I Prodigy e l’underground prêt-à-porter

I Prodigy e l’underground prêt-à-porter

Se ci immaginiamo un fedelissimo dei Prodigy oggi, possiamo pensare che si sarà chiesto, con l’annuncio di gennaio del loro nuovo album, “The Day is My Enemy”, se la sua band non si stesse lanciando in caduta libera verso un lento e doloroso declino, sotto il segno della sfacciata rincorsa alla svendita.

Alle origini della loro carriera, nei primi anni ‘90, i Prodigy catturavano con la loro sonorità travolgente, scandalistica. Hanno rappresentato una contraddizione nell’underground, creando un originale equilibrio tra il commerciale e l’anticommerciale. Da “The Fat of the Land” del 1997 e anche dopo la partenza di Leeroy Thornhill, fino al 2009 con “Invaders Must Die”, sono rimasti fedeli a quella linea e non hanno abbandonato il loro stile strafottente e provocatorio, nel suono come nei testi (basti ricordare “Smack My Bitch Up” o “Baby’s Got A Temper”).

Da qualche giorno la casa discografica della stessa band, Take Me To The Hospital attraverso Cooking Vinyl, l’album è finalmente uscito e pur non suscitando grandi entusiasmi o isteria collettiva non è stato un necrologio.

Lo stile rimane energico…

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Nel presentare il disco, Liam Howett premette: “Non so come questo album sia venuto così arrabbiato, penso che sia qualcosa di innato in me; ho sempre visto la musica che amo come una forma di attacco”. Il disco si apre infatti attaccando, secondo lo stile dei Prodigy. Un suono fra la breakbeat e l’hardstyle monta una suspance che apre a una specie di manifesto post-punk preconfezionato: “The day is my enemy, the night my friend” (il giorno è il mio nemico, la notte mia amica). Il pezzo tiene sull’attenti, i suoni sono i classici dei dj di Essex: immancabilmente sporchi, volutamente rozzi, spesso commercialoidi, a tratti trash, a tratti oggettivamente e consapevolmente irritanti, sempre fedeli alla linea. Dopo la foga ironica di “Nasty” e la più accessibile “Rebel Radio”, arriviamo al cavallo di battaglia dell’album, “Ibiza”, incisa con la collaborazione degli Sleaford Mods. Un ritmo incalzante scandito dal nome dell’isola spagnola urlato con l’inconfondibile accento british da tè delle cinque caratteristico dei Prodigy.

A questo punto dell’album il cervello è già catapultato in un rave, il ritmo non scende e non si arresta. Ogni pezzo ha una sua personalità, un suo carattere; l’attenzione resta vigile bene o male fino alla fine, fatto non scontato per un album di 14 pezzi.
Nonostante questo però, la band non ci porta nulla di nuovo.

Gli anni ‘90 e 2000 sono ancora nell’aria. L’electro i Prodigy l’avevano segnata alle origini, già nel 1992 con “The Prodigy Experience”. Nel 1994 con “Music for the Jilted Generation” hanno creato crisi di identità fra i fan che non sapevano più se fossero punkettoni o discotecari. Con “The Fat of the Land” hanno tenuto il loro nome nelle orecchie di tutti. Oggi non sono più i capofila dell’elettronica, né i ribelli del punk, ma restano fieramente i Prodigy. Con “The day is my enemy” si confessa una trovata commerciale per riprendere a fare live show degni del loro nome, per travolgere e ipnotizzare un pubblico entusiasta. Da più di un anno le idee dell’album vengono messe alla prova sul palco. La trovata è ben riuscita; questo è un album fatto per essere vissuto dal vivo. Forse non c’è più quel sapore di ribellione, quel brivido da muro sfondato, ma c’è la convinzione di continuare a fare ciò che gli appartiene, di restare fedeli al proprio stile senza rincorrere le classifiche in ogni direzione.

I Prodigy di “The Day is My Enemy” non hanno la funzione dissacrante e scandalistica dei Prodigy precedenti, ma restano fedeli a loro stessi. Portano avanti il loro stile valorizzando l’underground che li ha creati, specialmente il made in Britain: Secondo Liam Howlett, Keith Flint e Maxim “The Day is My Enemy” è “l’album con il suono più inglese che sentirete quest’anno. Nel senso che comprende che gli spazi notturni dell’Inghilterra urbana sono una cacofonia multicolore di culture”. I Prodigy restano attaccati al loro mondo e non sono ancora pronti per essere relegati in un confortante limbo nostalgico.

Novità non è sinonimo di qualità, resta il loro dinamismo senza ribellione, in un “underground prêt-à-porter” già ampiamente testato e funzionale. L’importanza del live resta centrale per una band che non si può ascoltare seduti comodamente da casa.

“The Day is My Enemy” è un invito a comprare il biglietto e ad andare sotto cassa!


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