Benjamin Clementine, recensione concerto

Benjamin Clementine, recensione concerto

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E poi è salita sul palco una Nefertiti androgina che suona il piano non seduta normalmente sullo sgabello, ma seduta sul cielo, in alto, con quelle braccia scheletriche nascoste da una giacca blu, appese come se scendessero dall’alto, da un altro corpo. Un collo lungo, piegato in avanti, proprio come il busto di Nefertiti, appunto, ma senza copricapo blu riservato alla sovrana, perché a lui bastano i suoi di capelli. Lui non è ancora famoso come lei, ma dovrebbe diventarlo presto, altrimenti vorrebbe dire che siamo proprio alla frutta, che non capiamo più niente, che ci spetta solo la disco music più sguaiata. Elita, forse non se lo meritava questo angelo, questa Nefertiti dai capelli crespi. Ieri sera, al Teatro Parenti di Milano, la Milano da bere indie del cazzo con i risvoltini e la bombetta che stava al bancone, non ha avuto rispetto per questo artista. Erano lì perché era la prima serata del Salone del Mobile, della Design Week, di Elita. Molti, probabilmente, manco lo conoscevano Clementine. Il concerto è stato disturbato da risate, chiacchiere, urletti, fino a quando (solo prima del bis), qualcuno si è deciso finalmente a chiudere i pannelli che separavano dal foyer la sala da concerto gremita.

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Eppure, ascoltando Benjamin, non si può essere altrove. Si è davanti a quella voce, a quel giovane ragazzo e non puoi pensare ad altro che a lui e ascoltare. I pensieri spariscono e se ne arrivano, sono solo riferiti a lui. Permette di vivere la bellezza del presente come neanche la meditazione sa fare. Un modesto vero o un falso modesto che quando fa vocalizzi che spaccano i vetri, la gente applaude impazzita e lui dice: “Non capisco ma grazie”, e che anche in un’intervista al Corriere della Sera ha detto: “Non capisco perché mi fermano per la strada e mi dicono grazie.” Bah, ci farà apposta oppure è consapevole eccome di quanto sia bravo e ci prende per il culo? Non ha importanza. Questo è uno di quegli artisti che se non diventa un mito è inspiegabile, e speriamo che non debba morire a 27 anni per salire sull’Olimpo. Eppure per molti è noioso, è difficile, perché le canzoni piano e voce dopo un po’ sembrano tutte uguali. Bah… Siamo diventati sordi, incapaci di ascoltare e ascoltarci. Molti guardavano i cellulari e scrivevano e scrivevano, e se non scrivevano, riprendevano e fotografavano. Ci si lamenta della pochezza della musica di oggi, e quando poi si ha un grande sotto il naso, neanche si ha più la capacità di accoglierlo. Eppure, forse, chi non lo apprezza non ha tutti i torti. Perché non piace a tutti farsi trafiggere, farsi eviscerare, farsi strappare il cuore con le mani, farsi toccare dentro, nel profondo. Non tutti vogliono avere a che fare con l’anima, soprattutto in un’epoca che sembra essersela dimenticata l’anima. Questo ti prende e ti fa brancolare nel buio. Ti ricorda che dentro hai un cuore, un cervello, e che non è tutto lì, c’è il soul, appunto. Lui non te la mette giù in modo carino, ti canta i suoi pezzi e ti sconvolge, come un’ondata, come uno tsunami. Ti sbatte in faccia i suoi sentimenti, la sua vita, le sue esperienze, le sue difficoltà, e ti ricorda che anche tu, pure se fai finta di non vederle e sentirle, hai delle difficoltà, è inutile che ci giri intorno. Benjamin è uno serio, troppo serio. Nel suo disco non c’è un brano pop e facile pronto per scalare le classifiche. Sembra non fregargliene un cazzo di piacere a tutti.

La prima volta che l’ho sentito, dopo qualche nota di piano, appena ha aperto bocca mi sono pietrificata e mi sono innamorata, è stato un colpo di fulmine come non succedeva da tempo. Perché di talenti così ne nascono davvero pochi, altro che fare i provini a X Factor per trovare una “voce”. Ha dei bassi e degli alti come nessuno, e inoltre compone dei pezzi incredibilmente raffinati.

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E poi si è messo a fare il simpatico e si è lamentato per le luci blu che non gli piacciono e se l’è fatte cambiare, e poi ha detto che Milano non è molto bella ma la gente di Milano sì, e poi si è messo a suonare Caruso di Dalla perché gli piace ma non si ricordava le parole e si è fatto aiutare da noi. Gli piacciono pure Pavarotti e Puccini. E poi per il bis è tornato sul palco e non sapeva cosa fare dato che in un’ora ha suonato tutto il disco, e qualcuno (non a caso) gli ha chiesto Hendrix e si è messo a fare Voodoo Child al piano che quasi come Jimi con la chitarra. E poi ha salutato e speriamo di vederlo in tour in un contesto come si deve. E poi se n’è andato stringendosi al petto la sua giacca blu senza niente sotto come fosse in pigiama, come fosse Basquiat.

Per saperne di più clicca qui e leggi anche la nostra recensione del disco At Least For Now



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