Humandroid al cinema, recensione

Humandroid al cinema, recensione

Neill Blomkamp è una delle nuove promesse del cinema fantascientifico degli ultimi cinque anni. Anche se canadese di adozione (il regista è cresciuto artisticamente a Vancouver), è nato e cresciuto in Sud Africa. E del suo paese natale si ritrova moltissimo nei suoi film, non solo per l’ambientazione. Le principali tematiche sviluppate dal regista e sceneggiatore nei suoi lavori sono la xenofobia e la segregazione raziale, bacature mentali che possono sembrare lontane ma che per i sudafricani sono state delle calamità fino agli anni ’90.

Il primo lungometraggio di Blomkamp, District 9 (2009), prodotto da Peter Jackson, è stata una vera e propria rivelazione, un fulmine a ciel sereno nel panorama cinematografico internazionale, che sembrava aver dimenticato il vero spirito dei film fantascientifici, divenuti sempre più patinati e con sempre meno anima. Gli extraterrestri in District 9 non sono più il nemico, ma anzi, diventano quasi “più umani degli umani”, i quali sono invece dipinti come aggressori impauriti dal “diverso”. L’umanità in ciò che non sembra umano e la disumanità degli umani sono altri elementi fondamentali per il regista sudafricano, che ci riprova con il suo terzo lungometraggio, Chappie, tradotto in italiano con il titolo di Humandroid.

Questa volta al centro della pellicola non c’è nessun extraterrestre tanto gigante quanto tenero, bensì un robot poliziotto: il più sfortunato di una serie creata da un giovanissimo ingegnere, per proteggere la città divenuta incontrollabile a causa di bande criminali senza scrupoli. Una di queste bande è composta dai due terzi del gruppo sudafricano multiculturale Die Antwoord: la futuristica cantante Yolandi e il tamarrissmimo Ninja, rapper e regista del gruppo. I due, che interpretano loro stessi, insieme all’amico America, decidono di risolvere i loro problemi di debiti rapendo il giovane ingegnere a capo dei robot poliziotti per farglieli spegnere. Ovviamente il piano non va come deve andare, il giovane non è in grado di spegnere i robot, in compenso però ne ha uno con sé: si tratta del robot più sfortunato di tutti, quello che riesce sempre a tornare alla base distrutto e che ogni volta che esce per una missione diventa un acchiappa proiettili. Deon (Dev Patel), il giovane ingegnere, voleva testare proprio sul robot sfortunato un’intelligenza artificiale da lui appena sviluppata, anche se il suo capo (Sigourney Weaver) gli aveva negato il permesso. Per salvarsi la vita e anche a causa della sua curiosità nei riguardi della sua nuova invenzione, Deon convince i criminali a fargli avviare il robot sfortunato, che appena si anima si rivela essere qualcosa di totalmente inaspettato sia per la banda di criminali che per il suo stesso creatore.

Chappie, questo il nome del robot coniato da una sempre più materna Yolandi, risulta essere un vero e proprio bambino bisognoso di essere plasmato e istruito, con un livello di apprendimento sconvolgentemente veloce. Il lato umano di questa intelligenza artificiale è palesato dalla sua naturale bontà e della sua incondizionata fiducia negli altri, che la portano a seguire sia gli insegnamenti sbagliati che quelli “giusti”, e come un vero e proprio bambino Chappie arriva a capire la vera natura degli esseri umani riuscendo addirittura a superarla.

Un film profondo che ci fa riflettere sull’egoismo umano e la superficialità delle persone, che per i propri obiettivi riescono a distruggere tutte le cose belle, ma allo stesso tempo ci lascia dentro un pò di speranza. Speranza per quel lato umano rappresentato dalla figura del robot Chappie, che mostra il lato incondizionatamente puro del cuore degli uomini, capaci perfino di sacrificare se stessi per gli altri. Centrale anche la figura della coppia Yin-Ynag dei due Die Antwoord (le cui musiche fanno da colonna sonora quasi totale al film), che sono facce di una stessa medaglia, quella dell’ambivalenza del genere umano: eternamente diviso fra egoismo e condivisione.

Ottimo lavoro per il regista che sembrava essersi un po’ perso con il suo secondo lavoro, Esylium, ma che si è totalmente ripreso, invece, con questo terzo lungometraggio che ci fa un po’ tornare in dietro nel tempo al 2009 di District 9. Un film potente anche grazie allo stile unico dei Die Antwoord, prepotentemente centrali in questa pellicola che è un vero e proprio tributo al Sud Africa e alla sua internazionale cultura artistica contemporanea.


Tags assigned to this article:
cinemaHumandroidrecensione

Related Articles

ED SHEERAN, quando anche gli “UNCOOL” vincono

Il personaggio di cui andremo a parlare oggi, lo potremmo benissimo introdurre con i primi versi di una celebre canzone

Vista dal basso – un fuori classe delle quattro corde

Viaggio alla scoperta di Jeff Berlin. Una leggenda vivente del basso. Di Saturnino Cari lettori di Jay Mag, questa volta

LED ZEPPELIN, storia di una leggenda senza fine

Ci sono artisti o band che nonostante non siano più in attività, entrano a far parte di diritto nel mondo

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Only registered users can comment.