Colapesce, Egomostro

Colapesce, Egomostro

Che il secondo album sia sempre il più difficile nella carriera di un artista (citando un celebre pezzo di Caparezza), non è una novità. Per Colapesce l’inquietudine per la seconda prova è stata talmente violenta al punto da volerla enfatizzare e raccontare, forse in qualche modo anche esorcizzare, dando al disco un titolo inequivocabile,”Egomostro”.

L’album arriva a tre anni dall’esordio “Un meraviglioso declino”, non un esordio qualsiasi considerandoche il lavoro ha vinto la Targa Tenco come migliore opera prima. Una partenza fulminante, un piacere ma anche un fardello. Ed è così che, se nel primo album lo sguardo e la penna del cantautore analizzava e si soffermava sulle storie con piglio quasi da narratore esterno, per stessa ammissione di Colapesce questo è un disco intimista, molto più personale.

Una sorta di diario in cui il nostro si guarda allo specchio e racconta come ha vissuto e passato gli ultimi anni, di come in qualche modo quell’ego scombussolato nel bene e nel male dal successo abbia reagito emotivamente. Lo sfondo e lo scenario sonoro non si distingue molto dal precedente episodio, ciò che cambia è la prospettiva. in “Un meraviglioso declino” al centro dell’attenzione c’era una sorta di fotografia della vita dei trentenni nell’era della crisi, qua ci sono tutte le sfumature del suo personalissimo stato emozionale. Paura e ansia in particolare la fanno
da padrona.

Prodotto dallo stesso Colapesce in collaborazione con Mario Conte, alle registrazioni dell’album hanno preso parte musicisti del calibro di Giuseppe Sindona, Fabio Rondanini (Niccolò Fabi, Afterhours), Vincenzo Vasi e Benz (collaboratori di Vinicio Capossela) e il sassofonista Gaetano Santoro. Con un team del genere arriva all’orecchio sin dalle prime note una cura per il suono superiore a quella del già ben prodotto esordio, dal sapore però più asciutto.

Se la costruzione dei pezzi rimane comunque riconducibile al personalissimo stile del cantautore, la grande quantità di strumenti utilizzati (Flauti, chitarre elettriche, violini, viole ed addirittura un theremin) da al tutto un aria decisamente più complessa.

La ricerca di un sound più barocco, ci si passi il termine, la si sente già dall’introduttiva “Entra pure” e prosegue con l’inaspettata escursione elettronica in “Dopo il diluvio”. Ma dopo il diluvio arriva sempre il sereno ed in “L’altra guancia” si ritrovano certi suoni più confidenziali e più riconducibili al cantautorato degli esordi. Tra i brani più interessanti del disco segnaliamo “Sold out”, una riflessione sull’amore ai tempi dei social network in cui la base elettronica ricostruisce bene quella sensazione di solitudine ed inquietudine, quasi un blues moderno, che si ha in questo nuovo modo di comunicare che da l’illusione di sentirci vicini, ma spesso inesorabilmente ci allontana. In “Passami il pane” c’è l’amore, in “Copperfield” inaspettate percussioni quasi afro si miscelano all’elettronica in un gioco suggestivo e ben riuscito. Poi tra qualche eccesso di sperimentazione (“Brezsny” suona troppo paraculamente “synth pop anni ’80) e ballate in stile cantautorale puro come la dolce “Reale”, arriva il pezzo più riuscito del disco, “Maledetti italiani”. Un blues elettronico in cui Colapesce laconicamente critica, o forse prende soltanto atto, di quanto l’Italia si un paese fermo non solo per la crisi, ma anche purtroppo per il nostro carattere troppo spesso remissivo.

A fine ascolto ci si sente leggermente e piacevolmente spiazzati dal lavoro di Colapesce, un album capace di tenere
quel piglio cantautorale dell’esordio, ma di suonare moderno e coraggioso.

Etichetta : 42 Records


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