Titanic al Litta, la recensione

Titanic al Litta, la recensione

“Il teatro è per essenza un’arte della morte, l’arte di far parlare i nostri morti” è ciò che pensava Patrick Kermann, il drammaturgo contemporaneo francese morto suicida a soli 41 anni, il 29 febbraio 2000. Come tutta la sua opera anche questa “tragedia marittima”, Titanic: the great disaster, è profondamente legata a questa idea del teatro; difatti il protagonista di questo monologo del disastro è proprio un uomo annegato quella tragica notte tra il 14 e il 15 aprile 1912. Praticamente sconosciuto in Italia, il drammaturgo francese è arrivato sul palcoscenico del Teatro Litta di Milano grazie a una personale traduzione di questo particolare monologo di Matthieu Pastore, che è anche il protagonista della rappresentazione.

Il giovanissimo attore di origini siciliane nato però in Francia, che per caso o forse più “per errore” (come ha affermato in una recente intervista) ha lo stesso cognome del protagonista della vicenda, ha vinto il premio Hystrio nel 2012, e a soli venticinque anni è già stato diretto da Bruno Fornasari, Andrea De Rosa e Filippo Renta. Ma il progetto di questa rappresentazione è un’idea tutta sua, maturata poi con il regista Renato Sarti, che lo ha voluto fortemente anche come attore in questo dramma di Kermann.

Giovanni Pastore, che a soli vent’anni ha abbandonato le sue montagne del Friuli per inseguire il sogno americano, si è imbarcato sul transatlantico ignorando i consigli della madre di evitare il contatto con l’acqua, da sempre nemica giurata della famiglia, e causa primaria della morte dell’adorata nonnina. Fra sogno a occhi aperti e realtà Giovanni ci racconta in prima persona il suo esodo, che lo ha portato dal paesino sulle montagne italiane, senza futuro né possibilità alcuna, fino alle coste della Francia dove per puro caso è riuscito a rimediare un posto sul nuovissimo e inaffondabile transatlantico diretto in America: il Titanic. Salito a bordo sotto la supervisione del “boss” del ristorante à la cart più esclusivo di tutta la nave, Giovanni, come i moltissimi altri dipendenti dello Chef milanese, non è stato registrato come passeggero del Titanic, per cui, dopo il disastro e la morte nessuno è venuto a conoscenza della dipartita di Giovanni, nemmeno la sua mamma. Questo è il principale disagio psicologico del protagonista di questo monologo struggente, che racconta di un periodo storico difficile e a noi così lontano, eppure perfettamente comprensibile e di facile immedesimazione. Questo “galleggiamento nel limbo della storia” di Giovanni Pastore, perfettamente cosciente di essere stato parte del disastro inciso nella storia del mondo, eppure conscio anche di non essere ricordato da nessuno per questa sua “impresa”, è il principale punto d’incontro del protagonista con lo spettatore. La sua metafora rappresenta la nostra condizione di eterni migranti sempre in bilico fra la vita e la morte, con un’unica, gigantesca domanda fondamentale: che ne sarà di noi alla fine della nostra vita? Uno spettacolo al limite del metafisico, alla scoperta della vera essenza dell’uomo, in un tentativo continuo di risoluzione di eterni e profondi quesiti umani.

Uno splendido Matthieu Pastore, che è riuscito a farci sprofondare nell’oceano ghiacciato per più di un’ora e mezza, insieme al suo personaggio sempre credibile e di forte empatia. La scenografia essenziale eppure molto preponderante, fatta per essere scomposta e ricomposta a piacimento, è stata la giusta soluzione per uno spettacolo davvero unico nel suo genere, diretto e interpretato magistralmente. Da non perdere: fino al 29 marzo 2015 al Teatro Litta di Milano.


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