Bjork, Vulnicura, ONE LITTLE INDIAN/CAROSELLO

Bjork, Vulnicura, ONE LITTLE INDIAN/CAROSELLO

Fino a poco tempo fa dire che Bjork o si ama o si odia, era una banalità come dire che il sole scalda. Gli ascoltatori dell’artista si dividevano in due tronconi. Il primo difendeva a pugno duro ogni sua scelta, anche la più pazzoide ed astratta, considerandola sempre e comunque espressione di libertà artistica. Il secondo quel suo piglio non riusciva proprio a sopportarlo, considerandolo intellettualoide, snob. Dopo l’esperimento “Biophilia” si è inserita una terza categoria. Quella degli scettici. Lo scettico, un tempo facente parte della categoria dei difensori a tutti i costi del lavoro di Bjork, dopo il sopracitato album ha iniziato a vacillare. Quell’esperimento, perchè di esperimento nudo e crudo si trattava, di unire attraverso manipolazioni la musica facendola interagire con i suoni della natura, è risultato indigesto anche ai fans più aperti. Non unisono, ma quasi, si è inalzato un coro da più parti che chiedeva all’artista un passo indietro, un disco alla “Vespertine”, per intenderci.

Come l’eco del canto di una sirena quel coro dev’essere arrivato alle orecchie attente di Bjork, che finalmente con questo nuovo lavoro si è rimessa a scrivere qualcosa di più vicino alla forma canzone. Certo, trattandosi di Bjork la parola canzone, ed ancor di più la parola Pop non sono utilizzabili nel senso più comune. Per scacciare ogni equivoco diciamo subito che ogni episodio dell’album ha una durata non inferiore ai 7 minuti. L’aspetto pop semmai è ricercabile nel tema che ha scaturito la scintilla, quel tema trito e ritrito da artisti di ogni genere musicale, l’amore. Si, avete letto bene, Bjork l’astratta ha fatto un disco di canzoni d’amore. Vabbè, si fa per dire. Diciamo che l’ispirazione per il tema del disco è scaturita dalla dolorosa separazione di Björk dal suo storico compagno Matthew Barney (con cui ha una figlia di 12 anni), un dolore talmente straziante che anche l’algida islandese non ha potuto far altro, per esorcizzarlo, di tramutarlo in musica.

I testi, come ha spesso dichiarato la stessa Bjork, forse per la prima volta assumono un ruolo quasi centrale nel lavoro. Come in una sorta di auto-analisi il disco è diviso in due parti. La prima racconta lo stato d’animo dell’artista nei mesi precedenti alla fine dell’amore. La seconda parte, con pezzi come “Black lake” e “Notget” affrontano il tema a separazione avvenuta. Il disco si chiude con l’intensa e straziante”Atom dance” in duetto con Antony Hegarty. Nessun lieto fine insomma. Perchè sempre di Bjork stiamo parlando.

Se nei testi ci troviamo di fronte ad un lavoro dai temi convenzionali, ci pensa l’aspetto musicale a ristabilire l’ordine (disordine) delle cose. Spazzata via la voglia di spingersi in elucubrazioni e sperimentazioni al limite dello scientifico come in “Biophilia”, la nostra ritorna ad una elettronica raffinata ma più digeribile. L’apporto alla sruttura dei delicati beat elettronici è stata affidata ad Arca (colui che ha dato forma e sostanza a “Yeezus” di Kanye West, per intenderci) e Haxan Cloak. Sul tappeto sonoro, dobbiamo dirlo, più scolastico di quello nelle collaborazioni con i Matmos (ma ci sta, considerando il mood emozionale che ha scaturito il lavoro), si inseriscono gli arrangiamenti di archi curati direttamente da Bjork a dare una atmosfera quasi dal tono neo classico. Poi la sua voce ora straziante, ora dolce, in questo album più vicina che mai a qualcosa che sfiora il canto lirico.

“Vulnicura”, per sintetizzare, è il disco che probabilmente metterà d’accordo sia gli estimatori della Bjork più sperimentale (perchè sì, abbiamo usato un paio di volte la parola pop, ma l’album non è affatto di facile fruizione, non ai primi ascolti), sia chi attendeva con ansia un piccolo passo indietro, un equilibrio tra follia creativa e cuore. Quell’equilibrio che solo l’amore, anche quello finito male, quello che quando ti taglia le vene assomiglia maledettamente alla morte può dare.


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