Lenny Kravitz, Strut (Roxie Records / Kobalt)

Lenny Kravitz, Strut (Roxie Records / Kobalt)

Quando ascoltai “5”, il quinto album di Lenny, ebbi una sorta di orticaria nervosa. Dopo un mese dall’uscita il disco era primo in classifica un po’ ovunque diventando ad oggi il suo album più venduto. Pensai, questo è l’inizio della fine. E così in parte fu. Da quel successo non si risollevò mai del tutto e, per paradossso, proprio per aver tentato di rendere pop ed originale la sua musica. Lenny è un furbacchione, uno che ha preso le ritmiche funk di James Brown, le ha miscelate al chitarrismo Hendrixiano, saccheggiando i riff ai Led Zeppelin e le melodie ai Beatles. Lenny non è Prince, non se lo può permettere e quando ci ha provato si è tirato la zappa sui piedi. Lenny è un ladro, ok, ma uno dei migliori degli ultimi 15 anni ed il ladro deve continuare a fare. “Originalità” non è mai stata una parola del suo vocabolario musicale, ed al sottoscritto come a tutti i suoi fans, dell’innovazione fotteva una benemerita. A noi che della nouvelle cousine importa poco, ci piaceva il suo atteggiamento da icona sexy, quel piglio a volte pacchiano da rock star d’altri tempi, quel suo saper prendere il meglio della musica degli altri e come in una ricetta presa da un libro di cucina, eseguirla alla perfezione. Finalmente dopo svariati tentativi di risalire la china e ricostruirsi l’immagine che merita, quella del più fico paraculo del rock odierno, al decimo album possiamo gridare Eureka!
Per ripulirsi le aveva tentate tutte, passando da esperimenti spirituali e cercando anche di girarla a cantautore rock dei diritti umani (vedi “It Is Time For A Love Revolution” e “Black And White America”). Niente da fare, qualcosa di buono c’era, ma è qua che troviamo il Lenny che ci piace. Quello che ammicca alle fans in prima fila con il reggiseno in mano pronto al lancio cantando “Sex”, un funkettone con un bassone penetrante, e uso volutamente la parola “penetrante” nel senso meno nobile del termine. “New York City” sembra un pezzo degli ultimi Stones, anzi forse lo ha rubato dal cassetto di Jagger in un momento di distrazione, ok, e allora? Provate a tenere fermo il culo se ci riuscite. E visto che gli piace “arrubbare” ci ha messo dentro pure la cover “Ooo Baby Baby” di Smokey Robinson, rigorosa, finalmente rigorosa, come a dire a noi fans: “Ho capito, ho capito… la smetto con l’originalità, scusate”. Alleluia, nel disco troviamo anche la caduta di stile, perchè a noi fan di Lenny piacciono pure quelle. “Happy Birthday” è proprio brutta, ma chi se ne frega?. In un disco volutamente grezzo in cui il nostro ha suonato praticamente tutto da sè (chitarra, basso, batteria, percussioni, tastiere) con giusto un piccolo contributo dell’amico chitarrista Craig Ross, tre coristi, un trombettista e un sassofonista, ci sta pure il pezzo uscito male no?. Due parole per i detrattori, quelli scandalizzati da canzoni che fanno bagnare le mutandine alle signorine, quelli che “ah, ma doveva a andare avanti a cantare di diritti razziali bla bla bla”. Ricordo loro che il “popolo nero” ha prodotto il blues, si è autofustigato e lamentato con gospel santi e madonne abbastanza, ma ad un certo punto ha anche detto “mo basta piangere!”, e da quando un signore come James Brown ha scritto “Sex Machine” forse la storia ha iniziato veramente a cambiare il suo corso.

Aldo Pacciolla


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