Il viaggio

Il viaggio

Di: Karla Hajman

 

Volo spesso tra lo stivale e Berlino. Con Easyjet, perché è l’unica low cost che mi permette di portare la mia chitarra, l’ukulele e il Mac come bagaglio a mano. Siccome sono in possesso di un compressore atomico tascabile, riesco a comprimerli tutti e tre abbastanza da passare come un solo bagaglio.

Com’è cambiato volare. Cinque anni fa la possibilità d’incontrare una gita scolastica in un aereo tendeva a zero. O a meno infinito. Ora, è la regola d’arte. Vorrei dire alla carissima Easyjet di mettere “Allarme gita” sul loro sito, al momento della prenotazione dei voli, e offrire almeno 20% di sconto agli altri passeggeri.

Perché il fastidio cresce proporzionalmente alla quota, appena ci si alza dalla pista. Mi sono pure chiesta: “Ma sono diventata una vecchia inacidita, pur facendo l’artista, se il brufolo fermentante, le frasi a squarciagola e qualche chilo di trucco assolutamente superfluo da adolescente imparanoiata, mi danno così fastidio?”

Poi ho capito che il problema è un altro. Ogni volta che viaggio con una scolaresca a bordo, combatto il forte istinto di strappare il citofono dalla buon assistente di volo e urlare: “Ragazzi, non sapete viaggiare. Se andate a Berlino con l’ottica da branco ve la perderete tutta. Non aprite il Lonely Planet. Non rimanete nel gruppo, parlando solo in italiano!”.

A Berlino bisogna perdersi per non perdersela. È la città degli sperduti. Per assaporarla, uno deve girarsela da solo. Provare, per almeno una volta, di farsi capire in un miscuglio linguistico non identificabile, con ausilio di mani, piedi, bocca e qualsiasi altro organo corporeo che sia in grado di collaborare. Il tutto per ordinare un cappuccino e un croissant a cinque euro. Per scoprire che è più facile comprare erba o MDMA a gesti la sera, che la colazione, sempre a gesti, la mattina. Perché i pusher non sono solo poliglotti, sanno leggere nel pensiero.

Il buon Lonely Planet non vi dice che la fine di un quartiere alternativo, altamente gentrificato, è in vista appena apre il primo supermercato bio. Né vi racconta degli affitti triplicati negli ultimi tre anni. Né vi informa che gli hipster sono diventati così mainstream che si sono ormai ridotti a cloni. Né vi consiglia di lasciare la bottiglia di birra vuota sul cestino, in modo che le nonnine turche o i barboni se li possano portare via senza perdere dignità e tempo scavandoci dentro.

Non vi dice neppure quanto bello era viaggiare in autobus, da Padova a Praga. Com’è bello cuocersi per 16 ore là dentro, ammassati con esseri appartenenti ad almeno tre classi diverse. Respirare la stessa aria, infestata di rutti e scoregge, con dei perfetti sconosciuti che al ritorno diventano amici per la pelle, e che magari per cinque anni precedenti erano niente più che fantasmi incrociati sui corridoi.

Com’era bello senza lo Smartphone che vi dice in ogni momento dove siete. Com’era magico perdersi. Non sapere dove si è. Affrontare dei perfetti sconosciuti per ritrovare la strada giusta. Prendere le viuzze all’improvviso, senza sapere come si chiami la via successiva.

Com’è bello limonare rimuovendosi le tonsille a vicenda sugli ultimi sedili dell’autobus, contorti in posizioni che sfiderebbero qualsiasi insegnante di yoga berlinese, pur di raggiungere dei pezzi di pelle nuda sotto strati infiniti di vestiti (perché a Berlino “si muore dal freddo”).

Com’è fantastico, cruciale, insostituibile, imperdibile stare scomodi. Poche cose ti aprono il culo e la mente, come viaggiare. Poche cose ti insegnano l’empatia e l’apertura verso culture, religioni, usanze, popoli, persone diverse, come stare in viaggio. Ma non nel branco. Non con la guida turistica e lo Smartphone.

Ecco, l’ho urlato finalmente.

P.s.: Non esiste una prigione di tortura mentale più completa del tema libero. Grazie, Jaymag, per avermi dato l’occasione di notare questa contraddizione umana, dove il fatto di non avere un limite diventa il limite stesso.

Karla Hajman, in arte Stereochemistry, ha attraversato e ha vissuto in città come Belgrado, Vicenza, Padova, Stoccolma, Barcellona, Berlino, Londra, costruendo un percorso artistico e di vita pienamente europeo e globale.
Stereochemistry è l’espressione perfetta di un multiculturalismo che solo la musica può rappresentare ed esprimere al meglio.
“Ruins in Bloom” è il quarto disco di Stereochemistry, che la cantautrice originaria di Belgrado ha già pubblicato in Inghilterra e Germania nel 2014, e che segue i tre precedenti lavori: Vagabond Cabaret (2010), The Archive Box (2011), e SWEEP (2012).

 

http://stereochemistrymusic.com/



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