Intervista a Daniele Ronda

Intervista a Daniele Ronda

Mentre continua “La Rivoluzione – Tour”, di Daniele Ronda, lo abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del suo nuovo album “La Rivoluzione”. Il cantautore piacentino ha fatto il suo esordio discografico con l’album “Daparte in folk”, inserendosi tra le voci più autorevoli del folk italiano. Il disco contiene duetti con Davide Van De Sfroos e Danilo Sacco (ex cantante dei Nomadi), oltre ad alcuni brani scelti per diventare la colonna sonora del film “La finestra di Alice”. Nel novembre 2012 ha pubblicato il suo secondo disco, “La sirena del Po” (oltre 10.000 copie vendute), e dal 1° dicembre dello stesso anno (con lo storico live al Palabanca di Piacenza, dove registra il sold out con oltre 3.000 persone paganti!). Nel 2012 ha vinto il premio Mei come “Miglior progetto musica giovanile sul dialetto” e nel 2013 ha ricevuto il Premio Lunezia Etno Music. Il 25 marzo è uscito il suo terzo disco “La Rivoluzione” (prodotto da JM Production/Bollettino Edizioni Musicali e distribuito da Artist First nei negozi tradizionali, in digital download e sulle piattaforme streaming), per il quale Daniele Ronda ha ricevuto il Premio Enriquez 2014- Città di Sirolo (miglior album dell’anno per la Categoria Musica Pop e d’Autore).

C’è qualcosa in particolare, di quando eri piccolo, che ti ha segnato e che ti ha fatto venir voglia di fare il cantautore?
Ho dei ricordi molto vivi del mio amore per la musica sin da quando ero bambino, prima ancora che farla avevo la voglia e il bisogno di ascoltarne tanta. Per fare questo mestiere è necessario provare un amore vero per la musica. Col tempo ho capito che esprimermi, raccontarmi attraverso la musica era la cosa più semplice e naturale che potessi fare. Tuttora, è il modo più forte e più vero, e certe cose posso dirle solo attraverso la musica.

Com’è la scena musicale piacentina?
Piacenza è sempre stata una città ricca di musicisti, in particolar modo di strumentisti; è mancata in un certo senso l’originalità e soprattutto mancava un legame tra i suoni e il territorio. Io e la mia band abbiamo rischiato molto proprio su questo piano, componendo brani che rimandano e raccontano le nostre radici e per mezzo dell’uso del dialetto.

Cosa ne pensi del mondo della musica folk in Italia?
Esiste ed è un panorama molto importante, anche se in alcuni periodi nascosto e messo da parte, ma esiste un grande fermento legato al folk soprattutto nel sud Italia: mi sono confrontato tanto con queste persone del sud, curiose e volenterose di conoscere tradizioni legate anche ad altri luoghi. Oggi il folk non è una questione di moda, ma è legato ad un discorso sociale, quanto altri generi musicali, contraddistinguendosi per il colore e la genuinità.

Il tuo ultimo disco s’intitola “La rivoluzione”. Tutti si lamentano, giovani e non giovani, per la disoccupazione, per i problemi sociali, e tutti parlano di rivoluzione, ma perché poi nessuno fa davvero qualcosa? Non ci sono manifestazioni e scioperi che avvengono in maniera naturale. Sono sempre decise e ben programmate. La gente in piazza non ci va. Perché il popolo non si ribella davvero? Dici che alla fine ci lamentiamo tutti parecchio, ma non stiamo così male da rischiare di perdere anche quel poco che abbiamo?
Io credo che questa cosa faccia un po’ parte di noi, del nostro Paese, non ci basta sfiorare il fondo, ma affondarvi dentro. Forse alle generazioni di oggi, la mia compresa, non c’è stata inculcato lo spirito di difesa dei propri diritti e della propria serenità, si credeva non ce ne fosse bisogno. Per questo penso che la rivoluzione vera oggi debba partire innanzitutto dentro noi stessi, e solo in un secondo momento scendere in piazza, ricostruendo ciò che siamo e ciò che ci è intorno.

Quali sono gli altri temi del tuo disco. Cosa per te è davvero importante cantare e raccontare?
La rivoluzione è una sorta di concept album di tanti temi diversi  tra loro correlati: l’unione del nord e del sud, la voglia di rialzarsi, casa mia (ad esempio il brano “Gli occhi di mia nonna”).
Argomenti diversi ma con un grande filo conduttore: quella rivoluzione che ci riconduce alla felicità.

Cambiando discorso, come hai conosciuto Nek e come hai iniziato a collaborare con lui, anzi, a scrivere per lui?
La cosa è avvenuta in maniera piuttosto “casuale”: era il 2003 e io ero in studio a lavorare su un mio pezzo e in un momento di pausa, suonai al pianoforte un pezzo allora nuovo, e il manager di Nek, allora presente, disse «Questo è il nuovo singolo di Nek!». Poi è venuto abbastanza spontaneo continuare la collaborazione.

Hai scritto anche per Mietta e Di Cataldo. Secondo te, però, perché questo tipo di artisti vengono un po’ criticati e giudicati dalla gente che fa un certo tipo di musica più “impegnata” e indipendente e anche la critica musicale stessa non li mette mai sullo stesso piano di altri cantanti e cantautori? Cosa manca a questi cantanti, che vengono definiti dai più nient’altro che pop. È un problema di testi e di tematiche? Dipende dalla musica che scelgono di accompagnare alle parole?
Io credo che più che altro siano le scelte che si fanno: il  cantautore parte da ciò che è; essere un interprete significa, invece, scegliere dei testi altrui che poi bisogna cucirsi addosso, trovare i brani che meglio descrivono il proprio io, il proprio vissuto; questa è la prima differenza sostanziale. Ci sono poi tanti interpreti famosi, si pensi alla Mannoia, che sono altrettanto importanti dei cantautori, forse per aver mantenuto una coerenza di scelta, di approccio, di live, rimanendo così credibili anche cantando brani altrui.

Raccontami qualcosa dei Folklub…
È la mia “famiglia”, la squadra che viaggia, vive, mangia con me per oltre 100 date all’anno; con tutti i musicisti ho creato un rapporto tale che quando siamo sul palco ci capiamo al volo. Questa è la cosa fondamentale che ci permettere di stare sempre bene, di divertirci e farci sentire a casa ovunque.

Perché la scelta di usare il dialetto piacentino in certe tue canzoni?
Semplicemente perché certe cose dette in dialetto hanno un’efficacia e un colore diverso, risultano più autentiche. Il dialetto è un linguaggio comunicativo diverso, e in alcune occasioni tanto naturale quanto perfetto.

Il tuo disco d’esordio “Daparte In Folk”, ha venduto oltre 5.000 e ha vinto il premio Mei come “Miglior progetto musica giovanile sul dialetto”. Mica poco visti i tempi che corrono… Cos’hai provato quando è successo? Ti sei detto: “Ok, ce l’ho fatta.”?
No, non me lo direi neanche se avessi venduto 5 milioni di copie: certi progetti discografici che ci stanno dando tanto sono stati costruiti km dopo km, mattone dopo mattone, persona dopo persona, e quindi li abbiamo visti davvero crescere. Questo fa sì che qualunque cosa ci accada, positiva o negativa che sia, è vissuta con una grande preparazione, con grande forza.

Progetti futuri?
Con la mia squadra, i Folklub, siamo in studio a lavorare e sperimentare, un lavoro di ricerca che prosegue e non si ferma mai.


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