Il cuore in levare, le vicissitudini del reggae

Il cuore in levare, le vicissitudini del reggae

A JayMag ci sentiamo originali. Oggi per esempio abbiamo scommesso che avremmo fatto uscire un articolo intero sul reggae senza nominare Bob Marley e Peter Tosh.

La parola reggae oggi può suonare un po’ decontestualizzata. Può avere l’effetto di teletrasportare in un mondo ideale di sole, piante tropicali che possono variare dalle classiche palme a foglioni verdi un po’ generici, giamaicani belli e muscolosi sulla spiaggia, il tutto contornato dal giallo, verde e rosso che sorprendentemente non sono i colori della bandiera della Giamaica bensì di quella dell’impero etiope, oggi -banalmente- Etiopia. Questo mondo può affiorare nella nostra immaginazione quando essa è bombardata da intense dosi di vitamina D e di iodio. Verso giugno, come per magia, coloratissimi cd tarocchi finiscono negli stereo delle macchine e tingono l’aria di stuzzicanti tonalità tropicali. Grandi folate esotiche emanano soprattutto dal Salento e raggiungono ogni angolo d’Italia accompagnate da accattivanti aromi di delta-9-tetraidrocannabinolo.

Ci avviciniamo a quel magico periodo dell’anno durante il quale le più folli velleità di fancazzismo e pace con il mondo si impossessano dei giovani e meno giovani, molti dei quali sfioreranno almeno per un secondo l’idea di passare al Rastafarianesimo dopo aver scoperto che “Jah” non è un lascito dell’immigrazione tedesca nei Caraibi. Arrivati a settembre e tirati fuori mestamente i primi maglioncini e calzini di spugna, però, la magia sparisce e il reggae cessa di esistere. Nonostante questa isteria collettiva possa sembrare idilliaca, sento di dover rovinare la festa a tutti: Il reggae è molto di più.

Innanzitutto il reggae, al contrario dei suoi fan da “Un’estate al mare”, si è reso conto di non essere più negli anni ’70. Il genere è cresciuto, si è trasformato, e da portatore di pacifismo e panafricanismo si è articolato in una miriade di sottogeneri che portano ritmo ed energia. Il reggae adesso è pura energia. Dancehall, reggaeton, jungle, dub, bashment, le nomenclature variano e i generi si intrecciano.

Parliamo della più conosciuta, diffusa, apprezzata dancehall. Da tempo il reggae si è dato un elemento elettronico ed ha dato vita al Raggamuffin. Da qui la rivoluzione che ha dato alla luce lo stile e la pletora di artisti che oggi conosciamo. La dancehall, come il reggae delle origini, non è stagionale. Qualsiasi situazione, momento, individuo che abbia voglia o bisogno di una botta adrenalinica dovrebbe aprirsi a questo magico, esotico mondo. Nessuno che abbia un senso del ritmo può restarsene in un angolo. Si va dal più “morbido” e politicamente impegnato trio della famiglia reale – Ziggy, Stephen, Damian – ai “duri” come Vybz Kartel, Movado & Busy Signal. Nella varietà dei più classici ed efficaci Buju Banton, Elephant Man, Capleton, Sizzla. Tutti vivono e operano nel più puro senso del ritmo. Al femminile Spice per i più festaioli, Lady G, Queen Ifrica per pezzi più intensi. I testi, d’altro canto, spesso non sono importanti, possono variare dalle scene alla Beautiful a dei resoconti per sordomuti di video+18 ma il significato resta il solito: Ritmo, energia, movimento.

Stephen Marley – Rock Stone ft. Capleton, Sizzla

Le emozioni, l’esplosione di vita non sono relegabili a festini da spiaggia a ferragosto. Il genere cattura e porta in un mondo parallelo fatto di gioco e libertà di movimento. C’è anche una piccola punta di malinconia per i romantici. Tarrus Riley e Gyptian, per esempio, sono due inguaribili romanticoni della dancehall. Potrebbe essere una buona scelta alternativa a chiudersi in casa con i Coldplay, dopo un due di picche, andare a ballare sotto le note di “Sorry is a sorry word” di Tarrus Riley.

Per chi ama i classici e i bei tempi andati, non deve disperare. Può mettere un attimo da parte il cd rovente che ha in macchina da vent’anni e può provare a spaziare un po’ quest’estate. Steel Pulse, Gregory Isaacs, Black Uhuru, Culture, Burning Spears sono pochi fra i nomi di quel reggae classico che ha il potere di commuovere e creare un’atmosfera di pace e dà piacere allo stare insieme e alla solitudine. Ma c’è anche un lato nuovo, di ricerca tecnica e musicale, un lato un po’ meno colorato e sgargiante ma dinamico e assolutamente attuale. I Blundetto sono un esempio perfetto. Damian Marley stesso non può rimanere sullo stesso stile; la sua musica è in continua evoluzione. Dalla classica “Welcome to Jamrock” all’esplosiva “As we enter”, dalla romantica “Affairs of the Heart” alla enigmatica “Patience”.

Il mondo del reggae ha dato tanto e ha ancora tanto da offrire per chi ha il cuore in levare e chi ancora sa di averlo. Una base stilistica e ideale ha aperto le porte di un mondo parallelo, che sfiora a malapena il grande show business e non si conforma a standard americani o europei. Non per questo cessa di esistere.

Voglio chiudere con il video di “Patience” che Damien “Jr Gong” Marley ha prodotto con uno dei suoi compagni di microfono preferiti, Nas. Lo lascio qui come prova del fatto che forse, nonostante la varietà e la ricchezza del reggae oggi, esiste un sangue reale che scorre insieme al cognome Marley.


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