Jack Savoretti, intervista

Jack Savoretti, intervista

Di origini anglo-italiane, padre genovese e nonno partigiano che partecipò alla liberazione di Genova dai tedeschi, Jack Savoretti è famoso per la sua abilità nella musica acustica, anche se fino all’età di 16 anni non aveva mai usato una chitarra. Cresciuto a Londra prima di trasferirsi a Lugano, girò per l’Europa da bambino finché arrivò alla Scuola Americana in Svizzera dove prese un accento che egli stesso descrive come “bastardo transatlantico”. Si dichiara apertamente fanatico tifoso del Genoa CFC 1893.

Burn Magazine ha paragonato la sua musica a quella di Simon & Garfunkel, London’s Daily Telegraph afferma che il cantante suona la chitarra come se avesse una ‘magia primitiva su di essa’, e alcuni esperti del settore musicale lo hanno definito il nuovo Bob Dylan, e lui, dice, dell’animo italico ha in sé “la malinconia”: “Per me, come per molti di voi, è una droga”, afferma.

Come ti sei avvicinato alla musica?

Quando ero piccolo i miei mi portavano spesso in viaggio e ogni volta che salivamo in macchina mettevano su qualcosa trasmettendomi un entusiasmo che mi è rimasto dentro. “Ascolta questi versi”, “senti questo pezzo!”, mi dicevano, e io pian piano assimilavo. In particolare mio padre mi ha fatto conoscere la musica italiana, da Dalla a Battisti a Tenco, e il country americano, da Johnny Cash a Kris Kristofferson.
Mia madre era un po’ più cool, più trendy, adorava Stevie Wonder, Marvin Gaye, gli Eagles, Crosby, Stills & Nash. Forse per questo amo le commistioni, sono cresciuto ascoltando tante cose diverse.

Come ti fa sentire sapere che la tua musica tocca così tante persone involontariamente?

Non ci penso tanto, non credo che sia una cosa involontaria, quando un musicista prende in mano uno strumento sta volontariamente creando qualcosa che arrivi alla gente, non credo a chi dice di suonare solamente per se stesso. Credo che ogni volta che un cantante canta o suona, la voglia di toccare chi ha intorno c’è sempre, quindi quando una cosa del genere succede ti dà un senso di sollievo, credo che la musica si faccia per essere sentita ed è stupendo.

Uno dei tuoi pezzi è comparso nel telefilm americano Sons Of Anarchy, com’è stata questa esperienza?

Ho collaborato per molti telefilm americani, Sons Of Anarchy, The Vampire Diaries, One Three Hill, di solito prendono il pezzo e basta, non ho mai avuto contatti con i creativi, questi telefilm hanno dei budget molto ridotti pur essendo stupendi, quindi non potendo permettersi di ingaggiare artisti del calibro dei Coldplay o Madonna cercano tra i cantautori meno conosciuti anche in Europa, per fortuna!

Hai suonato allo stadio Luigi Ferraris di Genova prima della partita Genoa – Juventus, che sensazioni hai provato?

Sicuramente una grandissima emozione, suonare davanti a 40.000 persone di cui probabilmente 39.999 non sapevano neanche chi fossi è stata una grandissima opportunità a cui tenevo molto in quanto sono amante dell’Italia e di Genova. La cosa più bella è stata quando dopo la partita centinaia di persone erano in coda per fare una foto con noi, una bellissima esperienza.

Che idea hai, adesso, del cosiddetto “music business”?

Il fattore business c’è in qualunque settore, in passato ho preso delle decisioni sbagliate e me ne assumo la responsabilità. Perché sì, nella musica come ovunque ci sono gli squali, ma sono orgogliosi di esserlo e non si nascondono, siamo noi artisti che dobbiamo imparare a riconoscerli subito e avere il coraggio di evitarli. Il che significa anche non voler bruciare le tappe a tutti i costi, avere pazienza.

Come si svolgerà il tuo tour?

Spero bene! La cosa più interessante è che per ogni città in cui suonerò ho ingaggiato degli artisti di quella zona, perchè mi piace che queste cose abbiano la giusta visibilità, tutto questo mi riporta all’anno scorso quando mi sono sentito un po’ ipocrita in quanto elogio sempre l’Italia, ma ho portato per aprire i miei show un mio amico di New York, invece che lasciare spazio agli artisti italiani.


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