Marilyn Manson, The Pale Emperor, COOKING VINYL

Marilyn Manson, The Pale Emperor, COOKING VINYL

I fans più informati sulla carriera del Reverendo sapevano bene che il “teatrino horror” che ha sempre caratterizzato la sua musica ma soprattutto la sua immagine stava per calare il sipario. Quell’immagine trasgressiva che tanto ha dato in termini di popolarità al personaggio, ha spesso però per paradosso ingabbiato ed obbligato ad uno stile il talento della persona, che di più poteva dare. Così dopo i buoni “Antichrist Superstar” e “Mechanical animals”, gli episodi successivi sono stati una sorta di scimmiottamento di se stesso, di quel se stesso che in realtà non esisteva più (o che forse non è mai esistito).

Il gioco ad un certo punto ha iniziato a non reggere, ai suoi concerti hanno iniziato a vedersi le famiglie, le sue follie sono divenute semplici pose per i fotografi e non facevano più paura a nessuno. La chiesa ha smesso gli esorcismi e si sa, il Diavolo esiste solo se c’è un angelo che gli fa da contralto. Ma il Diavolo aveva talento e proprio nel momento in cui lo si era dato per morto, è risorto. Si, perché questo album per Manson rappresenta una vera e propria rinascita stilistica e non solo. Lo si intuisce fin dalle prime note in cui, chi lo avrebbe mai detto, il nostro parte con un pezzone “Killing Strangers”, dall’incedere hard blues, più figlio del sound di Jack White che di Ozzy.

La nuova ed inaspettata vena bluesy nel proseguo dell’album si miscela ovviamente al primo amore, quell’hard rock dal retrogusto industrial. Un sound che però non da mai la sensazione di essere tirato per i capelli, o cibo preconfezionato per accontentare la massa. Al disco ha messo mani Tyler Bates, noto compositore di colonne sonore per la tv e il cinema, una collaborazione anch’essa inaspettata e vincente. Scelte coraggiose quelle di Manson, se pensiamo che una virata così violenta verso nuovi lidi sonori gli avrebbe potuto far perdere lo zoccolo duro dei fans, senza la certezza di conquistane altri. Non sarà così, perché il tutto suona sincero. Oltre al blues nel disco è evidente una certa passione del Reverendo per un certo piglio gotico tipico della new wave anni ’80, “Third Day of a Seven Day Binge” e “The Mephistopheles of Los Angeles” suonano infatti quasi come una dichiarazione d’amore per quelle atmosfere. Per non farsi mancare nulla in “Emperor” c’è anche il pezzone “tamarrock”, rappresentato da “Slave only dream to be king”, potenzialmente la “The beautiful people” del nuovo millenio, e ci sta un richiamo al passato, se di quel passato si recupera il meglio. La chiusura del disco è affidata al pezzo più intenso del disco, “Odds of Even” brano dall’atmosfera torbida in cui il blues si cala nelle tenebre in un Mondo malato in cui malattia e cura magicamente convivono… L’anticristo è risorto!


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