Intervista ai The Circle

Intervista ai The Circle

Una band torinese che sembra arrivare direttamente da Londra quella dei The Circle. Un sound internazionale, ricercato, che spacca. Eppure Torino sembra dare molto a questi musicisti. Li ispira, riescono a suonare molto, e il loro seguito lo stanno avendo qui, proprio in Italia, anche se cantano in inglese. Quindi è bene tenerseli stretti questi ragazzi, non lasciamoli e non lasciateveli scappare. E intanto non lasciatevi sfuggire neanche questa interessanete intervista!

Che cosa vi affascina dell’essere dei musicisti?
Lo so, non si risponde mai a una domanda con una domanda, però credo che in questo caso renda bene l’idea. Hai presente quando da bambino guardi una partita di calcio, o un concerto, o un attore che recita nel tuo film preferito e pensi “wow! È questo che voglio fare da grande”? Bene, per noi essere musicisti, suonare, aver inciso un disco vuol dire proprio questo. Abbiamo passato la nostra vita ad ascoltare musica e poter proporre la nostra non ci affascina semplicemente, è un sogno che diventa realtà.

Con che dischi siete cresciuti, quali sono quelli che vi hanno formato?
Veniamo da cinque realtà musicali completamente diverse e ciò si riflette anche sul nostro background. C’è chi è cresciuto a suon di new wave, chi con il brit, chi con il post-rock e chi con la country. Poi va beh, c’è Marco (batteria) che è una sorta di enciclopedia vivente! Lui ha ascoltato praticamente tutto ciò che l’essere umano è stato in grado di concepire musicalmente.
Ed è forse questa profonda eterogeneità uno dei nostri punti di forza. Cerchiamo convogliare tutte queste influenze al servizio della nostra band.

Perché cantate in inglese?
Bella domanda, forse una delle più difficili a cui rispondere. Vi dirò che non c’è mai stato un momento in cui ci siamo seduti attorno ad un tavolo discutendo del fatto che fosse meglio cantare in italiano piuttosto che in inglese. La verità è che un bel giorno mi alzai e scrissi il mio primo pezzo. Così, di getto, in inglese. Lo feci ascoltare a Marco e a lui piacque a tal punto che volle fondare una band. Il pezzo si chiamava “Cold in The desert” e noi, beh siamo i The Circle”.

Come è nato questo album?
E’ un disco nato e maturato poco per volta. Man mano che scrivevo i pezzi andavamo a registrarli sotto forma di demo in una cantina. Ci passavamo dentro le notti. Ad un certo punto ci siamo trovati in mano  una decina di tracce nostre al 100%, dalla prima all’ultima nota. Dopodiché, sotto l’occhio vigile di Omid Jazi, siamo andati in studio per incidere le versioni definitive di “Life in a motion-picture soundtrack”.

Le vostre influenze musicali di oggi?
Se è possibile le nostre influenze odierne sono ancora più eterogenee rispetto ad un tempo. Quando abbiamo registrato “Life in a motion-picture soundtrack” volevamo che avesse una matrice prettamente pop, ma con quel tocco post-rock che caratterizzava i nostri ascolti di una vita. Ora siamo al lavoro su un secondo disco e vorremmo mantenere questo stile pur implementandolo con un sound ancora più maturo.

Progetti futuri, ambizioni?
Nei prossimi mesi saremo impegnati in un mini tour promozionale in giro per il nord Italia, con un calendario ancora tutto in costruzione. Inoltre stiamo lavorando (nel poco tempo libero che abbiamo a disposizione) ad un nuovo disco per il quale però vorremmo prenderci un po’ di tempo. Vorremmo che sia un degno successore del primo e, perché no, che risulti più maturo.
Le nostre ambizioni? Ci piacerebbe riuscire a far conoscere la nostra musica alla gente, far capire loro chi siamo e cosa facciamo, senza avere la pretesa di piacere a tutti. Non so quanto in là potremo spingerci ma mi piace l’idea di non precludermi nessun obiettivo a priori.

