Rosario Di Rosa, l’intervista

Rosario Di Rosa, l’intervista

Pianista e compositore siciliano, Rosario Di Rosa, inizia gli studi musicali da autodidatta all’età di sedici anni, dopo trascorsi dedicati al disegno e alla pittura. Intraprende lo studio del pianoforte jazz presso il “Brass Group” di Palermo, sotto la guida del pianista e compositore palermitano Mauro Schiavone. Successivamente studia privatamente con Salvatore Bonafede, uno dei musicisti più importanti del panorama jazzistico nazionale. Esordisce professionalmente al fianco del trombettista Vito Giordano, che lo inserisce stabilmente nei gruppi da questi diretti e con cui ha la possibilità di effettuare i primi concerti nei club e Festival della Sicilia.

La sua biografia è inclusa nel “Dizionario del Jazz Italiano“, leggete cosa ci ha raccontato per Jaymag:

 

Parlaci di Pop Corn Reflections.

“Pop Corn Reflections” inaugura un nuovo sodalizio con la NAU Records e una nuova fase del mio percorso musicale. Giungo a questo quarto disco da leader dopo aver attraversato un forte periodo di crisi personale e artistica che ha innescato in me un processo di “revisione” sotto tutti i punti di vista. Tutto ciò mi ha portato a ri-approfondire lo studio della musica classica e a conoscere più da vicino certe correnti stilistiche: in primo luogo la musica minimalista di Steve Reich e Terry Riley ma anche l’approccio seriale della seconda scuola di Vienna. Tutto questo non poteva non lasciare tracce nel mio modo di concepire il jazz, anzi arrivava a soddisfare appieno il mio desiderio di un approccio completamente diverso. In “Pop Corn Reflections” ho scelto di utilizzare la classica formazione di trio con pianoforte in modo che risultasse ancora più evidente il carattere inconsueto della musica. Ogni brano si sviluppa a partire da un “pattern”, ovvero una cellula che assume di volta in volta caratteristiche sempre diverse. Le composizioni, dunque, spesso non superano le 2/3 battute e la forma si instaura attraverso gli sviluppi improvvisativi.

Steve Reich, come mai questa ispirazione?

La musica di Steve Reich contiene in sé quei tratti di sintesi e sviluppo di materiale minimo che potevano essermi utili in questo lavoro. Molta musica composta da Reich insiste sulla tecnica del “phasing”, quel processo di sfasamento graduale che porta due linee melodiche a disallinearsi, generando un contrappunto ritmico-melodico. Da tali considerazioni iniziali, ho ritenuto che l’improvvisazione del jazz potesse inserirsi efficacemente nella reiterazione di una cellula che avesse delle caratteristiche ben definite.

Collaborare con artisti come Paul Jeffrey, Woody Shaw Jr, Vito Giordano, Carlo Nicita, Cristiano Calcagnile, Francesco Cafiso,  Jean-Philippe Morel, cosa ti ha fatto imparare?

Credo che il rapporto di collaborazione musicale possa essere paragonato a quello che può nascere tra due persone: se ci sono i presupposti si può arrivare all’amicizia. In musica tali presupposti sono legati a diversi fattori accomunati da un unico denominatore ovvero l’intesa che, se c’è, si manifesta immediatamente. Bisogna essere in grado di stimolarsi a vicenda e far sì che il suonare insieme diventi un dialogo interessante, in modo da dare alla musica continue direzioni. Con alcuni musicisti tutto questo si è verificato e con molti di loro il rapporto tutt’ora continua anche a distanza di anni.

Come mai la scelta di quei titoli per i brani?

I titoli dei brani vogliono in qualche modo “alleggerire” l’approccio “serioso” dell’aspetto compositivo. Non mi è mai piaciuto prendermi troppo sul serio, per cui ho voluto ricordare, attraverso il titolo del disco e dei vari pezzi, che in fondo le nove tracce non sono altro che semplici riflessioni sulla musica grandi quanto dei pop corn.

Quali sono le tue passioni oltre la musica?

