Correre nel buio

Correre nel buio

Di: Alessandra Perna

“Che dici, ce la becchiamo la tempesta?

“Secondo me sì”

“C’è un trucco per evitarla.”

“E quale sarebbe?”

“Correre verso il sereno.”

Ho iniziato a correre quando ho perso contatto con la realtà. Non c’era nulla nella mia testa, solo un unico pensiero: distruggere tutto e stare lì a guardare la reazione degli altri. È strano (e a volte quasi divertente) come ci si chiude facilmente e s’impazzisce ancora più facilmente. Così, nel momento in cui ho dato di matto, ho dovuto ricominciare dall’azione più semplice che potessi fare. Correre. Correvo e contavo. Un passo, due passi, tre passi, un albero, undici alberi, tre fontane, due persone, poi ancora due persone, poi ancora due persone.

1,2,3,4
1,2,3,4

Contare facendo un’azione sensata mi faceva sentire meglio. Perché quando corri e dici numeri a caso le persone che ti sono vicine possono 1) scappare via urlando 2) correre vicino a te sperando di beccare il numero giusto da giocare al lotto che li renderà miliardari 3) iniziare a farlo anche loro solo per vedere di nascosto l’effetto che fa.

Facevo tre intervalli di dieci flessioni, poi due di quindici. Ero lì che contavo mentre il mio corpo si avvicinava all’asse di ferro, tutto il peso sulle punte dei piedi, o sui talloni, a seconda di che tipo di esercizio stessi facendo. Un giorno si avvicina un uomo, il solito vecchio pazzo che incontro in queste situazioni, un uomo che non ho mai visto prima e che inizia a parlarmi dei massimi sistemi, qualcuno che cerca, per qualche strano motivo, di aiutarmi.

Interazione numero uno:

Il vecchio mi indica la sua bicicletta e un aggeggio che sta usando per aggiustare una ruota:
“Conosce questa rotella?”
“No?”
“Serve per bilanciare le ruote. Se vai in bici per tanto tempo ogni tanto perdono l’andatura.”

All’inizio non ci faccio molto caso, cerco di non parlarci, rispondo con qualche verso e mi rimetto a fare esercizi. Parlo poco con le persone, conosciuti e sconosciuti, perché mi sembra sempre di fingere. Mi sembra che le parole non abbiano più nessun valore, nell’epoca in cui tutti dicono cose a caso e danno voce alla propria mediocrità (in rete e non) mi sembra che anche un buongiorno suoni falso come Bossi che giura sulla Costituzione Italiana.
Mi fissa le gambe, mi chiede se faccio la ballerina. Mi dice che le mie gambe sembrano le gambe di una ballerina. Se è un complimento lo ringrazio, lui mi risponde che non è un complimento, non ti ho mica detto che hai gambe sexy. OK.

Probabilmente è un maniaco, ma è un maniaco che mi sta simpatico. Quindi gli chiedo se va spesso in bicicletta. Mi risponde che ormai non può più farne a meno, che fa parte della sua vita e per questo si è fatto male un sacco di volte perché quando fai sempre qualcosa non è che c’è il rischio di cadere, si cade e basta. Decido che possiamo parlare, iniziamo a parlare sul serio. Mi chiede se leggo libri, diffidente. Gli rispondo che ho smesso, ride, mi fissa le gambe, parla di macchine rubate e di semplicità, di tutto quello che prima o poi finisce, e che è normale che sia così, parliamo di questo paese, del sangue che ci vorrebbe per spazzare l’orrore dell’impotenza alla quale ci siamo autocondannati, parliamo degli inglesi, e del fatto che sono quello che sono, non perdono troppo tempo a rimuginarci sopra o ad “accettarsi”, se sei un ladro, sei un ladro, punto. Gli chiedo che cosa ne sa degli inglesi e lui mi dice che è così e basta, niente moralismi. Mi dice che nascondo male il risentimento, che le donne negli anni ’60 erano come me, non quelle femministe, quelle normali. Io gli dico che invece che al risentimento preferisco pensare a un bel mojito, ma va bene uguale.

Inizia a piovere, ci nascondiamo sotto un albero, all’inizio di un bosco. Tira fuori due buste di plastica, mi viene il sospetto che forse è il caso di andare. Di andare via in fretta. Inizio a correre, mi metto la busta di plastica in testa, lui mi segue con la bicicletta, chiedendomi ogni cinque minuti se va tutto bene, se sento freddo e più lui parla più io corro veloce.
Arriviamo quasi alla fine della villa, mi dice che gli piacerebbe rivedermi. Gli urlo che non posso, perché sono una ballerina. Supero il cancello, non mi giro indietro.

Alessandra ha già scritto per noi, anche un altro editoriale (clicca qui per leggerlo), quindi non c’è bisogno di presentazioni. Alessandra Perna è la cantante dei Luminal. Se non li conoscete ancora provvedete presto. Punto.

https://www.facebook.com/weareluminal?fref=ts

 


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