I ’90? Non solo Cobain. I magici anni del crossover…

I ’90? Non solo Cobain. I magici anni del crossover…

Nove persone su dieci alla domanda: “Qual è il fenomeno musicale che ha caratterizzato gli anni ’90?” Risponderanno con due parole secche: “Nirvana, grunge”. Un fenomeno che andava oltre i contenuti musicali, importante per il suo impatto sociale, la riaffermazione di quel nichilismo figlio del punk che unito al carisma di Kurt Cobain ha soffocato nella memoria dei più, anche di chi quegli anni li ha vissuti, un’altra corrente musicale che all’epoca gli appassionati più attenti hanno seguito con interesse: il così detto crossover rock e le sue varie declinazioni. La parola crossover dice tutto: miscelare ed amalgamare generi fino ad allora impensabili da far convivere in uno stesso progetto. Certo, le radici di tutto questo si trovano già negli esperimenti di Hendrix che con la sua chitarra era capace di unire blues, rock psichedelico, jazz e funk. La celebre “Walk this way” rifatta dai Run Dmc insieme agli Aerosmith datata 1986, con il suo video in cui le due band sono inizialmente divise da un muro, per poi ritrovarsi verso la fine della pellicola sullo stesso palco, è l’emblema di quello che successe circa cinque anni dopo, e per almeno dieci anni buoni. L’importanza di band dei ’90 come Red Hot Chili Peppers e Living Colour, è stata, su tutte, quella di sintetizzare quel germe in qualcosa di unico ed irripetibile. È triste pensare che molti ascoltatori del così detto nu metal attuale, di band come Korn o Linkin Park, non abbiano la più pallida idea di quanto lontano arrivi quell’attitudine, e di quanto forse il surrogato attuale di quella forma, sonora ma anche mentale, sia la brutta copia, a parere dello scrivente, di un luminoso periodo. A seguire vogliamo ricordare le band più importanti dedite al “miscugliazzo”, ma anche quelle purtroppo dimenticate e che avrebbero meritato maggior fortuna.

Red Hot Chili peppers “Power…”

Dietro gli esordi della band crossover per antonomasia ci fu niente di meno che George Clinton, mente principale dei Parliament e dei Funkadelic, che enfatizzò l’attitudine al Funk della band californiana. A questo va aggiunta la passione per l’hard rock, punk, metal rap degli allora ragazzotti. Tutto nelo stesso calderone. Al comando della ciurma i giri di basso di Flea. Negli ultimi anni hanno perso un poco la loro follia creativa, ma un album come “Blood sugar sex magic” rimarrà per sempre nella storia come l’esempio assoluto di quel modo caleidoscopico di concepire la musica.

Faith No more “Epic”

Se nei Peppers la matrice funk era il fulcro intorno al quale giravano gli altri generi, il frullatone della band di Mike Patton aveva ed ha (data la recente reunion) come punto di partenza l’heavy metal (tanto che i Metallica li vollero come band di supporto ad un loro tour, ancora giovanissimi), mixato in particolare ad un attitude quasi hip hop. In The Real Thing, datato 1989 è presente questo pezzo, pezzo per antonomasia dell’Heavy-rap.

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Living Colour “Funny”

Nella band newyorkese del chitarrista Vernon Reid, ex Defunkt, il crossover oltre che musicale prende un connotato anche sociale. Sono infatti considerati il primo gruppo di colore avvicinabile all’area metal. Le loro radici black però sono talmente forti da creare un connubio funk-rock che rasenta la perfezione. Riuscite ad immaginare James Brown che incontra i Guns n’ roses? Ascoltate il loro capolavoro “Vivid” e capirete di cosa stiamo parlando.

Urban dance squad “Demagogue”

Il crossover per sua natura meticcia si è sviluppato particolarmente negli Stati Uniti. Gli UDS sono stati l’eccezione europea. Originari di Amsterdam, si formano a fine ’80 durante una jam ad Utrecht. Il pubblico presente rimane sonvolto dal loro mix di hard rock, funk, rap, soul, reggae, ska e jazz. Nei loro live compare anche un dj, per dare un tocco elettronico al frullatone.

