Questione di stile – Johnny Cash

Questione di stile – Johnny Cash

 “Colpisco me stesso oggi, per vedere se provo qualcosa…

Mi concentro sul dolore,  l’unica vera cosa che c’è”.

Nato a Kingsland nel 1932, Johnny Roy Cash, “the man in black“, già perchè lui amava vestirsi di nero, “vesto di nero per il povero e l’abbattuto, che vive nel lato povero ed affamato della città..lo indosso per il prigioniero che ha scontato la sua pena, ma che è una vittima dei tempi”.

Una vera leggenda americana, cantante e anche attore dall’anima tormentata, un tormento che ha inizio sin dai primi anni della sua vita, quando perde il fratello minore, a causa di un incidente con la motosega del padre.

Tragedia che lo segna profondamente, e lo avvicina al mondo della musica, oltre ai canti della chiesa e alla musica country.

Nel 1950, dopo essersi arruolato nell’ United States Air Force, viene mandato in Germania, dove compra la sua prima chitarra, si sposa per la prima volta, e fonda la sua prima band, “The Landsberg Barbarians“, il matrimonio non dura a lungo, a causa del suo stile di vita sregolato, e al suo uso di droghe, ma da vita a 4 figli.

Il suo primo contratto discografico, lo ottiene nel 1955, con la “Sun Records” di Memphis, con la quale incide uno dei suoi più grandi successi, nonchè primissima sua incisione “Cry, Cry, Cry” e Folsom Prison Blues“.

Johnny Cash e la prigione, un’accoppiata perfetta, si, perchè il vecchio Johnny Cash, è un habitué delle carceri americane, in particolare quella californiana di Folsom, dove incide il suo famosissimo album “At Folsom prison“, ma questa è un altra storia.

Nel 1960 passa alla Columbia, ma la sua vita da vero “outlaw” ed il successo, che ha un notevole impatto sulla sua fragile psiche, lo porta, svariate volte, ad annullare concerti, anche a causa dell’abuso di droghe e sonniferi, problemi familiari e legali.
Nel 1967 viene salvato da un collasso causato da un overdose di anfetamina.

Sulla carta il migliore degli outlaws, alla faccia di Waylon, di Willie e Kris, ma, sotto sotto, c’è un cerchio di fuoco che brucia brucia e brucia, e qua, arriva June Carter, la donna che lo cambia, la donna che lo fece innamorare a prima vista, quella sera del 1961 al “Grande Ole Opry“, e che poco dopo lo raggiunge in tour.

Un amore non ricambiato, lui sposato, lei pure, lei fermamente cristiana, mai sognerebbe di desiderare l’uomo d’altri, oltretutto se drogato come lo è il nostro caro Johnny, ma si sa chi la dura la vince, così June descrive l’innamorarsi di Johnny: “mi sentivo come se fossi caduta in un pozzo infuocato, e stavo letteralmente bruciando viva“.

Ecco che nasce un capolavoro, una delle pietre miliari della musica country americana, quella sera stessa, subito dopo aver sentito la registrazione, Johnny  Cash, fece un sogno, sognò la canzone suonata con dei corni mariachi.

Qualcuno dice che fu l’influenza dei “Tijuana Brass”, altri dicono che furono i barbiturici che aveva preso per smaltire le anfetamine. In ogni caso,  Cash si chiuse  in uno studio con un paio di trombettisti e trasformò quel suo sogno in realtà, e cosi nacque la famosissima “Ring of fire“.

Per 35 anni vissero insieme tra alti e bassi, e diedero alla luce anche un figlio, curioso il testo della canzone “Press on” contenuta nell’album solista di June, un duetto lento con Johnny, un pezzo quasi gospel che dice: “Se sarò davvero io la prima ad andar via, e, chissà come, mi sento che sarà così, quando sarà il tuo turno non sentirti perso perché sarò io la prima persona che vedrai. Così, senza aprire gli occhi, aspetterò su quella spiaggia finché non arriverai tu, e allora vedremo il paradiso..”.

Come lei aveva previsto, June morì per prima, nel 2003.

Quattro mesi dopo Johnny fu sepolto accanto a lei, una volta disse “questa cosa, fra noi due, va avanti dal 1961, e, semplicemente  non voglio fare nessun viaggio se lei non può venire con me“.

“Cosa sono diventato, amica mia dolcissima? Tutti quelli che conosco alla fine se ne vanno”.

Un mito, una leggenda, un icona di stile, con le sue giacche piene di frangie, stivali e camicia, rigorosamente neri, the man in black, lancia un look semplice, cupo e misterioso, quasi come la sua presenza scenica, la sua voce profonda, mascolina, ma allo stesso tempo romantica.

Un outfit che ancora oggi viene spesso utilizzato, non solo dai musicisti, ma anche da molti e famosi brand delle grandi case di moda, una leggenda immortale appunto, un milione di diverse sfaccettature di un solo unico personaggio.

Johnny Cash il drogato, l’alcolizzato, il debole, lo sfigato, Johnny Cash il mito, l’eroe a stelle e strisce, il poeta, l’artista, o come lo ricordo io, l’ultimo vero “gunfighter“, seduto su una panca, con i piedi appoggiati alla staccionata di legno di un vecchio saloon, con una bottiglia di whiskey in mano, e la colt 45 stretta in vita, ad ammirare il sole che scende dietro le colline dell’Arizona.

The old gunfighter stood on the porch
and stared into the sun 
And relived all the old days
back when he was livin’ by the gun 
When deadly games of pride were played
and livin’ was mistakes not made 
And the thought of the smell of the black powder smoke 
And the stand in the street at the turn of a joke 
The thought of the smell of the black powder smoke 
And the stand in the street at the turn of a joke 

 

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