Jamie Cullum , Interlude (Universal)

Jamie Cullum , Interlude (Universal)

Di Aldo Pacciolla

Quando uscirono i suoi primi dischi era il momento di massima notorietà per quell’ondata di artisti che con la fusione tra pop e jazz avevano quasi intasato le classifiche di vendite. Con Peter Cincotti e Michael Bublè si era creata una sorta di nuova scuola le cui esponenti più importanti al femminile erano Norah Jones e Katie Melua. A differenza dei sopracitati colleghi però Cullum, già dal primo album “Twentysomething”, oltre alla confezione vintage delle sue composizioni, aveva saputo mettere una certa dose di personalità. Altra caratteristica importante del cantautore, ed ottimo pianista, è quella di essere riuscito si a conquistare un pubblico ampio, senza perdere quello più intellettualoide del jazz puro. Così mentre Bublè è ormai da considerarsi una pop-star a tutti gli effetti, idem lo stesso Cincotti, Cullum si può considerare l’unico di quella scena ad aver tenuto alto il profilo.

La costruzione di una carriera quasi perfetta e talmente coerente da permettergli, dopo le divagazioni stilistiche snocciolate in sei album, con il settimo di tornare (quasi) al puro jazz. Interlude è infatti una sorta di raccolta di standard, dai grandi classici anni ’40 al pop odierno, completamente vestito in doppio petto. Deus ex machina del progetto è Benedic Lamdin aka Nostalgia 77, un altro cultore del genere. Ray Charles, Stevie Wonder, Nat King Cole e Frank Sinatra sono i mostri sacri con i quali Cullum si è voluto confrontare in questo album ambizioso. Una scommessa vinta divertendosi facendo cose serie, si potrebbe dire con una sorta di ossimoro.

In “Ballad of Hollis Brown” di Bob Dylan spicca il creativo inserimento di spezzoni presi dalla versione di Nina Simone, a evidenziare il su gusto per il meticciato sonoro, in “The seer’s tower” di Sufjan Stevens i colori pastello di archi “colti” si inseriscono nell’incedere folk del pezzo. Altro calssico rivisitato è “Don’t let me be misunderstood”, conosciuto dai molti come pezzo degli Animals, ma in realtà scritto da Gloria Caldwed per Nina Simone, ed ovviamente Cullum a quella versione si è rifatto duettando con Gregory Porter, egregiamente. In “Good morning heartache”, pezzo portato al successo da Billy Holiday, Cullum duetta con Laura Mvula in un piacevolissimo intreccio di voci. Tutto il disco scorre leggero ma non frivolo, in una avventura alla riscoperta delle proprie origini musicali, senza abbandonare la voglia di divertirsi.



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