Papa Roach – F.E.A.R.

Papa Roach – F.E.A.R.

F.E.A.R. face everything and rise, oppure fear, come paura, la paura che avevo di ascoltare l’ottavo lavoro discografico della band californiana “Papa Roach“, già, perché dopo aver ascoltato “Warriors“, il singolo che aveva anticipato l’uscita dell’album, ero rimasto davvero perplesso.

Io, che amo questa band, Io che sulla “Pacific coast higwhay“, sì, la mitica “Route 1“, da Los Angeles a San Diego, ho praticamente consumato la compilation, fatta appositamente per quel viaggio on the road, contenente pezzi sacri come “Life is a bullet” oppure “She loves me not“, sono rimasto sconvolto al primo ascolto da quel singolo. Troppo diverso dai precedenti lavori, troppo vicino agli standard di oggi, dove o fai questo o non vendi, semplice, no? Quindi cosa fare? Seguire la massa oppure continuare dritti per la propria strada?

Ecco quindi che con tantissima paura ho ascoltato il nuovo album “F.E.A.R.” e per fortuna, la paura è (un po’) scomparsa, le premesse avute in precedenza mi facevano pensare a qualcosa di nuovo, magari qualcosa di più elettronico e sperimentale, invece bene o male, i Papa Roach, sono rimasti sulla stessa strada del precedente album, “The Connection“, soprattutto per le “ballate” come “Love me till it hurts” che ci riporta alla vecchia “Leader of the broken hearts“, e “Never have to say” un po’ troppo simile a “Before i die” contenuta anch’essa nel precedente album.

Troppe similitudini, nei testi, nei riff, nei suoni delle chitarre, nella struttura delle canzoni e nelle melodie, però tutte ti trasmettono quell’energia, quella carica di adrenalina, e quella voglia di saltare, che solo chi ha visto i Papa Roach dal vivo conosce.

Uno dei pezzi che aspettavo con più ansia era “Gravity” featuring Maria Brink degli “In This Moment“, bello l’intro rappato, bello tutto, tranne indovinate un po’ cosa? Esatto, proprio il ritornello cantato dalla Brink che mi aspettavo spaccasse tutto, invece è una noia mortale!

Cosa succede Coby? Finite le idee? Personalmente ho amato e continuo ad amare “The Connection“, e mi aspettavo molto di più da questo album, in quanto quello precedente aveva già detto tutto quello che c’era da dire, in più l’evoluzione avuta dal cantante stesso, nella sua vita privata, mi aspettavo portasse qualcosa di buono, oltre che testi un tantino più “religiosi”, che, quasi avvicinano la band al “Christian metal“.

Posso comunque tirare un sospiro di sollievo, perché in questo mondo dove tutto cambia, nel bene o nel male, i Papa Roach sono rimasti gli stessi, e questo album non è così male come credevo, anzi, credo che otterrà ancora più successo del precedente.

 

Eleven Seven Music/Warner 2015

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