Intervista ai Pocket Chestnut

Intervista ai Pocket Chestnut

Big Sky, Empty Road‏ è il loro nuovo disco, il secondo. Un disco “folk”, se proprio dobbiamo etichettarlo, anche se loro non sono d’accordo. I ragazzi in questione però, sono italiani, anche se cantano in inglese, guardano a Bob Dylan e non solo, e questa musica la sanno fare davvero bene. Sono bravi, sono simpatici e venerdì 24 Ottobre suoneranno dal vivo a Milano alla Fabbrica del Vapore per il Mixité Music Festival. Se vi piace questa intervista, ma soprattutto se vi piace la loro musica, ci vediamo là!

Come sta andando questo vostro secondo disco?

Paolo: E’ ancora giovane, ma se la sta cavando bene.
Pol: Probabilmente non ci rimarranno gli scatoloni di CD in cantina e questo per noi è già un grande traguardo.
Tum: Siamo contenti! Diciamolo no? Non avevamo aspettative migliori. Il disco è uscito ad aprile, abbiamo fatto trenta concerti e ci ha fatto piacere vederlo su molti blog, siti e persino sul Fatto Quotidiano. Non è così scontato dal momento che siamo una band che suona per divertirsi e non abbiamo una struttura promozionale che ci supporta a tempo pieno

Perché la scelta della musica folk e cosa vi piace di questa musica?

Paolo: La musica folk dovrebbe fare riferimento a una tradizione popolare precisa, quindi non rientriamo nella definizione. Però usiamo le chitarre acustiche e probabilmente per questo motivo diamo l’idea di “gruppo folk”.  Non so dare una risposta sintetica su quello che mi piace della musica folk, è un ombrello che copre troppe cose diverse, e ne conosco solo una parte.
Tum: Ci serviva anche una scusa per farci crescere la barba: disagio.

Ma almeno ci siete stati mai in America?

Teddy: Sì.
Tum: Io no, non c’ho i soldi!
Paolo: Una volta a New York, ma per pochi giorni. Servirebbe almeno un mese per capirci qualcosa.
Pol: Qualche volta sì, ma solo da turista: mi è piaciuta e ci tornerei. L’eventualità di legare un’eventuale trasferta alla musica è una questione dibattuta, tra noi: per certi versi andarci per dei concerti sarebbe un’esperienza molto bella. Dall’altro – inutile girarci intorno – dal punto di vista economico sarebbe una bagno di sangue, perché ci capita di fare fatica a rientrare nelle spese anche per le trasferte in Italia. Molti gruppi o cantanti italiani ci vanno a registrare, e il più delle volte lo fanno passare come uno sciacquare i panni in Arno. Io ho qualche dubbio. Se – per ipotesi – per il nostro disco dovesse rivelarsi indispensabile un coro di nativi o una sezione di musicisti zydeco, allora probabilmente direi che ne varrebbe la pena, o che per lo meno avrebbe senso farlo. Il mito dello studio americano col fonico americano però non ce l’ho, almeno al nostro livello.

Perché Pocket Chestnut?

Pol: È un’idea di Tum, e fa riferimento al rimedio tradizionale/pagano lombardo della castagna in tasca come rimedio contro il raffreddore. Tradotto in inglese non è così immediato, ma incuriosisce, specie gli stranieri, che però fanno una fatica tremenda a capirlo se pronunciato da noi. Quindi potremmo dire che è un modo per segnalare il nostro retaggio già da nome, se volessimo ottenere – come hanno fatto altri – un patrocino dalla Regione Lombardia, ma non è vero: semplicemente, ci suonava bene.

Vi piace anche Bob Dylan vero? Si sente, e non poco…

Tum: Blonde on Blonde è il mio disco della vita. Ogni mattina apro la finestra e saluto il sole alzando al cielo il vinilone di zio Bob. Spero sempre che i vicini non chiamino il 118 per un TSO da Cronaca Vera. Fatto curioso: recentemente ho visto Nicolò Carnesi al concerto di Morrissey vestito esattamente come Bob in quella copertina.
Paolo: Sì, anche se non ho tutti i suoi album. Non riesco però a identificare quanto ci sia di dylanesco nelle nostre canzoni.
Pol: Ci fa sempre effetto quando chi ci ascolta ci accosta a nomi così grandi: se solo avessimo – in quattro – un centesimo della capacità che lui ha di scrivere canzoni…

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Che cosa vi affascina del cielo grande e della strada vuota, quali sentimenti vi risveglia?

Paolo: Una specie di sollievo.
Tum: È come il primo giorno di vacanza e fai la partenza intelligente all’alba, hai davanti la strada deserta e un bel cielo terso che ti avvolge. Guardi l’asfalto lasci alle spalle tutto. Poi spegni il telefono e fai un bel respiro. Sarebbe bello poter vivere sempre con questo status mentale, no?

Come è nata l’idea di far partecipare i vostri fan per la copertina del disco?

Tum: Ho notato che la gente da quando ha gli smartphone in tasca fotografa qualsiasi cosa. Avevamo in testa la copertina e l’idea di Big Sky, Empty Road e abbiamo chiesto a chi ci segue sui social di usare #bigskyemptyroad per postare strade e cieli. È stato curioso scoprire tantissimi posti nuovi, provincie remote della russia e del sud africa per esempio. Insomma un bel viaggio collettivo imprevedibile per dirla come i sociologi 2.0 di sti gran cazzi.

Siete dei gran suonatori live… Porta i suoi risultati quindi suonare dal vivo il più possibile… E le fidanzate, se le avete, sopportano che siete sempre in giro!?

Paolo: La mia preferisce che io suoni in giro piuttosto che in casa, do meno fastidio.
Pol: Io cerco di farlo passare come male minore, tipo: “Avrei potuto essere un ultras che tutte le domeniche va allo stadio a picchiarsi…”
Tum: “Viuuuuuuuuuuuleeeenzaaaaaa. A pensarci bene, un po’ ci somigli, Pol…”

Curiosità, esistono ancora le groupies?

Teddy: Sì.
Paolo: Teddy ha grandi capacità di sintesi. Credo che le groupies siano una specie protetta, probabilmente stanno pensando a qualche forma di tutela sovvenzionata dalle istituzioni. Comunque, non vengono ai nostri concerti.
Pol: Se esistano nel senso letterale del termine non saprei, dovresti chiedere a un gruppo degno di averne…
Tum: Perchè non ti senti degno, Pol? Non farmi spaventare.

Cosa ne pensate della musica italiana e di quella cantata in italiano?

Paolo: In generale ne penso bene, poi c’è roba che mi piace e che non mi piace.
Pol: Che sia bella, ma molto più rischiosa da fare, per un gruppo come il nostro, perché se canti in italiano tutti capiscono quello che dici, e scivolare nell’ovvietà sarebbe questione  di un attimo.

Vi considerate vecchi dentro o vi sentite diversi rispetto ad altri ragazzi della vostra età?

Paolo: Sono vecchio fuori, già da vari anni. Rispetto agli altri non più ragazzi della mia età, sono di statura più bassa, però non ho problemi di calvizie, né responsabilità da genitore.
Tum: Il mio cognome non mi permette di fare dell’ironia facile e senza ritorsioni: soob!
Pol: Grazie per il “ragazzi”. Probabilmente è  vero che suonare in un gruppo fa sembrare più giovani…


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