DODI BATTAGLIA, intervista

DODI BATTAGLIA, intervista

È uscito il 7 Aprile “Dov’è andata la musica” il disco solista che il chitarrista dei Pooh ha realizzato insieme a Tommy Emmanuel, il più grande virtuoso del fingerstyle, tecnica chitarristica con cui le corde vengono pizzicate senza l’utilizzo del plettro. L’album contiene strumentali e  brani a cavallo tra blues, rock e pop. Dodi ci ha raccontato la genesi del disco e altre curiosità sulla sua carriera in questa intervista.

Due grandi chitarristi insieme fanno subito pensare ad un progetto virtuosistico, poi ascolti il disco e ci trovi delle
belle canzoni…

La tecnica messa al servizio della canzone popolare è sempre stato il mio modo di esprimermi. Certo i Pooh hanno avuto il periodo prog con “Parsifal”, il periodo rock negli anni ’70, quando dai piccoli locali sono passati a suonare nei grandi palazzetti, ma la forma canzone fa parte della nostra storia sin dagli anni 60. Emmanuel da grande artista qual è non deve dimostrare nulla dal punto di vista della tecnica chitarristica, solo i grandi artisti sanno mettere la loro capacità al servizio del pop. Non ho mai pensato di fare un disco di nicchia solo per gli addetti ai lavori.

A proposito di Emmanuel, come nasce la vostra collaborazione?

Il mio con Tommy è prima di tutto un legame affettivo. Ci siamo conosciuti una quindicina di anni fa quando lo abbiamo voluto ad aprire le date dei Pooh nel tour di “Un posto felice”. All’epoca era una sfida portare un virtuoso della chitarra davanti al nostro pubblico. Sfida vinta e dalla quale è nata una sincera amicizia. Erano anni che ci dicevamo di voler fare un disco insieme ed alla fine è successo.

Nel disco ti cimenti per la prima volta anche nella scrittura dei testi…

Dopo la scomparsa di Valerio Negrini (storico paroliere dei Pooh) sono rimasto spiazzato in tutti i sensi. Dopo tanti anni di lavoro insieme a lui non me la sono sentita di affidare la scrittura dei testi a qualcun’altro. Valerio conosceva perfettamente la mia sensibilità. Dopo tanti anni di musica e successi non ho avuto paura di mettermi alla prova con questa nuova esperienza. Non ho fatto certo un disco solista per arrivare primo in classifica, era un rischio che potevo correre. Sono soddisfatto del lavoro fatto sulle parole, alcune intuizioni sono forse frutto anche della così detta botta di sedere del neofita (ride).

Come da tradizione Pooh anche questo album è ricco di personaggi femminili. Sono presenti in particolare in “Io so amare a
metà”  ed in “Tu resti qui”…

Sì, le donne sono una fonte di ispirazione fondamentale da sempre, anche se nella gestione dei rapporti a volte sono stato un pessimo esempio (ride). “Io so amare a metà” è il brano che ha dato tutto il mood al disco ed è la storia di un uomo che aspetta in solitudine la sua amante, una donna impegnata. Un pezzo che poi mi sono accorto sembrare per par condicio la versione al contrario di “Mi dispiace devo andare”. Anche le donne tradiscono, già. “Tu resti qui” affronta il tema della violenza sulle donne. Ultimamente è un continuo di notizie tremende su questo fronte, non potevo rimanere insensibile. Spero che qualche uomo (se così si può chiamare) di quelli che compiono tali gesti, si possa sentire un verme ascoltando la canzone.

La malattia di tua moglie, fortunatamente vinta, ha influenzato il mood del disco?

Le canzoni sono nate in un periodo precedente alla brutta notizia e sono state finite quando grazie a Dio la situazione era più serena.

Il tuo disco solista arriva dopo quello di Roby e quello di Red. Che differenze ci sono tra i vostri lavori?

Nei lavori da soli escono ovviamente fuori in maniera più spiccata le nostre caratteristiche artistiche personali. Il disco di Roby è ricco di tastiere ed è costruito per dare aria alla sua grande voce. Il disco di Red è pieno di sfaccettature, più complesso, frutto del suo eclettismo.

Siete sempre stati una squadra affiatatissima, è difficile immaginarvi al lavoro su un disco senza confrontarvi. Davvero
sul vostro materiale non vi siete chiesti un parere a vicenda?

Siamo una squadra ma abbiamo anche le nostre vite separate. Di solito ci diamo degli appuntamenti per trovarci insieme a lavorare, ma nei momenti di stacco stacchiamo davvero. Mi ha mandato un sms Red proprio due minuti fa in cui si complimentava per il disco. Come vedi lo ha ascoltato solo da poco…

Quanto durerà la pausa dei Pooh?

Ci siamo dati due anni di tempo per metterci in gioco con le nostre cose per poi ritrovarci per il cinquantesimo anniversario. Sogno un evento unico, sono poche le band nella storia così longeve, forse solo i Rolling Stones. Spero di poter avere con noi sul palco Stefano D’orazio e perché no, anche Riccardo Fogli.

Roby Facchinetti in questo periodo è giudice a “The Voice”. Non posso non farti la domanda su cosa pensi dei Talent e come giudichi la sua scelta…

Mi sembra si stia divertendo molto a fare il programma. Se si diverte vuol dire che ha fatto bene. Sui talent in generale credo che sia un meccanismo strano quello per cui un ragazzo si gioca la carriera in pochi secondi. Onestamente credo che la gavetta come la abbiamo fatta noi, partendo dal piccolo palco di quartiere, abbia dato come risultato della musica meno artificiale. Ci sono comunque delle eccezioni, qualche buon artista esce anche dalla tv.

Sei un grande collezionista di chitarre, qual è il tuo pezzo più pregiato?

Sono un collezionista ma non un feticista. Non mi interessa l’oggetto in sé ma il suo lato affettivo. Le chitarre che colleziono sono tutte mie, non ho chitarre di altri. Di solito tengo quelle con cui ho scritto una canzone importante o suonato in un concerto memorabile. Ora ho smesso da un po’ di collezionale, le chitarre vanno suonate e qualcuna iniziava ad offendersi (ride). Ti do una chicca però. Per il cinquantennale dei Pooh la Fender mi manderà due chitarre nuove fatte seguendo mie specifiche tecniche.

Chi sono stati i chitarristi che più ti hanno influenzato?

Forse non tutti sanno che prima di “incontrare” la chitarra suonavo la fisarmonica. Un giorno da un Juke Box arrivava un pezzo dei The Shadows, lasciai la fisarmonica senza mai più riprenderla in mano, e mi innamorai subito di quel sound. Da lì ho scoperto e mi sono innamorato di Hendrix, Clapton e ovviamente G. Harrison.



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