Lana Del Rey – Ultraviolence

Lana Del Rey – Ultraviolence

Questo è un bel disco. Un gran bel disco. Eppure gli manca qualcosa… Abbiamo adorato e consumato il primo album di Lana “Born to Die”, ce n’eravamo innamorati subito, alla faccia di chi diceva che era finta, costruita a tavolino, un prodotto commerciale, una bambola gonfiabile, una che non sa cantare, una che deve ringraziare di aver fatto un disco solo perché figlia di un milionario. Eppure ce ne siamo sbattuti di tutte queste dicerie. A noi piaceva e piace a tutt’oggi. Ma questo disco ha qualcosa che non va, gli manca qualcosa…

La collaborazione di Dan Auerbach dei Black Keys ha permesso a Lana di fare un grande salto di qualità, di fare un disco rock, quel genere che la Del Rey ama e ascolta tanto, da sempre, cioè fin da quando era un’adolescente, cioè semplicemente da qualche anno fa. Eppure…

I testi non sono niente male, e se è vero che è lei a scriverli, non le si può dire proprio niente, anzi, è anche al passo con i tempi. Lana parla di amore, di tradimenti, di donne, di violenza sulle donne, e non solo. Il singolo West Coast è praticamente perfetto. Appena è uscito, lo avremo ascoltato in loop almeno dieci volte. Eppure…

Lana ha venduto sette milioni di copie del primo disco in tutto il mondo, alla faccia di chi diceva che sarebbe stata una meteora, che dopo “Born to Die” sarebbe scomparsa. E invece eccola qui. Ha smesso di fare i video alla Lady Gaga, ha smesso di badare solo all’estetica (anche se per il danno ai suo connotati ormai è troppo tardi) e ha cominciato a badare molto di più alla sostanza e alla qualità. Eppure…

Eppure c’è qualcosa che manca in questo disco, e quella cosa è la voce. Un disco così non è adatto alle sue corde vocali, è talmente bello che è un peccato sentire tutto quel riverbero, tutti quei sussurri, quei falsetti. È un disco talmente rock, talmente retrò, che lo avrebbero dovuto cantare davvero una Nina Simone (di cui Lana ha ricantato “The other woman”) o una Etta James, così, per dire. Ma piuttosto anche una Christina Aguilera, una Amy Lee, o una Crtistina Scabbia. E questi nomi non sono adatti al tipo di musica di questo Ultraviolence, lo sappiamo, ma abbiamo citato questi nomi perché sono donne che hanno la voce! Che cantano a pieni polmoni, che sanno cosa vuol dire usare il diaframma. In certi passaggi sarebbe stato bello sentire una voce piena, che arriva a tonalità altissime, nonostante non ci piacciano le urlatrici. Magari non in tutto il disco, certi brani sarebbero comunque dovuti rimanere sussurrati, ma non tutti! Per questo resta un disco cui manca qualcosa, che non ci ha soddisfatto ed esaltato appieno. Sarebbe bello immaginare di sentire ricantare Ultraviolence da un’altra cantante, una cantante vera, con un timbro adatto e interessante –perché scusate, ma Lana Del Rey sarà pur diventata un fenomeno mondiale, ma dal vivo l’abbiamo vista, e fa quasi pena. Insomma, il disco è talmente bello, gli arrangiamenti talmente fighi, che far cantare un disco così a Lana Del Rey (e ci spiace dirlo), è stato un vero spreco.


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