PINK FLOYD – The endless river

PINK FLOYD – The endless river

Di Aldo Pacciolla

The Endless River è il quindicesimo album in studio dei Pink Floyd, ma soprattutto il loro primo disco da vent’anni a questa parte. Che poi come ormai tutti sanno non è nemmeno un album nuovo, nel senso che il materiale inedito che lo compone in realtà è un lavoro di restauro e rivisitazione di composizioni suonate live con Wright durante le sessioni di The Division Bell del 1994. Prodotto da David Gilmour, Martin Glover, Andy Jackson e Phil Manzanera, è stato definito dallo stesso Gilmour come il “canto del cigno di Richard Wright”, definzione fondamentale per approcciarsi all’ascolto.
Richard Wright era stato inizialmente estromesso dal gruppo da Waters poco dopo la registrazione di The Wall, e rientra nei Floyd con Gilmour e Mason, solo dopo l’abbandono di Waters. Cosa non importante solo dal punto di vista biogafico, ma soprattutto perchè da quel momento il suono della band ha virato verso una esasperazione dell’aspetto ambient della loro musica, giocata principalmente proprio dalla sinergia della chitarra di Gilmour con le tastiere di Wright. Ovvio dunque che rimettere mano a delle registrazioni incomplete di quel periodo potesse e dovesse produrre un disco strumentale (c’è solo un pezzo cantato e con struttura in forma canzone), che risente inevitabilmente anche della presenza “spirituale” del tasterista, dando al tutto un’aria, probabilmente voluta di incompletezza. Nel dettaglio il disco è costruito intorno a quattro suite strumentali in cui misteriose intro si uniscono a viaggi sonori dal sapore quasi ambient, ma che nonostante la frammentazione di un lavoro che frammentario non poteva non essere, ci raccontano tutta la storia dei Pink Floyd in una sorta di colonna sonora di un film immaginario sulla band. Della prima suite colpisce la Pt2 “It’s what we do” in cui il gioco tra la tastiera di Wright e la chitarra di Gilmour costruiscono un tappeto sonoro magico e spaziale.
Spettacolare l’effetto ancestrale “Sum” presente nella seconda suite in cui nel tappeto sonoro costruito dalle tastiere di Wright miscelato ad un sintetizzatore quasi robotico si inseriscono i disperati e caldi solo della elettrica di Gilmour. Il disco prosegue in quelle che sembrano piccole jam suonate live ad introdurre come dei lampi improvvisi pezzi come “Allons”, il momento forse più lontano dalle sonorità di The Division Bell, grazie al suo incedere rock dai richiami chitarristici molti simili a “Another brick in the wall”. Tra rasoiate elettriche e molti vuoti voluti per creare quell’atmosfera di viaggio spaziale arriva infine Pt. 4 “Louder than words” , l’unica canzone del disco Scritta da Gilmour con la moglie Polly Samson, una sorta di autocelbrazione della band per il proprio lavoro, in cui cantano di come nonostante i dissidi interni alla fine quel che fanno insieme conti più di qualche litigata. Una considerazione finale. A qualcuno il disco è apparso incompleto. Per noi non poteva che esserlo date le premesse. E poi cosa significa frammentario? Non poter skippare da un pezzo all’altro? Non poter ascoltare un brano a caso del disco ignorando il resto del lavoro?. Ecco, qua sta la grandezza della band ed il punto. Senza dare giudizi su un lavoro complesso e quasi concettuale (e poi un disco di mostri sacri come i Pink Floyd non si recensisce in realta, al limite lo si racconta…), una cosa è certa, oltre ai fans ed appassionati che li seguono da sempre, speriamo e crediamo che “The endless river” possa avvicinare all’ascolto di un disco dalla prima all’ultima nota un pubblico più giovane, facendogli magari scoprire il piacere di godere tutte le sfumature che solo con un ascolto di questo tipo si possono scorgere in un disco. In questo senso, con un disco alla fine nato nel ’94, i Pink Floyd si rivelano forse inconsapevolmente ancora pionieri ed avanguardistici (bho, forse pazzi?).

(Parlophone)



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