Block B, alla scoperta del fenomeno K-Pop

Block B, alla scoperta del fenomeno K-Pop

Diciamo le cose come stanno, io di questo K Pop non ne sapevo assolutamente nulla. Sabato sera ero a casa di mia madre con le gambe sotto al tavolo in attesa che la peperonata piccante facesse la sua comparsa sulla tavola quando ricevo la telefonata di Sergione, il fotografo di Jay Mag, che appena uscito dal Fabrique di Milano per un servizio a FKA Twigs, nota qualcosa di strano: “Sono appena uscito dal concerto e qua fuori è imballato di ragazzine con il sacco a pelo pronte ad affrontare la notte per il live di domani”. Domanda scontata da parte mia: “Chi suona domani?”. Risposta di Sergione: “Boh, che cazzo ne so!”. Bene. Dopo due ore mi richiama: “Risolto l’arcano, domani pomeriggio c’è lo show dei Block B”. Lo ammetto, mi parte un sonoro “I Block chi!?”, lui ride e mi fa: “Io comunqe ho preso dei pass stampa, ci vediamo là domani alle 19!”. Un concerto alle 19? si. Rispondo con un “Ok” automatico, e metto giù. Poi preso dalla curiosità inizio a smanettare on line, e mi si apre un Mondo. Da subito mi accorgo che nessun sito mainstreem e nessun media in generale da risonanza all’evento, contemporaneamente scopro che i Block B sono: il lato hip-hop del fenomeno K Pop, che hanno venduto 1000 biglietti in meno di una settimana, che i loro video hanno una media di 8 milioni di views, ma soprattutto che sono una Boy Band coreana e che a volerli a tutti i costi nel nostro paese è stato il team di KpopItalia, un gruppo numerosissimo e agguerritissimo di fan che dalla rete, muovendosi in totale autonomia, è riuscito a portarli a Milano.

Mi intrippo e passo alla visione dei video su youtube. Da questo deduco che quello che avrei visto domenica sarebbe stato un incrocio tra un concerto di Justin Timberlake e un remake dei Backstreet Boys, in salsa asiatica. Circa. Scopro anche che il movimento sta conquistando sempre più estimatori nel Mondo con coreografie e look d’avanguardia (i 7 ragazzotti intorno ai 20 anni sono truccati che nemmeno Boy George ai tempi d’oro…). Ok, domani mi aspetta l’esibizione di Zico, Jae Hyo, U-Kwon, B-Bomb, Taeil, P.O e Kyung. Ovvero i Block B (acronimo di Blockbuster). Mi preparo psicologicamente ad una invasione di ragazzine invasate e ci dormo su…

Domenica arrivo al concerto con una mezzora d’anticipo e iniziano le sorprese. La fila all’ingresso del Fabrique è lunghissima e sul marciapiede ci sono ancora gli avanzi di una notte passata al freddo in attesa dell’evento. La giovanissima umanità che compone il serpentone è quanto di più colorato e insolito io abbia mai visto in anni di concerti. Si passa dalla punkettina addobbata in manga style, alla ragazzetta di periferia. Qualcuna sfoggia un look hip hop, altre sembrano le tipiche ragazzine della porta accanto. Uomini zero, o quasi. Mi avvicino incuriosito per ascoltare i discorsi e, shock, scopro che le lingue estrapolate da quel chiassoso vocio sono almeno 10. Inglesi, ungheresi, italiane, asiatiche, ovviamente, ma anche ragazze africane… tutte insieme per il concerto dei loro nuovi idoli.

Entro nel locale e, ennesima sorpresa, il pubblico multietnico in attesa che la band salga sul palco, canta a cappella in coreano! Nonostante il costo altissimo del biglietto (Lo standard 42 Euro, il vip 170), il locale si riempie. Mi avvicino sotto al palco accompagnato da quel coro quasi da stadio, incomprensibile ma dolce, quando dolcezza fa rima con un pensiero positivo, perché dal punto di vista sociologico (al di là di quello musicale), quello a cui sto assistendo ha davvero dell’incredibile.

Sono le 19, e come orologi svizzeri i magnifici 7 del k pop salgono sul palco. Parte un delirio di danze, cori e luci colorate che sventolano in aria. Dal punto di vista prettamente scenico l’atmosfera che si respira è quella del talent show televisivo. I quattro truccatissimi e in pose da pop star si lanciano in coreografie e danze, che pare di stare da Maria De Filippi. Inizialmente sorrido sarcastico, ma poi penso: “Chi se ne frega?”. Le ragazze si divertono e ballano, si abbracciano, piangono, ridono… tutte insieme, appassionatamente!

Dopo un paio di pezzi sul palco compaiono delle sedie e un traduttore. È il momento dell’incontro dei fan con la band in una sorta di talk show. Partono le domande delle ragazze, la band simpaticamente risponde ammiccando e mandando in delirio ormonale il pubblico. In quel momento il mio piglio sociologico prende il sopravvento, mi giro verso una italianissima fan dietro di me e le chiedo: “Di cosa parlano le canzoni del gruppo?”, la sua risposta secca: “Di amore, ma comunque, hai visto o no quanto sono boni?”.

Mi giro verso il palco e mi torna alla mente una mostra vista una decina di anni fa alla triennale di Milano intitolata “Tuttuguali”. Una carrellata di foto di primi piani di ragazzi asiatici, scattati da un’artista asiatica che “lamentava” il fatto che noi europei non riuscissimo a differenziare un giapponese da un cinese. Nel frattempo che la mia mente elaborava quello stravagante ricordo, la folla di ragazzine ordinata e felice ha iniziato a sfollare. Mi accodo, tirando le somme.

Come la sera prima, quando mi è arrivata la telefonata di Sergione, non credo di avere capito del tutto cosa sia il K pop, credo però di aver verificato quanto il Mondo stia cambiando (seppur con le sue contraddizioni, in meglio), di aver assistito alla parte buona della globalizzazione, quella che ha allargato l’orizzonte del gusto estetico, quella che nonostante qualcosa venga da molto lontano riesca a unire ragazze di ogni razza sotto lo stesso palco, quella che non ha bisogno di multinazionali per emergere, ma solo la volontà della gente di organizzarsi e fare girare le cose. Ok, lo so, stiamo parlando solo di musica pop, soltanto di ragazzine che per due ore hanno potuto abbracciare i loro idoli, forse un po’ plasticosi, forse senza grossi contenuti, ma per quello c’è tempo. Infondo, io impazzivo per i Motley Crue alla loro età…



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