Ryan Bingham, Fear And Saturday Night

Ryan Bingham, Fear And Saturday Night

Il ritorno al folk americano di questi anni ha prodotto molti buoni dischi, ma anche un numero esagerato di paraculate costruite a tavolino da figli di papà, che sulla scia del propizio momento commerciale si sono infilati una camicia di flanella, imbracciato una chitarra e provato a proporsi come i novelli Bob Dylan.

La tale quantità di materiale discografico in quell’area sta però ultimamente iniziando a stancare, ed escluso qualche nome di rilievo, le nuove uscite promosse dalle etichette come la new sensation folk passano inosservate. Proprio per questo motivo abbiamo deciso di recensire il nuovo lavoro di Ryan Bingham, non proprio uno sconosciuto si intende, ma uno che merita di essere tirato fuori dalla mischia del “folkettari” dell’ultima ora, o comunque dalla sua nicchia (tutta italiana, considerando che nel 2010 ha vinto l’oscar con la canzone “The weary kind”).

Una delle caratteristiche più fastidiose nelle composizioni dei grupelli allo sbaraglio del genere, sono i testi che parlano di vita di strada e vita difficile, il tutto unito ad un atteggiamento da randagi. Ma poi lo sai che nella realtà vivono in quartieri borghesi e la loro prima chitarra da mille dollari gliel’ha comprata mammà.

Ryan Bingham, barba sfatta, cappellaccio da texano e stivaloni d’ordinanza è invece uno che la sua strada ha dovuto costruirsela da solo, con fatica. Lo senti subito che in quella voce catarrosa alla Tom Waits non c’è finzione, ma tutta una vita di sofferenze. Il nostro ha vissuto sulla sua pelle la perdita dei genitori, morti giovanissimi, il padre suicida, la madre per l’alcolismo. Ha vagabondato per le strade polverose d’America, lavorato ai Rodei, e la sua unica salvezza è stata la musica.

La musica, appunto. Diciamo subito che questo suo nuovo disco è tutto tranne originale. Trattasi di classico folk-rock, nell’incedere, nella canonica struttura dei pezzi, alternati tra ballate profumate d’America e brani mid tempo chitarra-voce-armonica, con qualche innesto di organo hammond a colorare il tutto di un retrogusto vagamente vintage. Cosa ha di speciale allora? E’ maledettamente sincero!

Ryan emoziona proprio per la sua semplicità quando canta con il suo vocione alcoolico sin dall’iniziale “Nobody know trouble”, che suona immediatamente come un classico texano. La dylaniana “Broken heart tattoos” fa uscire dalle casse dello stereo la polvere di certi film americani girati nel deserto, portandotela direttamente in casa. In “Adventures of you and me” arriva al blues, immancabile divagazione in dischi del genere, e lo fa con la consueta classe. La ballata da lacrimuccia, da titoli di coda “My diamonds is too rough” chiude il cerchio di un album semplicemente emozionate.

Per ritrovare la tranquillità, e forse fare pace con una vita non certo facile, l’artista ha registrato questo suo quinto album in una roulotte isolata nelle montagne della California, senza elettricità ed in totale solitudine. Roba che se la avessimo letta tra le note del disco di un’altro musicista della sua area avremmo pensato alla solita trovata commerciale per dare un tono al lavoro, ma trattandosi di Ryan non ci permettiamo di pensare male. Qualche riferimento in più per invitarvi all’ascolto: immaginate le canzoni di Ryan Adams, spruzzatele di tequila ed aggiungete
un tocco di shoutern rock. Questa la ricetta.

Etichetta
Axster Bingham Records (CD)

L’ARTISTA SARà IN ITALIA PER UNA UNICA DATA IL 10 FEBBRAIO (Salumeria della musica – Milano) 


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Bob DylanFolkRyan Binghamtom waits

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