D-EGO MANIA, l’intervista

D-EGO MANIA, l’intervista

D-EGO MANIA, classe 1990, è un giovane rapper nato a La Spezia, grande appassionato di cinema, arte da cui trae ispirazione per molti dei suoi brani.

D-EGO MANIA dopo due lavori autoprodotti è finalmente pronto a presentare l’album d’esordio “Non è un Paese per Rapper”, frutto di più di un anno di lavoro tra D-EGO MANIA e il suo fidato producer Flexoluke, autore di tutte le strumentali. Il disco è stato registrato, mixato e masterizzato presso l’Habitat Studio di Varese da Dj Telaviv, dj di Emis Killa della crew Blocco Records.

 

D-EGO MANIA da dove viene il tuo nome?

Ciao! Il nome D-EGO MANIA (pronunciato “menia” all’inglese) nasce dalla volontà di voler ricalcare il suono di “Wrestlermania”. Da bambino ero appassionatissimo del Wrestling e mi piaceva avere un nome d’arte collegato con la mia infanzia. D-EGO, invece, è un modo per prendere in giro il mio egocentrismo.

Sei un gran appassionato di cinema, quali suono i tuoi film preferiti?

Premettendo che questa è una delle domande più difficili che mi si possa fare, servirebbe, più che un intervista, un romanzo. Posso però dirti quelli che sono i film che maggiormente mi hanno ispirato in tempi recenti e quindi anche nella realizzazione di questo disco. Non è un paese per Vecchi dei Cohen, La 25a ora di Spike Lee, Vita di Pi di Ang Lee, Django Unchained di Tarantino, Million Dollar Baby di Eastwood e il Capitale Umano di Virzì. Ce ne sarebbero molti altri ma sarebbe un poema.

Non è un paese per rapper, di cosa si dovrebbe cantare in Italia?

Sono da sempre contrario alle rigide schematizzazioni nella musica come nel cinema. Non mi interessa sapere a che genere appartenga un determinato brano, mi interessa che sia vero, che abbia profondità emotiva e che sia coerente con il paese in cui ci troviamo. In Italia mi sembra che il “rap” sia fatto da moltissimi ragazzi con la sindrome del colore sbagliato della pelle. Il brano del disco “Siamo N*@*I” voleva appunto prendere in giro questa cosa. Un esempio? Per assurdo trovo la carriera di un artista come Tiziano Ferro molto più “Real” (altro termine caro ai b-boy) di quella della stragrande maggioranza dei rapper italiani.

Come ti sei avvicinato al rap?

“Studiavo” al liceo classico e le lezioni di greco erano una vera tortura. Così ho iniziato a scrivere appunti e pensieri sui blocchi note e da cosa è nata cosa. Era il 2006, l’italia aveva appena vinto il mondiale ed io, invece che correre a fare carosello, ero in casa a scrivere la mia prima canzone: “Un po’ più in là”, uno strazio per fortuna non più reperibile. Lo ricordo come fosse ieri.

Il tuo rap è crudo come è giusto che sia, di cosa parlano le tue canzoni?

Parlano di tutto quello che non riesco a esprimere nella vita “normale”. Ho sempre pensato che un artista per essere tale (lungi da me pensare di esserlo) debba avere dei dissidi interiori da risolvere. Ecco con la musica ho sempre provato a fare questo.
Alla fine è un concetto molto simile a quello della maschera per i supereroi: indossiamo delle maschere che ci consentano di fare quello che veramente sentiamo nostro. Anche se sarebbe meglio dire il contrario: la vita di tutti i giorni è una maschera troppo spesso e si canta per provare a toglierla e riuscire, finalmente, a mostrarsi per quello che si è veramente.

Le tue basi strizzano l’occhio alla musica elettronica, hai altri generi preferiti?

