Rock versus Hip Hop

Rock versus Hip Hop

Di: Mario Riso

Nella mia carriera ho sempre affrontato la musica con grande apertura mentale. Ho cominciato nel 1985, suonando nei Royal Air Force, la metal band più importante in Italia. Abbiamo suonato con Iron Maiden, Kiss, Metallica e Manowar, e nel frattempo, in quegli stessi anni, ho collaborato con artisti come Jovanotti e gli 883, in un periodo in cui il crossover tra la musica metal e la musica più popolare non era ancora accettato. Perciò credo di essere sufficientemente sopra le parti per affrontare questo tema in maniera diretta. Amo tutta la musica, ho suonato in oltre cento dischi italiani, ho fatto migliaia di concerti, ho contribuito alla nascita di canali come Rock Tv e Hip Hop Tv. Tutto questo mi ha portato a fare delle riflessioni sullo stato attuale della musica, e mi viene da dire che in questi anni il mondo dei musicisti, dei produttori, dei fonici, è molto cresciuto; ma noto anche, con grande tristezza, che negli ultimi dieci anni la musica rock, quella di chi ha qualcosa da raccontare, ha subito un grande declino a favore dell’hip hop, che è diventato oggi il genere di punta anche nella musica italiana.

Vorrei fare quest’analisi partendo da un presupposto: ho visto molto da vicino gli sviluppi della musica rock, avendo suonato con i Movida, avendo fatto parte, negli anni novanta, di quel momento molto florido della musica in cui sono cresciute band rock una dietro l’altra, come gli Afterhours, i Verdena, i Subsonica, i Bluvertigo, gli Africa Unite, i Karma, i Ritmo Tribale, i Negrita, i Timoria stessi. Tutto quel filone di musica rock e di persone che erano sicuramente incazzate con il mondo, e avevano qualcosa da raccontare, piano piano è scemato, e questo è successo in concomitanza con l’ascesa di artisti e band che fanno musica dove lo strumento, il più delle volte, è preso in considerazione come colore, come arrangiamento, e non come parte essenziale della composizione. Ci sono dei produttori, dei dj, che vanno in giro a dire che suonano, ma suonare uno strumento, mi dispiace, è mettersi in camera propria, prendere la chitarra, il basso o la propria voce, e migliorarsi con fatica, passione e pazienza, e disporsi a suonare con una certa attitudine.

Da sempre mi occupo di musica, con Rock Tv ho avuto modo, non solo di viverla appieno dal 2001, anno in cui è stato fondato il canale, a oggi, ma anche di vedere, ad esempio, come questa stessa musica, all’interno del canale, sia cambiata nel tempo, essendo stato responsabile per undici anni, della musica italiana, intesa come rotazione di videoclip, come produzione, e di quella emergente, grazie ai contest di cui sono stato direttore artistico. Parlo del Jack ti ascolta, dell’Heinken Jammin’ festival contest, e ora, da due anni, del Red Bull Tourbus chiavi in mano, che mi sta dando grandissime soddisfazioni. Questo per me significa avere una conoscenza obiettiva e piuttosto larga della produzione italiana degli ultimi quindici anni, tenendo comunque presente che avendo anche fatto parte di un gruppo, ho avuto la possibilità di incontrarmi o scontrarmi sul campo con tutti quelli che facevano musica in quel periodo. Ma arriviamo al punto: da amante della musica, da chi la rispetta a tal punto da utilizzarla per fare delle opere benefiche, come con i Rezophonic, mi sono posto delle domande.

Ad esempio: perché un canale come Rock Tv ha sofferto tantissimo in questi ultimi anni e come mai, invece, un canale come Hih Hop Tv è cresciuto a dismisura tanto da fare degli eventi per due, tre anni di fila al Forum di Assago, accalcato di gente felice che va a vedere spettacoli dove sul palco non c’è neppure uno strumento? Questa è una mia grande fonte di perplessità, perché vedere il Forum di Assago pieno, con circa settanta, cento artisti, che si alternano sul palco, e nessuno che suona una batteria, una chitarra, una fisarmonica, una chitarra acustica o che so io, significa che le nuove  generazioni non considerano più, purtroppo, la musica per quello che è, gli strumenti per quello che sono, e accettano che si prendano scorciatoie, e allora, il più delle volte, va bene che i produttori facciano loro tutto il lavoro, e così i fonici, e che sistemino tutto quello che chi sale su quel palco non è capace di fare, e a quel punto si producano dei progetti che rendono la vita facile a chi invece in realtà dovrebbe amare il proprio strumento, come scrivevo poco sopra, coltivarlo e fare della musica una forma autentica di espressione. Nell’hip hop non sembra necessario imparare a suonare uno strumento, non ci si pone il problema di saper cantare, semplicemente si ha qualcosa da raccontare, e quest’urgenza si risolve spesso in modo poco costoso, su una base imbastita alla meno peggio, raccontandosi e sfogandosi, e, a quanto pare, è qualcosa che arriva alle grandi masse e ai ragazzi delle nuove generazioni.

