Iosonouncane, DIE

Iosonouncane, DIE

Di Iosonouncane me ne parlò durante una intervista Alberto Mariotti alias Samuel Katarro alias King of the opera, rispondendo ad una mia domanda nella quale gli chiedevo su quale artista italiano avrebbe puntato un centone. Appezzando la ricerca musicale di Alberto ho colto il consiglio e sono andato subito ad ascoltare “La macarena su Roma”, l’esordio di questo strampalato cantautore sardo. Un approccio curioso ma anche prevenuto, che diavolo di nome è Iosonouncane?

Sin dalle prime note ho capito di trovarmi di fronte ad un disco lontano anni luce dalla musica italiana dell’epoca (usciva 5 anni fa) ed attuale. Un album dai forti connotati politici cantato con una voce stralunata e quasi da cartone animato, un po’ alla Caparezza, ma con suoni elettronici miscelati al rock ed il miglior cantautorato nostrano. Non vere canzoni ma piccoli atti recitati più che cantati, quasi teatrali. In scena la triste realtà dei profughi in fuga, un Mondo in scatafascio politico, economico, sociale e morale. Il tutto in una forma canzone tirata all’estremo, destrutturata, scomposta e incastonata in un mosaico sui generis. Un gioiello di sperimentazione ben riuscita che oggi vede il suo seguito in Die, che in sardo significa giorno, ma che inevitabilmente lo si legge con la pronuncia inglese. Ed è giusto così, perchè questo (purtroppo) è un disco cantato in italiano, ma non un disco italiano.

Se nella “Macarena su Roma” qualche piccola concessione alla melodia c’era, in Die l’incedere si fa ancora più cupo e la forma canzone sparisce del tutto a vantaggio di un unico lungo brano diviso in atti (qua torna il concetto di teatro-canzone). Anche il piglio politico dell’album precedente in questo episodio si fa da parte a vantaggio di una esplorazione quasi psicanalitica dell’essere umano e delle sue debolezze, debolezze riconducibili anche e soprattutto ad un periodo storico in cui regna la solitudine e l’incertezza. Si, la politica c’entra forse, ma intesa nel suo effetto sui nostri stati d’animo, il riflesso del Mondo esterno sul nostro io.

Die è in tutto e per tutto un concept-album sul senso della vita e della morte. L’escamotage utilizzato è il percorso psicologico e di vita di un uomo e di una donna, prima della morte di lui (Die in sardo Giorno, in inglese Morire…). Un disco musicalmente difficilissimo da catalogare, ma che andando per esempi potremmo definirlo un perfetto ed apparentemente impossibile mix tra le escursioni elettroniche di Burial e Lucio Battisti, al quale la voce di Iosonouncane, in Die non più utilizzata in modalità cartoon, assomiglia molto per tonalità ed espressività. Nel caleidoscopio sonoro con prevalenza elettronica si inseriscono voci femminili, strumenti acustici ed interferenze a dare un tono drammatico e quasi orchestrale a tutto il lavoro.

Pura psichedelia sin dalle prime note di “Tanca”, l’apertura dell’opera, in cui un beat rallentato e minaccioso fa da apripista al viaggio. Un viaggio che prosegue con “Stormi” in cui sintetittazori e chitarre acustiche danzano in una ballad che mette addosso una sensazione vicina a quello spleen tanto caro a Baudelaire. Malinconia e tristezza che proseguono nei 10 minuti abbondanti di “Buio”, un pezzo sulla morte che unisce sonorità trip-hop alla Portishead ad orchestrazioni quasi sacrali, disegnando idealmente quel famoso tunnel luminoso che molti dicono di aver visto un attimo prima di abbandonare la terra. Ed il senso di abbandono pervade tutto il disco fino alla conclusiva “Mandria”, un pezzo ossessivo ed indefinibile come se l’artista avesse voluto, per concludere, mettere insieme tutte le paranoie narrate nel lavoro in un unica grande ossessione. Asimmetrico, triste, schizofrenico, dolce di quella docezza che fa male, ispirato, geniale, incatalogabile… e potrei andare avanti all’infinito, perché di questo disco mi sono innamorato follemente e sebbene l’anno sia ancora lungo non credo nel 2015 uscirà un lavoro italiano di questo spessore. Il disco è stato prodotto da Bruno Germano, ed in un disco del genere il produttore va assolutamente citato, per la varietà di suoni e suggestioni alle quali ha dovuto dare forma.

ETICHETTA DISCOGRAFICA
Trovarobato / Audioglobe


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