THE NIRO, l’intervista

THE NIRO, l’intervista

A quasi un anno di distanza dalla partecipazione al Festival di Sanremo, ed in concomitanza con la recente uscita di “1969”, il suo primo album in italiano, abbiamo scambiato quattro chiacchere con l’artista romano Davide Combusti in arte The Niro (in omaggio al suo grande amore per il cinema). Ha collaborato con molti artisti internazionali, gente come Amy Whinehouse, Deep Purple, Badly Drawn Boy. Giusto per sparare qualche nome. “1969”, che è anche il titolo del pezzo portato a Sanremo quasi un lustro fa, è il suo quarto album. Ecco cosa ci ha raccontato…

“1969”, il tuo primo album in italiano, è uscito già da qualche mese, come sta andando?

Sono molto soddisfatto. E’stato un atto quasi masochistico passare dai testi in inglese a quelli in italiano. Ho sentito che dovevo farlo per dimostrare a me stesso che non stavo scappando dal mio paese. In altri momenti sarebbe stato preso come un atto di furbizia, ma per come è messa la musica italiana oggi nessuno può averne nemmeno il sospetto. Oltretutto per paradosso l’album mi ha aperto anche inaspettate strade internazionali. Il brano “Eroe” è stato scelto da Sky come “colonna sonora” del programma televisivo “24 ore per morire”, pezzo che farà da sotofondo al programma in tutto il Mondo. “Eroe” uscirà a breve anche come quarto singolo del disco.

Il Festival di Sanremo è alle porte. L’anno scorso hai partecipato. Che ricordo hai? Lo guarderai da spettatore
quest’anno?

Il ricordo è positivo, anche se avevo la febbre a 40 e senza chitarra sul palco mi sentivo un po’ spaesato (ride). A parte gli scherzi, oltre aver fatto felici i miei parenti, ho socializzato con molti miei colleghi come Zibba e Diodato. Non l’ho vissuto con asia, ma come una vetrina. Quest’anno lo guarderò, non sono uno di quelli con la puzza sotto al naso. E’ comunque un fenomeno di costume, dal quale poi qualcosa di buono oltretutto esce sempre.

Hai affermato che i testi in italiano sono nati anche per non fuggire dal tuo paese. Questo mi riporta ad una tua
partecipazione a “Woodstock 5 stelle” nel 2010, una manifestazione del Movimento…

La politica mi interessa, anche se non entra direttamente nelle mie canzoni. Quella partecipazione però non aveva a che fare con una presa di posizione politica, ma civile. Si manifestava per non avere pregiudicati in parlamento, per intenderci, cose che dovrebbero interessare sia a chi è di destra sia a chi è di sinistra. Infatti hanno partecipato artisti di aree diverse, con me sul palco c’era Caparezza, Max Gazzè. Poi il movimento, entrato in parlamento ha perso un po’ quel connotato “apartitico”. Non ti dirò mai per chi voto, ma la mia partecipazione a quella manifestazione non è un indizio (ride).

Tornando alla musica. Scrivi colonne sonore per il cinema. Questa tua attività influisce nella scrittura delle tue
canzoni?

L’approccio alla stesura delle colonne sonore è il canonico. Mi metto a guardare le immagini su cui devo lavorare, leggo la sceneggiatura e mi ispiro al tema. E’ successo solo in un caso che un pezzo inizialmente nato per il cinema diventasse una canzone. “Qualcosa resterà” presente in “1969” è la rivisitazione di un brano presente nella colonna sonora del film “Mr. America”. E’ un caso raro, di solito per i miei pezzi agisco di istinto, e qualche volta sfrutto l’attività onirica.

Del paragone con J. Buckley nel tuo modo di cantare non te ne faccio parlare, ne avrai la nausea. Ascoltando ieri il
nuovo di Carmen Consoli e subito dopo il tuo disco e ci ho trovato delle attinenze. Dico una cazzata?

No anzi! Nessuno mi aveva paragonato a lei, ma mi fa molto piacere. Oltretutto la mia carriera è partita proprio aprendo un suo live a Londra. E’ li che mi notò e contattò un dirigente di Universal inglese. Ora che mi ci fai pensare in effetti un pezzo del mio disco “Pindaro” ha assonanze col lavoro di Carmen. Inoltre, complimenti per l’orecchio, le tastiere del mio disco e del suo nuovo lavoro sono suonate dallo stesso musicista, Roberto Procaccini che evidentemente ha saputo influenzare i nostri lavori con la sua personalità.

A breve oltre Sannremo ripartono i talent. Cosa ne pensi?

L’idea di cantare cover mi fa rabbrividire. Non amo fare pezzi degli altri. Dal vivo ogni tanto propongo “Summertime” di Janis Joplin, è il massimo che posso fare. Oltretutto ho già qualche disco alle spalle, mi sentirei patetico ad un talent. Certo che se un giovane non riesce a sfondare in altro modo, come ultima spiaggia…

Dopo l’album in italiano pensi di tornare a testi in inglese o rimanere su questa strada?

Anche “1969” in realtà è nato in inglese e poi lo ho tradotto in italiano. Ora uscirà la versione anglofona per il mercato americano oltretutto. L’italiano è una lingua ostica. Ho scritto cose nuove e per il momento mi sono uscite sponataneamente in inglese. Potrei utilizzare lo stesso procedimento di “1969”, o forse no. Staremo a vedere, non ho strade predefinite da seguire. Seguirò l’istinto.

Hai definito 1969 un disco in movimento. Ci spieghi meglio in che senso ed in quali canzoni questo concetto è meglio
espresso?

Bhe… in “Non riesco a muovermi” c’è l’essenza di un periodo della mia vita in cui per problemi personali stavo molto male emotivamente. L’immobilità del titolo è però messa in contrasto con il ritmo spezzato del pezzo ed il mio cantato quasi ossessivo, come a dire a me stesso: “alzati, muoviti, reagisci”. Nella finale “Eroe” racconto proprio quel momento di rinascita in cui il tempo ha fatto il suo dovere ed ho ricominciato a muovermi, ad agire.



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