene, i propri vantaggi. Ci sono poi persone che valgono ancora meno di chi osa prendere parte a quel gioco di cui sopra e che magari lo hanno fatto spontaneamente, perché queste persone almeno si sono schierate da una qualche parte e hanno prima o poi pagato una qualche conseguenza per le proprie scelte e azioni, anche se idiote. Gli altri no, spesso la fanno franca.

Ci sono modelli, questi, che invece a “guardie e ladri” hanno giocato o giocano da una vita e che l’amano questo gioco, per definizione e che ci hanno costruito sopra intere carriere, importanti e di successo magari, e che oggi ci continuano a guadagnare sopra centinaia, migliaia, milioni di euro basandosi su alcune di quelle piccole regole che hanno captato e capito allora, da piccoli, adottandole come veri stili di vita. Questi rischiano di non venire mai scoperti perché giocano talmente in anticipo, giocano un’altra partita, non la nostra. Giocano su un altro campo.Conoscono le regole di questo non gioco, magari le hanno inventate loro o hanno avuto modo di contribuire alla loro riscrittura, grazie alle amicizie che si sono coltivati negli anni. Regole che regolavano e regolano tutt’ora quel tipo di mondo di bambini malati e che già ci differenziavano gli uni dagli altri, nelle scelte fatte. Il mondo dei furbi e degli scorretti inizia presto a differenziarsi. Quello di quelli che mentre “siamo sempre noi che guardiamo la vita dal lato sbagliato” e che sono sempre loro ad aver ragione o aver capito come va veramente il mondo, si separa radicalmente da quello di chi ama e cerca quotidianamente di sforzarsi di vivere questa vita nella sua autenticità e bellezza o purezza e trasparenza, nel rispetto delle regole di un vivere comune o nella spontaneità. Questi stavano già pianificando come e dove andare parare e a usare le proprie conoscenze fin da allora, fin dall’inizio, e avevano già a che fare con te o chiunque altro soltanto per tessere e sviluppare interessi personali e il proprio tornaconto.

Approfittare, questo è il problema di oggi ed esserne vittime la diretta conseguenza. Ebbene se fossi padre lavorerei soltanto per questo, mi prenderei questo come impegno personale. Tenere mio figlio il più lontano possibile da queste persone, come ho fatto per me stesso. I voltagabbana, i furbi, gli opportunisti. Oppure, se desiderassi un figlio veramente di successo, gli spiegherei tutto questo. Ora una serie di domande che mi sorge spontanea e che nasce dalle esperienze di questi ultimi anni e giorni e chiudo con qualche esempio che mi è venuto a cuore nelle ultime ore. Come possiamo difenderci da chi fa il carabiniere o il poliziotto o il soldato o l’avvocato, il notaio o il giudice, per praticare violenza sugli altri, ricattare consapevolmente, muovendosi tra le fila di leggi che conosce a mena dito, cosciente magari della difesa che riceverà comunque e sempre dalla caserma o dalla corporazione o dalla lobby di turno, piuttosto che dal terrore che suscitano direttamente possesso e abitudine nell’utilizzo delle armi, della propria prepotenza e violenza fisica o psicologica che sia? La mafia, gli psichiatri mal educati, i maniaci. Come difendersi da chi scende in politica per conservare e sviluppare soltanto i propri interessi, allargando e sfruttando sempre e soltanto le proprie reti e radici infettate? Come difendersi da chi prima ha passato anni a mettere in carcere ladri e malfattori e poi ha soltanto svestito e cambiato maglia, usando e sfruttando comunque tutte le conoscenze di prima, quegli stessi strumenti che si è fatto sul campo combattendo un avversario, grazie ad amicizie e ai numerosi anni di studio in materia magari ancora una volta, per meglio riuscire a frodare che so io, il Fisco, lo Stato o quello che ne rimane, quello stesso soggetto che magari prima aveva difeso nel nome di una morale o un’etica posticcia e che oggi invece gli permette di aiutare evasori e commercianti e filibustieri nel fottere in maniera sempre più perfetta e professionale il resto del mondo? In tutto questo riuscendo sempre a farla franca tutti, in qualche modo pagando tangenti o che so io, facendosi comunque ripagare con e da cifre inenarrabili da chi è disposto a tutto pur di riuscire a salvarsi e a essere salvato. Lo scambio clientelare è sempre alle porte oggi. Il servilismo, la compra-vendita striscia sotto ogni azione e pensiero di molte persone come soluzione ai problemi. La connivenza, il malaffare.

Queste persone spesso sono considerate dei salvatori, dei Santi, guardati con stima, apprezzati e protetti per strada perché il potere fa paura e il favore prima o poi serve a tutti, torna utile. E allora sorrisi e pacche sulle spalle per tutti. No, non a tutti. Dipende sempre da dove la si guardi la realtà e a che tipo di comunità si voglia fare riferimento. Io non sapevo o meglio dormivo. Dormivo sonni tranquilli da quando ho iniziato a giocare a calcio con quella palla di scotch per un senso estetico e dell’essere, non per un risultato concreto di oggi. Astrarre… e c’è una bella differenza! Una fetta di gente vive per la combine, per le scommesse, il gioco d’azzardo, lo spaccio e che prima o poi gioca a fare la guardia per controllare e imparare le regole del gioco per poi iniziare a fare il ladro ed essere anche pagato profumatamente per questo. Il tutto legalizzato perché condiviso da tanti purtroppo. Apprezzato e premiato da molti. L’occasione fa l’uomo ladro? Io non credo, almeno per me e i miei amici. Guarda caso gli amici di queste persone sono tutti inquisiti, incarcerati o almeno in attesa di giudizio, mafiosi e collusi nell’animo.

Ebbene io di queste persone ho paura, perché spesso non si fermano al ricatto e non si limitano al proprio mondo, imbrigliando e giudicando tutto e tutti dal proprio scranno e col proprio metro di giudizio canceroso e cancerogeno. Si permettono il lusso dell’uso della morale magari e dell’etica e a volte purtroppo entrano anche a far parte di un ambito allargato di insegnamento, perché sono persone di successo, perché valgono. A volte sermonano e professano da cattedre che chissà come si sono riusciti a conquistare. Se la vita ha i suoi tempi, e almeno in questo credo di non sbagliarmi, le scelte di queste persone risalgono e ricadono su decisioni prese nei primi anni di vita, quando noi giocavamo a pallone o a biglie e perdevamo tempo a sognare le rovesciate e i gesti poetici o le canzoni e le nuove avveniristiche operazioni al cuore. Osavamo aspettare nel dubbio e perderci nell’irrealtà, in un sogno che poi magari si è anche tradotto in qualcosa di concreto ma che comunque mai andrà o è andato a ledere o offendere il bene comune… Loro intanto studiavano, osservavano e scrutavano e sceglievano che partita e su che campo sarebbero andati a non giocare. Io pensavo, mi auguravo, che fosse soltanto tutto un brutto sogno ma in realtà è la vita di tutti i nostri giorni.

“Questa è la vita, figlio mio…”


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