Intervista a Sergio Cammariere

Intervista a Sergio Cammariere

Con “Mano nella mano” (Sony Music) l’artista calabrese raggiunge forse il suo picco creativo più alto, riuscendo a sintetizzare il suo approccio jazz alla canzone d’autore italiana, unendolo ad un gusto vicino alla world music in un abbraccio ideale tra occidente ed oriente. Meltin pot sonoro frutto di un viaggio in cui Sergio ha percorso l’Andalusia fino a Tarifa. Scenario di tutto il lavoro è dunque il Mediterraneo, con tutti i suoi colori. A dipingere con sfumature pastello il tutto c’è la fisarmonica di Antonello Salis, la chitarra di Roberto Taufic ed il suo paroliere di fiducia Roberto Kunstler. Molti sono i brani dell’album candidati a “classici” della sua ormai lunga discografia. In “le incerteze di Marzo” le orchestrazioni rimandano alle atmosfere di Burt Bacharach, “Io senza te, tu senza me” è un gioiello di semplicità nel senso più alto del termine.

“Mano nella mano”. Già dal titolo si intuisce la fusione tra emotività e spiritualità espressa poi nel disco…

Sì. L’idea era proprio quella di dare all’ascoltatore un senso di tranquillità e riflessione. Mi piaceva il concetto di un abbraccio collettivo che racchiudesse le parole fratellanza e abbraccio. Il viaggio spirituale ma anche fisico è il mio modo per tirare fuori questa parte di me. In questi anni ho girato il Mondo, visitato luoghi che ho ripreso con la mia videocamera per fissarne le emozioni. Il viaggio tra Andalusia e Tarifa mi ha colpito molto, sono luoghi in cui convivono pacificamente la parola abbraccio e tolleranza essendo geograficamente a cavallo tra Europa e Africa. Per questo hanno ispirato molto questo lavoro.

Nella tua musica il Sudamerica, Brasile in particolare, sono sempre state presenti, qua c’è molta Africa…

Un’Africa diversa da quella che spesso ci raccontano. Per esempio “Ed ora” è un brano nato dall’incontro ad Essaouira, in Marocco, con un maestro di musica Gnawa, suonata con il Guembrì, uno strumento di budello a due corde. Essaoira è un luogo magico dove americani, afgani, pakistani e molte altre etnie convivono in pace, rappresenta perfettamente la mia idea di condivisione. Non poteva non influenzare le mie composizioni. Non a caso da lì sono passati artisti come Jimi hendrix, John Lennon, Bob Marley…

Quali sono le altre diferenze tra questo lavoro e i precedenti “Carovane” del 2009, “Sergio Cammariere” del 2012?

Credo di aver raggiunto con questo album la maturità artistica. Mi sono posto in modo umile ad osservare e raccontare il mondo esterno, filtrandolo con la mia sensibilità. Poi, sempre per il concetto a me caro di condivisione, ho portato nel progetto musicisti eccezionali, e per i testi coinvolto oltre a Roberto Kunstler anche Giulio Casale. Ho provato in passato a scrivere dei testi, ma proprio per il mio approccio umile lla vita ed alla musica di fonte alla poesia di autori cosÏ bravi non posso che inchinarmi.

Come sei riuscito a dare una uniformità in un progetto così ricco di influenze musicali ma anche culturali?

Il risveglio spirituale nasce, come detto, dall’unione, da una sorta di visione corale della vita. Condivisione e tolleranza sono sinonimi di libertà e la libertà magicamente fa convivere come in un coro voci diverse. Le canzoni di questo disco mi piace definirle in un certo senso delle preghiere, nel senso di unione di spiriti.

In passato, citandone una “Libero nell’aria”, avevi tentato una sorta di escursione nella canzone impegnata. Quello era per esempio un pezzo in cui la posizione contro la guerra, le guerre, era nettissima. Poi sei tornato ad un Mondo più intimista e spirituale…

Ho passato anche la fase della solitudine con un disco come “Carovane”. Sono fasi della vita, fasi che però hanno un punto di contatto, la ricerca del trascendente e della pace. Non è meno “politico” parlare di unione ed incontro con l’altro, rispetto a pezzi marcatamente “contro”, sono solo due modi diversi di esprimere lo stesso concetto. Poi per i testi mi affido a Roberto, un poeta che sa leggere le righe della mia musica come nessuno.

“Pangea” è lo strumentale del disco. Hai mai pensato di fare un disco tutto strumentale?

L’iter delle mie canzoni è questo: io scrivo le musiche spesso immaginandole come colonna sonora di un film immaginario e Roberto ci mette i testi. Ho pensato di fare un disco strumentale e non escludo possa accadere in futuro, ma poi reimango talmente rapito dalle parole di Kunstler che non posso fare a meno di renderle in forma canzone. La mia ricerca musicale credo sia arricchita da testi cosi intensi.

Io senza te, tu senza me è un omaggio personale al grande “poeta cantautore” Bruno Lauzi…

Questa è una canzone poco nota e non scelta a caso, un vero “samba genovese” che il maestro mi ha fatto ascoltare durante uno dei nostri incontri negli anni ’90, quando passavamo lunghi pomeriggi insieme a suonare e parlare di musica. La canzone, pensata da Lauzi con un ritmo più lento, entrò immediatamente nel mio dna e ne ho voluto fare una versione personale in suo omaggio ed in omaggio a Tom Jobim e tutti gli artisti brasiliani che amiamo.

Il pezzo più enigmatico del disco è “quel tipo strano”… chi è?

È un pezzo d’amore per la vita. Nato da una esperienza comune che ha toccato sia me che Roberto Kunstler. Quel tipo strano vive dentro di me, ma preferisco rimanere nel vago su chi sia quel tipo strano…


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