Primus “Tommi the cat”

Il progetto Primus gira tutto intorno all’estro di uno dei più grandi bassisti rock dei nostri tempi, Les Claypool. Mago dello slap, in tutti i suoi album picchia il basso come un martello pneumatico. Una tale tecnica e capacità di sfruttare le potenzialità dello strumento, tanto che agli esordi nelle sue band non era presente la batteria ma una drum machine. Uno che fa sezione ritmica da solo, insomma. Il frullatone dei Primus se si può, è ancora più ricco rispetto a quello delle altre band dell’epoca. Al Metal ed il funk si insinua una sorta di follia che ha fatto definire spesso la band come la versione hard della musica di Frank Zappa.

Rage against the machine “Killed in…”

Tra le band dell’epoca è certamente quella più votata a un sound hard. La matrice è sempre il metal, unito al rap, in questo caso non usato come escamotage ma come vera esigenza per esprimere concetti nel modo più “violento” ed incisivo possibile. Infatti nel crossover dei RATM entra con furore anche il connotato politico, di estrema sinistra. Questo pezzo ebbe un notevole successo radiofonico. La versione USA fu accorciata di un minuto per eliminare il ritornello: “Fuck you I won’t do what you tell me” (“Vaffanculo, non farò quello che mi ordini”), ripetuto in modo ossessivo nel testo originario.

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Fishbone “Party at Ground Zero”

Insieme ai Living Colour sono una delle poche band dell’epoca a fondere il rock bianco con influenze black. Nella musica di Fishbone non manca l’influenza del funk come in quella dei Colours, ma nel calderone è fortissimo il richiamo al reggae e allo ska. Il gruppo si forma nel 1979 nei ghetti di Los Angeles, e proprio la musica del ghetto portano alla ribalta, sconvolgendola e rendendola unica.

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24/7 Spyz “Stuntman”

Si formano nel ghetto nero di NY dove in quegli anni la scena rap era fortissima, imprescindibile. Invece no, i ragazzotti amano le loro radici, ma anche la musica bianca, quella più incazzata. A differenza di Fishbone e Living Colour in cui l’aspetto melodico-ritmico della musica nera è più marcato, qua l’hardcore-punk la fa (quasi) da padrona, unendosi in modo più leggero al reggae e al funk primordiale.

Psychofunkapus “We Are The Young”

Anche loro californiani. A differenza degli altri nomi citati, la band dal nome impronunciabile è formata da componenti di varie etnie. Ne consegue uno stile musicale ricco di influenze, più o meno le stesse di moda all’epoca. La novità sta nell’inserimento all’interno di una sezione ritmica funk ed un piglio hard rock, anche di spruzzate di rock psichedelico alla Beach Boys. Una delle band più orignali del tempo, ma anche purtroppo più sfigate dal punto di vista commerciale. Sarà stato per via di quel nome? Peccato!

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Infectious Grooves “Stop Funk’n With My Head”

Gli Infectious Grooves sono il side-project di Muir dei Suicidal Tendencies. Il suo momento di relax, probabilmente per tirare fuori le radici latine in musica. Nel progetto, il trash metal suonato con la sua band principale, prende un’inaspettata forma funk. Fa sorridere il pensiero che nei cori di alcuni pezzi degli Infectious ha spesso partecipato Ozzy. Riuscite ad immaginarvelo mentre ancheggia sulle note di “Sex Machine” di James Brown? Follia allo stato puro!


Rapsodia “Adrenalina”
In Italia il genere era molto seguito, ma poco suonato. I lombardi Rapsodia provarono a proporsi come i nostri RATM. In questo pezzo un bassone funk si intreccia ad una robusta dose di metal. Buona l’idea, discreto il successo all’epoca, testi così così, ma almeno ci hanno provato…

Casino Royale “Dainamaita”
Il crossover pen antonomasia in Italia ha un solo nome: Casino Royale. Qua per crossover si intende però un’attitudine che va oltre la definizione data fino ad ora nel nostro articolo. Nei loro album è passato il trip hop bristoliano, l’hip hop delle periferie milanesi, il rock, la drum n bass e le radici melodiche nostrane. Nell’album Dynamaita l’esperimento, riuscitissimo, è stato quello di infilare qualche inserto metal nel loro già ricco contesto musicale e culturale.

 


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