Ascoltando migliaia di band rock emergenti, mi sono accorto, per contro, che è cresciuta, certo, la cura dell’esecuzione, la cura della capacità di promuovere la propria musica, ma si sono persi i contenuti all’interno dei nuovi progetti, che purtroppo sembrano diventati, nell’ambito del rock, cosa poco interessante da prendere in considerazione. Perché, o si canta in inglese, e si racconta qualcosa in una lingua che non tutti comprendono, o si canta in inglese non sapendo l’inglese, in una lingua che non si conosce. La voce è usata come uno strumento, al pari di tutti gli altri, per poi essere inserita in un brano senza porsi la minima domanda su cosa si sta raccontando o su cosa sta arrivando del nostro messaggio.

Allora, il mio vuol essere una sorta di grido d’allarme, d’incitamento agli artisti che fanno musica rock, quelli che suonano il proprio strumento, per cercare di sensibilizzarli sulle sorti del rock in Italia, di quelle che potranno essere le passioni delle nuove generazioni, che derivano soprattutto dal nostro operato. Quindi invito tutti a mettersi una mano sulla coscienza e una sul cuore dicendo: “Benissimo, noi non stiamo facendo solo delle canzoni, sfogando i nostri istinti, ma stiamo anche educando le persone ad apprezzare la musica, soprattutto quella rock, in questo caso, che è quella che ci ha fatto crescere così bene e che ci ha fatto venir voglia di star rinchiusi in una saletta, nella nostra cameretta, a migliorarci, nonostante fuori, nel mondo, ci siano delle opportunità pazzesche  che ci permetterebbero di passare delle giornate splendide.”

L’amore per la musica non significherà mai solo cercare il successo o il consenso, la musica è una forma d’arte, e come tutte le forme d’arte dev’essere rispettata e essere l’occasione per tirar fuori ciò che abbiamo dentro. C’è chi nasce pittore, e dimostra la propria sensibilità dipingendo una tela, c’è chi nasce scrittore e ha la necessità di raccontare ciò che ha dentro scrivendo una poesia o un romanzo; noi abbiamo trovato il modo di esprimerci grazie a uno strumento, ma dobbiamo ricordarci il nostro obiettivo principale: lasciare il segno di ciò che siamo. Allora il mio invito è proprio questo: non soltanto eseguire bene una scala, o suonare bene una canzone dal vivo, ma anche ricominciare a pensare che ci sono delle storie da raccontare.

Tutta questa situazione, soprattutto quella che vede nelle giurie dei talent show, come X Factor o The Voice, artisti che fanno hip hop, che magari sono molto giovani, e che quindi non hanno l’esperienza necessaria per valutare i nuovi artisti emergenti, mi ha fatto addirittura rimpiangere band come i Finley o i Dari, che quando sono usciti non apprezzavo più di tanto. Pensavo che quello fosse il minimo storico, invece devo ammettere che, perlomeno, quelle band, avevano spinto i ragazzi ad appassionarsi e ad avvicinarsi al punk rock, all’emo, ad altri generi musicali, e a tornare nelle sale prove sperando di migliorarsi e realizzare il proprio sogno. Dopo aver perso grandi band come i Litfiba o i Timoria, e non essere mai riusciti a sostituirle -perché non penso che i Ministri siano la nuova forma di rock italiano- credo che si debba accettare che forse si è toccato il fondo, ma che adesso non si possa che risalire.

Io non sono contro l’hip hop, sia chiaro, è colpa nostra, di noi rocker, è con noi che ce l’ho, perché a quanto pare non sappiamo più farci ascoltare. Come ho visto che nel mondo dell’hip hop hanno finto per una vita d’essere uno contro l’altro, ma in realtà si sono presi gioco della comunicazione, per riuscire a costruire una scena solidissima e fatta di rapporti di rispetto gigantesco, vedo anche come il mondo del rock ha dato dimostrazione di essere completamente slegato, di non avere senso di appartenenza. Perché vedere la vittoria di una band come la propria sconfitta, è una cosa gravissima che ha peggiorato il sistema della musica e che non ha reso più possibile la crescita, e che ha fatto sì, negli anni, che al di là della carenza di idee e di messaggi, sia venuta fuori anche una carenza di pubblico tale d’aver messo i gruppi in condizione di non potersi più esibire se non come cover band.
Basta competizione, basta vedere la vittoria degli altri come una sconfitta, ma prendere spunto dal mondo dell’hip hop, perché io li ho visti, tutti insieme, felici e contenti, a complimentarsi e gioire per i risultati ottenuti.
C’è da imparare, ancora una volta.

Mario Riso non ha neanche bisogno di presentazioni… Mario Riso è il rock in Italia, è i Rezophonic, era i Movida, i Royal Air Force, Rock Tv, è un batterista incredibile… volete altro?



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