Il Piotta, l’intervista

Il Piotta, l’intervista

C’è chi lo ricorda come il “supercafone”, chi per la “mossa del giaguaro”, mentre per gli appassionati di rap italiano è uno dei pionieri storici, parliamo di Il Piotta, Tommaso Zanello, torna con un nuovo album dal titolo “Nemici“, ottavo album in studio per il rapper romano che si racconta a Jaymag in questa bellissima intervista.

Dopo il grande rifiuto ai clamori del reality televisivo più famoso d’Italia, Piotta pubblica l’ottavo album di studio e già dal titolo è possibile intuire quello che troveremo al suo interno.
Nemici è il nuovo tassello del percorso musicale che Piotta rappresenta: evoluzione, coerenza, scelte anche difficili dettate dalla creatività senza cadere nella piattezza del già sentito. Nemici è l’evoluzione di quel mix di rap, rock e reggae che Tommaso ha maturato negli ultimi anni.
Il frutto di un’intensa attività live, l’incontro con amici e musicisti come Brusco, Il Muro del Canto o i Modena City Ramblers ha dato vita ad una nuova linfa produttiva che si è manifestata nei suoni dei nuovi brani, cristallizzati anche dalla produzione di Ra B. Pioniere del rap italiano, ma anche, nuovo rappresentante del crossover musicale e generazionale, come dimostrano i featuring di maestri sacri come Afrika Bambaataa per l’hip hop e Captain Sensible per il rock.

 

Nemici, un messaggio forte contro i reality show, come mai?

Potrei risponderti stupito del come mai siamo in così pochi a farlo. In realtà invece andrò più in profondità, ribadendo il concetto che il mio scopo, motivo per il quale lotto e lotterò, è che continui a capirsi che la via per il successo non sono talent e reality e basta. Troppo comodo. Ci sono e ci dovranno essere sempre percorsi alternativi a questi. Percorsi dove la musica non è lacrime e competizione ma felicità e condivisione. Non è sponsor ogni due per tre e ansia da auditel ma libertà e qualità prima di tutto. A me la musica ha insegnato questo e io questo trasmetto agli altri. La musica per me è anarchia, non giudici nè giudicati.

Dopo tutti questi anni, da dove prendi l’ispirazione per scrivere?

Dalla passione per la vita. Amo parlare con le persone, ascoltare storie, scambiare opinioni ed esperienze. Più di uno mi dice che avrei dovuto fare lo psicologo, io rispondo sempre che piuttosto dovrei andarci dallo psicologo. Se non lo faccio è perché ho un’ottima terapia: la musica! La consiglio a tutti. Ascoltatela, compratela, mixatela, producetela, scrivetela e soprattutto cantatela live, a volte è meglio di un orgasmo.

Com’è cambiata la musica rap negli ultimi 10 anni?

Se parliamo della scena internazionale, negli ultimi 10 trovo che sia cambiata ripetutamente soprattutto a livello sonoro, ma poco a livello di attitudine. Il grosso cambiamento era già avvenuto, con l’avvento del gangsta rap e della devastante supremazia della west coast su New York. Non a caso ho sempre preferito la scena della Grande Mela, molto più ruvida, spartana, amante dei campioni di jazz, degli scratch al posto dei ritornelli. Trovavo la west coast troppo patinata, troppo devota al business a tutti i costi. Nel rap italiano tutto questo è avvenuto immancabilmente dopo. Ora c’è di tutto e di più, e questo mi piace molto. Nei ’90 eravamo dieci rapper diversissimi tra di loro, ma per critica e pubblico eravamo tutti uguali. Per loro bastava andare a tempo su una base, che poi qualcuno nemmeno ci andava a tempo, ed il gioco era fatto: tutti uguali. Finalmente si è capito che invece gli mc sono tanti e differenti. Tipo 50 sfumature di rap. Ciglia depilate, foto patinate, ragionamenti più pop del pop,  ma anche artisti impegnati e altri ancora che sembrano appena usciti da un rave illegale. E poi declinazioni reggae, soul, elettroniche o cantautorali.

Cosa ti manca di più della “vecchia scuola”?

