Sapevo esattamente cosa fosse l’amore‏, la recensione

Sapevo esattamente cosa fosse l’amore‏, la recensione

Come si può definire una cosa così evanescente come l’amore? Non basta mostrarlo, e nemmeno raccontarlo, forse suonarlo? No, queste tre cose singolarmente non potranno mai arrivare a descrivere il sentimento più profondo e antico di tutti, ma forse, insieme… È dall’unione del teatro con la musica, infatti, che il collettivo artistico Macelleria Ettore porta in scena Cechov, ma non il classico Anton Cechov che gli amanti del teatro sono abituati a ritrovare sul palcoscenico, no. Sapevo esattamente cosa fosse l’amore prima di innamorarmi porta a teatro lo spirito e l’anima profonda del drammaturgo russo: in scena non c’è una sua opera ma tutta la sua concezione dell’amore.

Questo spettacolo è il terzo studio affrontato dal collettivo, fondato e diretto da Carmen Giordano, sullo scrittore russo. Basandosi sui racconti di Cechov, ripercorsi attraverso il filo conduttore dell’amore, i quattro attori, con la regista e il giovane musicista Renzo Rubino, hanno trasposto per il teatro la vera essenza di Anton Cechov, condensando in poco più di un’ora e mezza, non solo la sua concezione dell’amore, ma della natura stessa dell’uomo. Un compito non poco impegnativo ma eseguito con eleganza e intelligenza, con un risultato molto più che entusiasmante.

La location dello spettacolo è di nuovo la bellissima sala La Cavallerizza, scenario del Teatro Litta adibito ad accogliere gli spettacoli inediti e originali della rassegna Apache, i nuovi orizzonti del Litta. A differenza dello spettacolo White:Wide:Wet, nel quale lo spettatore si è dovuto accomodare al proprio posto al buio, questa volta la sala è illuminata ed è anche presente un piccolo palcoscenico, dove gli attori e il musicista sono già in posizione di partenza. Entrambi vestiti tutti di nero hanno l’aria pensante e quasi annoiata, di chi non vede l’ora di finire una cosa che non ha molta voglia di affrontare ma per la quale non c’è scampo. E, in effetti, l’argomento della serata è abbastanza scomodo: chi avrebbe voglia di affrontare l’amore? Ma non appena la musica del tanto giovane quanto bravo Rubino inizia a risuonare per la sala, anche gli attori si rianimano e sembrano ritrovare l’energia giusta per affrontare lo spettacolo.

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L’opera è composta di frammenti di storie d’amore che sembrano totalmente scollegate l’una dall’altra, ma che si susseguono incastrandosi fra loro ancor meglio di un puzzle, per formare l’immagine di Cechov. Nelle opere del drammaturgo russo nessun uomo è uguale a un altro, come nessun amore assomiglia a un altro. Anche in quest’opera ogni storia d’amore è unica e inimitabile, quasi l’opposto di quella che la seguirà e anche di quella che l’ha preceduta. I quattro attori (anzi è meglio dire cinque, perché Rubino è da considerarsi parte attiva della scena) seppure costretti ad affrontare numerosi personaggi tutti diversi nell’arco di pochissimo tempo, riescono a trasmettere al pubblico la verità e la purezza delle loro storie d’amore. Da madre a moglie, da sposo ad amante, da figlia a desiderio d’amore, le evoluzioni dei personaggi dell’opera sono continue eppure sempre credibili e struggenti. Il legame costante fra una storia e l’altra, e fra un personaggio e l’altro, è la musica, appositamente scritta ed eseguita dal vivo da Renzo Rubino. Il cantautore italiano è della classe ’88, ma ha già inciso tre album e vinto numerosi premi, partecipando a due edizioni del Festival di Sanremo. Una promessa della musica italiana che ha fatto un ottimo lavoro anche per questo spettacolo, dando un rilevante contributo a tutta l’opera, arricchendola e amalgamandola con le sue note e (alla fine) anche la sua voce.

Il lavoro registico di Carmen Giordano è assolutamente pertinente ai racconti di Cechov, e l’interpretazione degli attori è stata davvero empatica. Uno spettacolo da non perdere, che fa riscoprire non solo l’amore, ma il lato umano di ognuno di noi.



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