Negrita, “9 è un lavoro dell’anima…”

Negrita, “9 è un lavoro dell’anima…”

La pochezza di certa musica italiana è direttamente proporzionale alla maleducazione e alla pochezza di certi giornalisti, in questo caso dei “critici musicali” (che in realtà non criticano mai niente ma fanno solo servizi).

Quello che rimane dell’incontro con i Negrita non è tanto quello che hanno detto, ma l’atteggiamento della stampa presente al Fabrique di Milano. I nomi grossi del giornalismo italiano, quelli delle grosse testate, quelli dei quotidiani, tanto per capirci.

I Negrita simpatizzano con quei certi nomi che hanno già incontrato tante volte e che entrando si siedono tutti vicini da una parte, fanno muro, si abbracciano e baciano con sorrisi a trentadue denti.

Inizia la conferenza. Negrita e “amici” si salutano, si mettono a farsi gli auguri, si mettono a leccarsi il culo a vicenda. Uno dei giornalisti in questione, appena entrato al Fabrique, alla domanda se volesse il cd, ha risposto senza mezzi termini e sbraitando: “Non voglio un cazzo, non me ne frega un cazzo!”; ridendo da solo, fiero della sua uscita, per poi avvicinarsi poco dopo al tavolo dell’ufficio stampa e prendersi il cd e la cartella dicendo: “Vedi, io faccio da solo. Vedi come sono bravo?”. Ovviamente senza aver rispettato la fila e dando quasi spallate. Si era già tolto la giacca, e sembrava fosse proprio nel suo salotto di casa, peccato che non fosse per niente il suo salotto di casa. Poco prima dell’inizio della conferenza il giornalista si avvicina ai suoi e dice: “Poche domande e veloci”.

Si comincia. La parola la chiedono subito quelli dei quotidiani grossi, ed ecco che la confernza in un attimo viene monopolizzata da loro. Qualcuno prova a chiedere se c’è del simbolismo nella copertina del disco, spera di trovarci, non so, il Black Dog dei Led Zeppelin, ma qui siamo in Italia, e tutto avviene per caso. Qui, i cani sulla copertina, ci sono perché di proprietà dei padroni dello studio di registrazione, che non si staccavano dai Negrita, come hanno raccontato loro stessi. Anche perché qui, se metti qualcosa di esoterico, sei subito tacciato di satanismo e in un attimo i dischi non li fai più, mai più.

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Il disco è stato scritto durante la loro partecipazione al musical Jesus Christ Superstar al Teatro Sistina di Roma. Pau ci tiene a precisare che loro non amano i musical, ma che Jesus Christ è un’altra cosa, e che ci sono cresciuti. Ted Neely ha anche prestato la sua voce per il brano “Ritmo umano”. Una delle cose che li ha stupiti era vedere Ted aggirarsi per il teatro davvero come Gesù Cristo. La gente gli si avvicinava e lui abbracciava tutti, li benediva, mancava poco che si mettessero in ginocchio. Ma non c’era grande spazio per l’improvvisazione durante il musical, anzi, è stato loro chiesto di svisare e metterci del proprio, ma non se la sono sentita, perché Jesus Christ lo conoscono tutti a memoria, e cambiare anche solo una nota avrebbe potuto far arrabbiare il pubblico.

Per Pau, “9”, è un lavoro dell’anima, un crossover di musica rock, anni ’80, blues, dove le chitarre ci sono e si sentono e gli assoli sono lunghi, cosa che non succede molto in Italia…

La conferenza finisce, è durata un po’ poco. Non c’è più tempo per le domande, e le persone presenti non sembrano aver molto da chiedere, né molta voglia. Forse il disco non ha ispirato grande interesse e quindi grandi domande… Tempo zero e si fiondano tutti addosso al buffet. Qualcuno scriverà quattro cazzate sull’uscita del disco e tutti contenti così. I Negrita, nel frattempo, sono già spariti e sono andati a fare qualche intervista singola.

