DAMIEN RICE, My Favourite Faded Fantasy (Warner)

DAMIEN RICE, My Favourite Faded Fantasy (Warner)

Di: Aldo Pacciolla

Solo i grandi possono permettersi tempi lunghi come quelli che si è preso Damien Rice prima di pubblicare “My faded favourite fantasy”. L’ultimo “9” risale al 2006, ma soprattutto 12 sono gli anni passati dal capolavoro “0”. Considerando la sua non immensa discografia, non manca certo il coraggio all’artista. Il coraggio di aspettare, di non cavalcare l’onda a tutti i costi (dopo “0” un’altro avrebbe prodotto un disco alla velocità della luce). Aggiungiamo anche che Damien è uno non certo da mille concerti l’anno e le sue comparse su altri canali di promozione si contano sul palmo di una mano. Cosa, in tempi di selvaggia sovraesposizione, ha tenuto vivo l’interesse di pubblico e critica nei confronti di questo artista? La genuinità. Damien canta cose semplici, parla di sentimenti come lo fanno cento altri cantautori della sua generazione ma lo fa con il cuore in mano, lo senti, lo percepisci e poi quella voce bhe, è il classico caso che ti fa dire “questo può cantare quello che gli pare”.
L’album è il primo senza la sua musa Lisa Hanningan da cui si è separato nella vita personale ed in quella artistica. Una assenza che non si sente dal punto di vista musicale, ma è presente in tutto il disco dal punto di vista emotivo, nel continuo gioco di pieno/vuoto che costituisce l’ossatura dei pezzi, perchè questo è un disco in grado di spaccarti il cuore. Sconsigliato dalla prima all’ultima nota a chi ha appena concluso una storia d’amore o a chi l’amore lo ha lontano e soffre di una malinconia che, unita a queste canzoni potrebbe risultare fatale. Il disco si apre con “My favourite faded fantasy”, un brano dove una leggera chitarra elettrica si incastra ad arrangiamenti di archi dolci come lo zucchero ad avvolgere la voce dai toni quasi drammatici di Damien. “It takes a lot to know a men” parte con un pianoforte docissimo per poi svilupparsi in nove minuti nove minuti di melodie struggenti, di pause appena riempite con archi gentili ed imporovvise esplosioni. La durata di molti pezzi supera i tempi canonici della canzone cantautorale, una struttura più complessa dovuta alla mano di Rick Rubin in produzione, un mago nel non intaccare la purezza di un artista pur incidendo in modo evidente sul suo lavoro. L’inverno è alle porte e questo nuovo lavoro di Damien Rice è un disco necessario per affrontarlo, o per rimanerci sotto del tutto. Meraviglia.


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