PAOLO BENVEGNU’, Earth Hotel (Woodworm)

PAOLO BENVEGNU’, Earth Hotel (Woodworm)

Di: Aldo Pacciolla

Torna, tre anni dopo “Herman”, Paolo Benvegnù, l’ex Scisma. Una prova importante, quella di “Heart Hotel”, considerando che l’album precedente fu acclamato da pubblico e critica. Prova che l’autore decide di affrontare virando lievemente verso strade meno rock e più intimistiche, in una sorta di concept-album. L’idea di base è quella di raccontare i luoghi dell’anima da dietro i vetri di un luogo-non-luogo come la stanza di un Hotel. La sua penna come di consueto rimane ermetica e visionaria, ma l’escamotage utilizzato per comporre il disco rende il tutto, rispetto al passato, più reale e realistico. Un disco potremmo dire diviso per piani, i piani di un ipotetico Hotel, appunto.

Per la prima volta Benvegnù si confronta dunque con una stesura di testi meno onirici e più vicini ad un racconto del suo modo personle di vivere la quotidianità, la vita. Attenzione, non stiamo parlando di musica leggera, le carambole lessicali non mancano anche in questa occasione, cambiano i temi, l’approccio. Il brano d’apertura “Nello spazio profondo” ci trascina subito nel nuovo mondo di Benvegnù, arpeggi di chitarra ed un sintetazzatore ci portano dritti all’ultimo piano, quello più in alto, perfetto per descrivere una illusione d’amore.

In “Una nuova innocenza” dei sorprendenti archi intrecciati a chitarre e tastiere molto new wave torna per un attimo il Benvegnù più ermetico, con un testo suadente e crudo al tempo stesso. L’amore è carne e sangue, sembra volerci dire l’artista.

L’amore è illusione, è carne, sangue, è fatto di vuoti, silenzi e poi esplosioni improvvise di passione. E’ l’ordine nel caos. Un dis-ordine che Benvegnù “sistema” in “Life”, delicata ballata acustica cantata in inglese, per poi farlo esplodere in “Stefan Zweig” in cui l’amore torna ad essere putroppo anche solitudine, spesso insoddisfazione, l’eterna insoddisfazione a cui l’uomo è condannato?

E cosi per tutto il disco, in un continuo gioco di contrasti il cantautore riesce a mettere d’accordo il nichilismo con il cuore e la speranza, in una operazione che definire solo musicale sarebbe riduttivo. Qua si sfiora la letteratura. I testi vanno assorbiti lentamente, interpretati, respirati.

In “Orlando”, quel nichlismo tenuto a bada da un cuore che pulsa torna a farsi vivo in un testo in cui una serie di domande esistenziali vengono accompagnate da un suono caldo ed avvolgente in cui gli archi la fanno da padrone. Con“Hannah” torna il sereno, disegnato in una ballad morbida ed appena sussurrata.

L’album si chiude con “Sempiterni sguardi e primati”: “verrà un tempo per la verità, per la gioia, per la solitudine, per la noia”, canta Benvegnù sintetizzando nel finale la sua visione della vita, quella vita piena di domande irrisolte ed irrisolvibili ma capace anche magicamente di donare gioia. La stessa amara gioia che può donare un album come questo, ostico nell’interpretazione dei testi e nel suo incedere asimmetrico musicalmente; ma le cose più belle non si ottengono senza fatica, ed in questo caso vale proprio la pena farne un po’.


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