Comunque, dopo il successo di “Dannato Vivere”, Disco di Platino, e del progetto acustico “Déjà Vu”, i Negrita erano al Fabrique per presentare “9”, un disco prodotto da Fabrizio Barbacci e in uscita martedì 24 Marzo per Universal Music Italia.

Negrita

Ma in che cosa sono rock i Negrita oggi? Che cos’è rock per loro oggi, l’attitudine o che altro? Questo nuovo disco, “9”, è molto pop. Credono di fare rock perché usano le chitarre elettrificate? Non siamo così convinti che ai Negrita questo disco piaccia davvero, che secondo loro è un buon lavoro, ma è solo una nostra sensazione…

“9”, a ben sentirlo, è un lavoro mediocre, abbastanza banale e che sa di già sentito. In “9” sono più intensi brani lenti come “Se sei l’amore”, “Niente è per caso” o “Vieni via con me”(dove alla fine c’è un bell’assolo di chitarra blues ma che finisce tropo presto e che sfuma sul più bello. Perché? Per ragioni di marketing, perché se no le radio non la passano? Perché non andare avanti per dieci minuti? Speriamo che almeno live l’assolo duri molto di più). “Se sei l’amore” suona come un pezzo vero e sentito, mentre ascoltando l’album per intero si ha la sensazione che ci fosse una specie di cadenza da rispettare e che bisognava far uscire il disco entro marzo 2015. Magari era così, oppure no, ma la sensazione è di un album un po’ “costruito”, dove i testi non brillano per profondità e ricerca, così come la musica, se non per qualche brano che si salva e che magari con un po’ più di tempo a disposizione, avrebbe potuto dar vita a un lavoro dignitoso nella sua interezza. Non male neanche “Ritmo tribale”, con una chitarra sincopata che apre poi a un ritornello positivo e leggero, per esaurirsi con un assolo e un finale abbastanza lungo cantato da Neely. “Il nostro tempo”, invece, strizza l’occhio ai Cure e alla loro “Close to me”. Proprio i brani rock sono quelli venuti meno bene, non hanno più quella potenza e quell’autenticità di un tempo. Eppure non c’è certo un’età per fare del buon rock. Che sia giunto il momento di fare un disco più intimista anche se più pop? Oppure i Negrita non cedono perché hanno paura di perdere quel pubblico che li conosce come band rock e di non riuscire a conquistare nuovi fan? “9” comunque è composto di brani che dal vivo faranno sicuramente miglior figura.

Il disco è stato registrato al “Grouse Lodge” (Rosemount, Irlanda), dove hanno registrato anche Muse, R.E.M., e dove per sei mesi ha soggiornato anche Micheal Jackson, ed è stato masterizzato da Ted Jensen allo “Sterling Sound” (New York, Usa), ed è disponibile in pre-order al link https://itunes.apple.com/us/album//id970497419?l=it&ls=1. Perché il Grouse Lodge? Per allontanarsi dalla famiglia, dalla routine, per trovare ispirazione.

La band presenterà il nuovo disco “9” e incontrerà i fan nell’ instore tour che partirà lunedì 23 marzo con un anteprima a Milano (La Feltrinelli – piazza Piemonte 2 – 18.30) e continua mercoledì 25 marzo a Bari (La Feltrinelli – via Melo 119 – 18.30), giovedì 26 marzo a Roma (La Feltrinelli – via Appia Nuova 427 – 18.30), per concludersi venerdì 27 marzo a Napoli (La Feltrinelli – piazza dei Martiri – 18.30).

Questo il calendario completo del tour in partenza: il 10 aprile al Mandela Forum di Firenze; l’11 aprile all’Unipol Arena di Casalecchio di Reno (Bologna); il 14 aprile al Palafabris di Padova; il 17 aprile al Pala Alpitour di Torino; il 18 aprile al Mediolanum Forum di Assago (Milano); il 21 aprile al Palalottomatica di Roma; il 23 aprile al Pala Giovanni Paolo II di Pescara; il 25 aprile al Palasport di Pordenone di Pordenone.


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