Alcune riflessioni sulla produzione live

Alcune riflessioni sulla produzione live

Di: Fabio Mittino

Dopo aver suonato in diversi tour, dai posti più orribili fino a festival importanti, e dopo più di dieci anni come responsabile artistico e di produzione al Blue Note, un locale che fa più o meno 250 concerti l’anno, posso dire di aver vissuto molte produzioni live.

E quello che ho visto finora è questo: alcune volte dove c’è un artista popolare (non parlo di super-star), la produzione è quasi sempre sovradimensionata, specialmente se è un artista italiano.

Uno spreco di denaro enorme, un sacco di gente, il tour manager, il manager, lo stage manager, il fonico, il fonico di palco, il backliner, il runner, lo schiavo, l’aiuto schiavo, l’ufficio stampa, i discografici, l’amico dell’amico e altra gente imprecisata dello staff, che non si sa bene cosa fanno, ma mangiano tutti e tutti sono indispensabili e tutti sono sempre nervosi e in sbattimento per qualcosa.

Poi ci sono le produzioni in cui l’artista non è così affermato e nonostante sia il primo a dirti che suona da quarant’anni non sa ancora cosa sia uno stage plot, un rider tecnico, né ha ancora imparato come ci si muove sul palco (non intendo dal punto di vista coreografico) ed è da quarant’anni che soffre degli stessi problemi… ma la colpa è degli altri.

Questo in generale: poi c’è da dire che tutte le caratteristiche elencate sono intercambiabili, per cui esiste una serie infinita di situazioni che hanno, seppur in maniera differente, i problemi della prima e della seconda categoria.

C’è poi chi è riuscito a onorare la necessità, eliminando tutto il superfluo, approccio di cui sono fermo sostenitore.

Con questo non voglio dire che si debba essere per forza da soli, o che il tour manager e lo staff di produzione non sia importante, anzi! Credo solo che la produzione, a mio parere, debba essere ottimizzata secondo un preciso piano d’azione, una sorta di business plan che tenga in considerazione tutti i fattori in gioco, il tipo di show, la dimensione dei locali, i costi fissi, quelli variabili e così via… altrimenti diventa un bagno di sangue per tutti, organizzatore e promoter.

Non scrivo nulla di nuovo, ma vi voglio raccontare cosa succede quando si fanno degli errori, e magari fornire così qualche spunto di riflessione.

Faccio un esempio un po’ estremo, ovviamente realmente accaduto: molto tempo fa un cantautore italiano propose un concerto chitarra e voce in un club di circa 300 posti, e saggiamente accettò il 50% dell’incasso di botteghino rispetto ad un cachet fisso, perché era sicuro di riempire.

Nulla di più semplice, quindi… ma lui rientrava nella prima categoria sopra descritta.

E allora il giorno prima fu mandato un tecnico per un sopralluogo del posto, chiesero un soundcheck anticipato alle 14.30 (per una chitarra e una voce 5 ore di prove tecniche?), arrivarono con un mixer di palco, luciaio, fonico, e la solita schiera di persone che in quel caso avrebbero potuto benissimo starsene a casa.

Il concerto fu un successo tale che il locale aggiunse il giorno una replica e si registrò così un secondo sold-out. Dato che era a percentuale sull’incasso, l’agenzia riscosse molti, molti più soldi di quanto lei stessa ne avrebbe chiesti con un cachet fisso.

Finalmente l’artista veniva pagato molto di più anche per il proprio impegno e per aver comunque accettato una componente di rischio (in fondo poteva anche andar male).

Quindi tutti felici? Certo che no.

L’agenzia pagò all’artista il compenso fisso di sempre e riuscì a perderci anche dei soldi, perché aveva troppe persone da pagare. Per questo motivo poi decise di organizzare meno date ma in posti più grandi, “più prestigiosi”. Che è un po’ come avere un’auto con lo sterzo rotto e cercare solo strade dritte, piuttosto che ripararla.

Giorni dopo una nota cantante americana arrivò nello stesso locale per un concerto voce, basso e chitarra. Si presentò alla porta chitarra alla mano, insieme al bassista, e impiegarono solo mezz’ora per fare il soundcheck. Il concerto fu un successo.

Lei prese un cachet fisso, molto più basso di quello dell’agenzia del giorno prima, ma di fatto guadagnò più lei dell’artista italiano, perché aveva meno intermediari, non aveva grosse spese, poteva scendere di prezzo e grazie a quel cachet abbordabile suonava tantissimo in giro per il mondo.

Suonando tanto, non importa quanto una persona sia già brava, ci si migliora sempre, si capisce come si può organizzare al meglio ogni tour, il proprio nome gira, si diventa una garanzia per i promoter, e alla fine è naturale che si guadagnagni di più.

Entrare in un circolo virtuoso come questo credo sia qualcosa di auspicabile.

Oggi abbiamo un potenziale enorme per slegarci completamente dal passato e adottare un approccio ancor più intelligente e produttivo, in linea con un pensiero di vera indipendenza. Se un tempo una produzione estremamente minimalista, di cui sono fan, poteva essere applicata solo in particolari situazioni (piccoli gruppi, chitarra e voce etc), oggi le nuove tecnologie ci permettono di estendere questo modus operandi in situazioni più estese e complesse. Come? Prossima bat-puntata.


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