Mi piace l’Arte in tutte le sue forme. Per molti anni, parallelamente alla musica, mi sono dedicato al disegno e alla pittura. Quella passione è rimasta e non escludo che col tempo mi ci dedicherò ancora.

Come ti sei avvicinato alla musica ed in particolare al pianoforte?

La musica è sempre stata presente in famiglia e da piccolo uno dei miei giocattoli preferiti era una chitarra. Quando iniziai a frequentare le prime lezioni, l’insegnante faceva stare tutti i bambini in uno stanzone a prescindere da quale strumento suonassero. Ricordo che fu lì che cominciai a invidiare i pianisti, anche perché che la chitarra mi apparve subito difficile e scomoda da suonare. Con il piano mi sembrava che tutto fosse più immediato e semplice. In ogni caso il solfeggio mi dissuase dal continuare gli studi di chitarra fino ai 17 anni. La musica ricomparve solo allora, quando iniziai a suonare le tastiere in un gruppo con i miei compagni di scuola. Il passaggio al pianoforte fu la logica continuazione.

Suoni altri strumenti?

La chitarra, ma in maniera del tutto indecorosa. Tutto quello che so fare si esaurisce al famoso “giro di do” e altri pochi accordi.

Com’è stato suonare al Teatro Vittoria Colonna, e com’è stata la risposta della Sicilia?

Suonare nel teatro della mia città, Vittoria in provincia di Ragusa, è sempre un’emozione incredibile. Ricordo che fin dalle elementari gli insegnanti ci portavano a vedere gli spettacoli teatrali e già da allora questo splendido luogo mi appariva come un posto troppo “grande”. Per cui avere la possibilità di presentare lì in prima nazionale un mio disco è stata una gioia immensa. Ed è stato ancora più bello constatare come la musica di “Pop Corn Reflections”, così inusuale per un pubblico di non addetti ai lavori, sia stata accolta con grande entusiasmo e favore. Forse a testimonianza del fatto che, quando si suona con onestà e per reali esigenze espressive, la musica colpisce sempre.

Se tuo figlio ti dirà: Voglio fare il musicista, che consigli gli daresti?

L’Italia degli ultimi decenni è un Paese che ha smesso di puntare sulla cultura tradendo il proprio passato. Giochiamo a fare gli intellettuali con l’Expo per tentare di darci un tono nei confronti degli altri Stati europei, senza però avere le competenze culturali e sociali per farlo. Per non parlare del senso civico. Fare il musicista richiede troppi sacrifici, molti dei quali si riveleranno inutili perché comunque ti scontrerai con qualcuno che pensa che la musica debba essere solo un hobby o per lo meno un lavoro troppo divertente per essere giustamente remunerato. Rispondendo alla domanda ammetto che all’inizio sarei tentato di dissuaderlo. Poi però penserei che chi decide di dedicarsi totalmente alla musica lo fa perché spinto da qualcosa di più grande di cui non può fare a meno. Ci si nasce irrimediabilmente fortunati o sfortunati: è solo questione di punti di vista. Ecco perché a quel punto l’unico consiglio che mi verrebbe da dargli è: vai e non ascoltare nessun consiglio.

La tua biografia è inclusa nel Dizionario del Jazz Italiano e anni fa sei stato selezionato tra 50 pianisti in tutto il mondo per partecipare al “Concorso Internazionale di Piano Jazz Martial Solal” a Parigi, come ti fa sentire?

Sicuramente sono grandi soddisfazioni, che ti regalano un po’ di consapevolezza sul fatto che hai costruito qualcosa di buono. Però, al di là dei riconoscimenti, credo che la parte migliore della musica stia nel fatto che ogni giorno devi ricominciare da capo. Ogni  concerto è l’occasione per rimetterti in gioco, ogni idea una nuova strada da percorrere.

foto di Amedeo Novelli

Rosario Di Rosa Trio - Popcorn reflections - CD Booklet Rosario Di Rosa Trio - Popcorn reflections - CD Booklet



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