The Raveonettes, la recensione del concerto

The Raveonettes, la recensione del concerto

Siamo dei pazzi, precisamente degli schizofrenici. Ieri sera, prima di andare a sentire i The Raveonettes al Magnolia, siamo passati in Piazza IVXX Maggio per sentire il Requiem di Mozart. Sì, avete letto bene. Alle 21,00, nella Basilica di Sant’Eustorgio, Le Corali Polifoniche Musica In Canto– Anzolim de la Tor hanno eseguito il Requiem in Re minore- KV626 W di A. Mozart. Insomma, noi ci siamo andati, perché sapevamo che sarebbe stata un’esperienza potente e mistica, ma ovviamente ci siamo persi il gruppo d’apertura dei Raveonettes, gli italianissimi Abiku. Chiediamo venia, ma ne valeva la pena, immagino e speriamo capirete. Per il duo danese siamo arrivati, invece, giusto in tempo. Il Magnolia è stato fin troppo puntuale, alle 22,45 spaccate, Sune Rose Wagner e Sharin Foo hanno iniziato a suonare. Il “solito ritardo” non c’è proprio stato.

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Entriamo e un muro di suono ci travolge. Volumi altissimi, luci strobo, atmosfera da club anni ’80. Il duo è decisamente noise (anche se usano qualche base elettronica come aiutino), non ci aspettavamo così tanta potenza da questa band che non avevamo ancora visto dal vivo. Qualcuno ha dovuto addirittura costruirsi dei tappi di carta da infilare nelle orecchie per riuscire a restare dentro il capannone del Magnolia, e comunque ogni tanto, con la scusa di fumare una sigaretta, si usciva lo stesso per riposare occhi e orecchie. Tra luci, colori, suoni, il concerto è stato destabilizzante, e una volta arrivati a casa, si faceva fatica ad addormentarsi. Le orecchie fischiavano ancora, il petto sembrava ancora tremare a suon di basso, fin dentro le viscere. Sune e Sharin spaccano. Il pubblico – composto da non più di duecento persone, purtroppo, forse anche perché era il 1 Novembre e come ben sappiamo Milano si svuota durante le feste – era letteralmente in visibilio, almeno le persone sotto palco. Non sono mancati pezzi tratti dal loro ultimo disco “Pe’ahi”, ma anche vecchi successi come “Love In A Trashcan”, Dead sound. Se si chiudevano gli occhi si veniva immediatamente trasportati negli anni ’80, forse un po’ troppo… Eppure i Raveonettes sono innovativi, hanno il loro tocco inconfondibile, le loro voci bellissime, anche se musicalmente fanno del già sentito shoegaze, ricordano Jesus And Mary Chain, ma meno ipnotici. Insomma, perché piacciono i Raveonettes? Perché sono bravi, perché sono fighi, perché comunque fanno musica bella, da godere, in questo mare di nulla e di noia musicale e non solo. Arrivi al concerto di questi due, e non ti sembra vero di sentire della musica che vale la pena restare lì ad ascoltare, anche se si è stanchi, anche se il volume era assordante, anche se ti prende lo stomaco e te lo strizza come si strizza un calzino.

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Perché sono subdoli, su disco sembrano molto più orecchiabili, sembra quasi che facciano delle canzonette carine, ma dal vivo ti spezzano, ti portano via, anche se forse non abbiamo più l’età per certi concerti… abbiamo apprezzato più Mozart seduti in una chiesa, ma il paragone non si può neanche fare, ovviamente. Che vi dobbiamo dire? Siamo finalmente cresciuti, siamo maturati o forse siamo soltanto inesorabilmente invecchiati.


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