Non mi manca niente perché l’ho vissuta e di natura non sono un nostalgico. Anzi. Mi manca molto di più il futuro.
Insomma se avessi la macchina del tempo non andrei indietro, anche perché sono felice di quello che ho fatto, ma solo avanti. Sia chiaro, ricordo tutti tutti con grande affetto. Eravamo un nutrito gruppo e alcuni fortunati di noi, tra cui il sottoscritto, ha fatto tutto quello che sembra nuovo oggi: vincere il disco platino, fare i tour, riempire il Forum di Assago, andare in tv, scrivere libri, io addirittura ho fatto un film. Non lo rifarei ma l’ho fatto. Per cui io (e J-Ax) abbiamo fatto un’esperienza ancora per pochi intimi, mi sa ancora per poco. Poi in realtà ho capito che di tutto questo mi interessava solo l’aspetto musicale serio e creativo, lontano da certi riflettori. Ho studiato tanto e sono arrivato fin qui.

Com’è stato lavorare con Afrika Bambaataa?

Una serie di incastri decisi dal destino. Degli splendidi giorni passati a Roma, che ha fatto per l’ennesima volta da magnifica cornice ad un altro pezzetto di questa storia. Se non c’era lui a mettere insieme i pezzi di questa cultura chiamata hip hop chissà osa avrei fatto oggi.
Quindi grazia Bam 2 volte, per l’hip hop e per il featuring. Il brano si chiama “Rise Up” ed è dedicato alla Terra. Un pianeta magnifico che stiamo devastando senza alcun senso di responsabilità nei confronti delle generazioni future. Con noi anche King Kamonzi, altro membro della Universal Zulu Nation.

Nel ’97 sei stato eletto migliore mc italiano da AL, se la rivista esistesse ancora, secondo te chi eleggerebbe nel 2015?

Figa questa domanda, anche perché cita e continua a far conoscere il mito di una fanzine/rivista fondamentale per l’hip hop italiano, e questo per merito di Sid e Paola Zukar. Ricordiamoci che non c’era internet, che è come quando mia nonna mi raccontava che non aveva la tv. Era l’unico modo per scoprire quello che accadeva in tutto il paese, tra jam, mixtape, dischi in uscita. Tornando alla domanda, se decidessi io, Roma per Roma, eleggerei Mezzosangue.

Sei cresciuto come artista, hai allargato i tuoi orizzonti musicali? Quali sono le tue band preferite?

Tantissime. Ho quasi 20.000 dischi e ascolto di tutto. Te ne dico almeno 3, come i generi che più amo e che compongono la mia miscela sonora sia live che su disco. Per quanto riguarda il rock la rivoluzione musicale e culturale dei The Clash, per quanto riguarda il rap qualsiasi cosa prodotta da Rick Rubin (il vero inventore del crossover tra rap e rock), per quanto riguarda il reggae direi la famiglia Marley tutta, nessuno escluso.

Molti pionieri del rap italiano ormai fanno parte di quella “massa” che tanto criticavano, cosa ne pensi?

Non sono sicuro di aver capito la domanda. Fanno parte della “massa” nel senso che hanno smesso di cantare e criticano ogni giovane che vedono fare musica? Se intendi questo è un meccanismo atavico per cui al 90% ogni anziano reazionario è lo stesso giovane che fu ribelle.

Vans Warped Tour, racconta un po’!

Esperienza pazzesca. Mi hanno cercato loro, ero l’unico italiano, quasi 20 live in altrettane città americane, da costa a costa.
Non ci conosceva praticamente nessuno per cui è stato come ripartire da zero e rimettersi in discussione. Bellissimo.
E poi professionalità, sorrisi, condivisione, cucina vegana, vegetariana, fruttariana, rispetto insomma per tutto e per tutti.
E una grande apertura mentale anche nella condivisione dei diversi percorsi musicali, sia sui palchi che fuori.

10 anni fa dicevi che Piotta era morto, possiamo affermare il contrario oggi?

Bisogna sempre uccidere un pezzo di sé per evolversi. E’ una morte simbolica naturalmente. Io mi sono ucciso più volte e spero di continuare a farlo, smarcandomi sempre dai cliché e persino da me stesso, anche perché io detesto loghi e personaggi. Io non sono né un logo né un personaggio, sono un uomo.

Piotta6 (foto Alfredo Villa)



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