Si, sono un tamarro. Scherzi a parte, come ti dicevo prima più che essere interessato ad un genere piuttosto che ad un altro ho una serie di artisti che mi hanno profondamente segnato musicalmente e sono da sempre un punto di riferimento. Potrei citare i Nirvana, uno dei primi gruppi che io abbia mai ascoltato,potrei parlarti dei Rage against the Machine (forse il mio gruppo preferito), di Johnny Cash, degli Oasis, del mio amore per Battiato, per Ludovico Einaudi ecc. Potremmo andare avanti per ore. Sono musicalmente senza patria, sono uno zingaro.

Volevamo creare un disco in grado di prendere per il culo tutti gli stereotipi dei B-Boy Fieri”, chi è un vero b-boy secondo te?

Non so come possa o debba essere un vero B-Boy, ma se proprio insisti posso provare a raccontarti quali “caratteristiche” assume in media il tipico b-boy italiano. Il “vero” b-boy ama solo il primo disco di ogni artista per poi lanciarsi nello sport del “non sei più quello di…”, si veste come nessun rapper si è mai veramente vestito e abbina canotte da basket nba e cappellini da baseball senza aver mai visto una partita di entrambi. Si potrebbe andare avanti per ore. La verità è che nel rap, come in ogni genere musicale, le fan-base sono la rovina della musica stessa. La volontà di non voler deludere le aspettative del proprio pubblico ha sempre portato a prodotti discografici mediocri.

Se penso al rap mi vengono in mente Compton e il Bronx, quanti rapper italiani sopravviverebbero più di 10 minuti in quelle zone?

Non saprei. Di sicuro non io. Dovremmo essere in grado di proporre un qualcosa di diverso dal solito immaginario che associa il rap a certe zone geografiche. Il rap non deve essere per forza Compton. La colpa è però dei rapper che si atteggiando a “ghetto-boy” salvo poi abitare in centro a Milano. Non c’è nulla di male nell’abitare in una bella zona, ma non fracassare con ste “case popolari”.

L’Italia non è ancora un paese pronto a convivere veramente con il rap, non credi che non lo sarà mai semplicemente perchè non ci appartiene?

Il problema, come in ogni cosa, è culturale. In particolar modo in Francia e in Inghilterra si è riusciti a creare dei processi creativi “sotterranei”
fortissimi e questa è la cosa più importante per un processo di affermazione artistica e culturale. In quei paesi quando il rap (o il grime o la dubstep) è diventato mass mediatico, tutti sapevano già di cosa si trattasse in quanto c’era stata una fortissima educazione “street” all’argomento. Qui è successo il contrario, eccezion fatta per qualche artista. Il rap ha iniziato ha fare i numeri con la televisione e con le major, non c’è stata adeguata preparazione.Ci siamo messi al volante di una macchina senza averne la patente.

Rapper preferiti? Italiani e Americani.

Partendo dal bel paese non posso che citare Fabri Fibra, l’unico che è riuscito a creare un prodotto di livello altissimo con un intelligenza e profondità che non ha paragoni in Italia. Per proprietà linguistica poi citerei Dargen (amo la sua capacità di usare un lessico sofisticato al servizio dell’apparente “non senso”). Mi piacciono molto anche Coez, Noyz Narcos e Clementino. Oltreoceano sono presissimo da Kanye West. Ne sono sempre stato un grandissimo fan e con “Yeezus” ha cambiato per sempre le regole del gioco. Sono curiosissimo di ascoltare il nuovo disco. Poi i soliti noti: Rick Ross, Jay-Z, French Montana,Eminem, Action Bronson. Grazie del tempo dedicatomi!

 

IMG_6878 IMG_6884

 


Tags assigned to this article:
D-EGO MANIANon è un Paese per Rapperrap

Related Articles

Intervista ai Vanillina

La band di Davide Lasala e Lou Capozzi è tornata con un nuovo album intitolato “Conta fino a dieci”. Jaymag

Intervista ai Kutso

Questi sono matti. Anzi no, non lo sono per niente. Forse a volte un po’ incompresi, ma si prendono sul

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Only registered users can comment.