Come è avvenuto l’incontro con Omid Jazi, come è stato lavorare con lui e in che modo ha dato il suo contributo?
L’incontro con Omid è avvenuto quasi per caso. Ero a conoscenza del fatto che ci fosse la sua figura dietro ad alcune interessanti produzioni di artisti torinesi e decisi perciò di inviargli i demo dei The Circle. È un ragazzo impegnatissimo e non ricevetti subito una risposta ma, quando meno me l’aspettavo, ecco una sua mail in cui esprimeva tutto il suo entusiasmo in merito al nostro lavoro. Da lì è iniziata la nostra collaborazione. Inutile dire che per noi è stato prima di tutto un privilegio e poi un’esperienza formativa importante e gratificante allo stesso tempo.

La vostra musica all’estero spaccherebbe, certi brani sono dei “singoloni” perfetti e molto belli, come The end, ma anche Green Like soul. Come siete accolti qui in Italia e cosa pensate succederà dopo questo album? Insomma, a quando un trasferimento a Londra o New York?
Siamo ben consci del fatto che una band come la nostra possa avere vita difficile in Italia, però devo dire che finora non ci sta andando così male. Nelle prime settimane di uscita il nostro album è arrivato a toccare la seconda posizione (davanti avevamo i Coldplay) nella classifica alternativa di iTunes e siamo riusciti anche ad entrare nella top 100 nella chart “all-generes”. Tutto questo senza avere alle spalle quelle costose operazioni di marketing che di solito accompagnano questi risultati! Forse nei paesi che avete citato c’è più “apertura” verso un genere come il nostro, questo è vero, ma i risultati che abbiamo ottenuto mi fanno pensare che, forse, non tutto è perduto.

Dove ti trovi di solito quando ti viene in mente un testo per una tua possibile canzone, se ce ne è uno o più di uno, di posto…
In realtà non c’è un posto preciso in cui scrivo più facilmente le mie canzoni. Mi è capitato di scriverne un po’ ovunque…In camera, piuttosto che in aereo, a casa di un amico, sull’autobus, in metropolitana. Il bello è che nascono spontaneamente. Non importa dove mi trovi, quanto ciò che provo in quel momento. Infatti ogni volta che mi metto a suonare pensando “ok, ora scrivo un pezzo” finisce inevitabilmente con un buco nell’acqua.

Tu sei un po’ il factotum della band, gli altri componenti in che modo danno il loro contributo?
Definirei il loro contributo come “vitale”, “fondamentale”. Io posso anche scrivere il pezzo più bello del mondo, ma senza il loro apporto rimarrebbe comunque un pezzo “chitarra acustica e voce” o poco più. Le linee melodiche e i testi nascono da Federico Norcia, è vero, ma il sound dei The Circle, che è l’aspetto secondo me più importante, nasce da Federico+Lorenzo+Marco+ Alessandro+ Giuseppe.

La tua giornata tipo, come si svolge?
La mia giornata tipo? Sveglia, caffè, studio matto e disperatissimo per l’esame di turno/frequenza all’Università di medicina, gestione dei The Circle, uscita con amici (che generalmente comporta l’andare a vedere uno dei 1000 concerti che la nostra città propone) o con la mia metà. Poi se c’è una data suono (e quindi bus, soundcheck e concerto) oppure a letto. Una routine piuttosto impegnativa che difficilmente mi porta ad annoiarmi.

Com’è suonare ed essere un musicista a Torino?
Bè, bello, perché quando “prendi il giro” inizi a sentirti parte di una sorta di collettivo. Oramai, quando esco di casa, l’80% delle volte mi ritrovo a scambiare quattro chiacchiere con un “collega” di qualche altro gruppo. Parliamo di live passati e futuri, di progetti e di musica in generale. A Torino ci sono qualcosa come un miliardo di band e questo secondo me denota l’elevato potenziale di creatività che questa città ha ed ha sempre avuto. D’altro canto l’essere così tanti a volte può creare problemi, perché non è così facile (soprattutto per le “facce nuove”) farsi notare in un ambiente così inflazionato. L’importante è non mollare e crederci sempre.

Ti potresti definire un romantico?
Onestamente non amo “auto-definirmi” in nessun modo. Romantico poi non ne parliamo! Dovreste chiederlo a chi mi frequenta (e a chi mi sopporta). In ogni caso non siete i primi a farmi questa domanda! Evidentemente chi ascolta i miei brani nota una vena di romanticismo racchiuso nei testi piuttosto che nelle melodie, e questo non può che farmi piacere.

Dejanira Bada


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