Alla ricerca di Itaca, la musica come un eterno viaggio

Alla ricerca di Itaca, la musica come un eterno viaggio

Abbiamo fatto una chiacchierata con Joe Barbieri in occasione della recente uscita del suo ultimo disco, “Cosmonauta da appartamento”. L’album è stato registrato tra Napoli, Rio de Janeiro, Parigi, New York, Copenaghen e Madrid e propone una sonorità eclettica che unisce armoniosamente generi e sensazioni diverse. Un album dinamico, ricco di collaborazioni, che porterà in giro per il mondo la qualità della musica italiana. Tante sono le idee e le impressioni che accompagnano questo disco.

Il 24 marzo è uscito il tuo ultimo album, “Cosmonauta da appartamento”, ispirato alle poesie di Konstantinos Kavafis (1863-1933), in particolare « Itaca ». Cos’è per te Itaca, cosa rappresenta nel tuo percorso personale e artistico?

Itaca è un invito ad accettare il proprio percorso, qualsiasi percorso dovesse essere. Un invito a trasformarsi, a spostare l’attenzione sul percorso stesso, non sull’arrivo. Spendiamo tantissime energie a inseguire risultati, obiettivi, che spesso ci lasciano scontenti. Noi per primi difficilmente accettiamo noi stessi. Itaca è un invito a lasciare che le cose vadano, accadano. Come un collega più grande di me, Fabrizio de Andrè, diceva: “Per la stessa ragione del viaggio, viaggiare”.

Si tratta di una svolta decisiva, che segna un cambiamento nel suo modo di fare musica?

Semplicemente è un disco che si lascia andare un po’ di più. Si avverte una certa leggerezza nella parte musicale; certamente ogni canzone è frutto di una riflessione, ma ha un nucleo molto istintivo. L’anno scorso ho fatto 40 anni, con l’esperienza avverto il desiderio di lasciare un po’ il freno a mano, di liberarmi, prendermi meno sul serio. Secondo la mia indole, sono il tipo di persona che investe nelle cose, ci riflette, ma questo lavoro è guidato da istinti più naturali. Possiamo dire che è un disco più « di pancia », mentre i precedenti erano piuttosto « di testa ».

Questa è l’idea che vuole trasmettere il video di « l’Arte di Meravigliarmi », dove tu e i gli altri musicisti vi liberate progressivamente da una corda?

Assolutamente. « L’Arte di Meravigliarmi » è il punto focale, centrale dell’album. È il desiderio, l’invito all’abbandono, a liberarsi dai legacci che, spesso, noi stessi ci creiamo.

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La tua scelta stilistica è variegata e cosmopolita; In “Cosmonauta da appartamento” ci sono Bolero, Manouche, canzone italiana, rap… In questa ricchezza di generi, c’è un’influenza più importante che ti porti sempre dietro?

La canzone dei nostri padri. Dove più, dove meno, l’influenza della cultura italiana è sempre presente nel mio lavoro. È una cosa che mi inorgoglisce. Nonostante l’aspetto cosmopolita, io sono un patriota. Sono molti gli artisti internazionali con con i quali ho incrociato il mio percorso e tutti si sono voluti misurare con la nostra canzone. Io voglio provare sul campo che queste nostre canzoni italiane che propongo, anche con il loro aspetto di respiro globale, sono apprezzate. Le hanno amate apprezzate in diverse parti del mondo, dal Giappone al Canada…

Uscendo dall’Italia, qual’è la cultura in cui ti senti più a tuo agio a livello musicale? Quella che ti ha ispirato di più?

Sicuramente la cultura latina, in generale. Questo è un disco orientato a sud, più globalmente a sud del mondo. Io sono napoletano fino all’ultima cellula, in quanto tale sono abituato a ragionare in termini di soluzioni. Penso che anche le altre culture a sud vivano delle stesse necessità. Amo la musica cubana, brasiliana, portoghese, francese, spagnola…

L’album è infatti ricco di collaborazioni. Dalla Spagna La Shica, Luz Casal, dal brasile Hamilton de Holanda, da casa Peppe Servillo. Come è stato ottenere e ricercare tutte queste collaborazioni, lavorare insieme?

La cosa più bella del mondo. Da tanti anni faccio delle collaborazioni e ho la prova di questo: che i più grandi si rivelano i più spontanei, con meno pregiudizi. Io invito a suonare le persone delle quali ho stima, la mia è una semplice proposta; se la stima è ricambiata e a loro piace quello faccio, accettano.

Nel pezzo “Cosmonauta da appartamento”, c’è anche un’altra originale collaborazione. Il coro è un insieme di registrazioni fatte in modo amatoriale da fan in giro per il mondo. Da cos’è nata quest’idea? Come vedi il risultato?

Con il tempo si è sviluppata una comunità di fan da tante parti diverse del mondo. Ho pensato che potesse essere divertente cercare di passare dall’altro lato della linea. C’è sempre una linea che separa l’artista, lo studio di registrazione, la parte creativa da chi aspetta passivamente che il disco esca. Avevo una linea di cori semplice, per cui mi è venuta l’idea di registrarla con la mia voce su un metronomo come guida e raccogliere le voci di chi voleva contribuire. Chiunque poteva registrare la sua voce, con un telefono, un tablet, qualsiasi cosa. Ne abbiamo ricevute circa un centinaio e le abbiamo utilizzate tutte, mettendole insieme. In questo modo il pubblico fa parte del disco. Inoltre, il disco parla di viaggi. La cronaca contemporanea ci mette sotto gli occhi le storie di chi il viaggio non lo ha scelto, ma è stato costretto a farlo. Mi è sembrato giusto proporre, come opportunità facoltativa, oltre al contributo vocale anche una piccola donazione all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).

Il tema del viaggio si lega anche all’Italia di oggi. Cosa consiglieresti ai giovani artisti italiani? Tentare la sorte a casa, o cercare altrove?

Parlando da napoletano prima, da italiano poi, ho sempre avuto la percezione di essere cresciuto in una periferia rispetto a dove succedono le cose, per così dire, più comode. Qui ho i miei affetti, le persone con cui lavoro. Ho fatto la scelta di rimanere perché piuttosto che le facilitazioni che potrei avere vivendo altrove ho scelto di prendere l’energia che la mia terra mi offre ogni giorno. Onestamente, non consiglierei né di andarsene né di restare, ma di fare quello che si sente. Se si sente che per il proprio percorso ci sia la necessità di allontanarsi, allora bisogna partire. Ma le cose si possono fare anche qui, nel luogo che il destino ci ha assegnato.

Parlando di casa, cosa provi al pensiero del concerto di presentazione del 20 maggio 2015 al Teatro Acacia di Napoli?
È sempre emozionante suonare nella tua città?

Decisamente sì. È un’emozione che ti consuma. Partire dalla mia città è una cosa che cerco sempre di fare nei miei tour. Lo sento come un abbraccio preventivo di conforto, come fermarsi sul molo pronti a imbarcarsi e salutare le persone care. Mi ricorda le feste che si fanno prima di un Erasmus o di partire per andare a lavorare fuori. Cercherò di imprimermi nella memoria quelle persone a cui voglio bene, ho una grande impazienza.

Dal resto del tour cosa ti aspetti?

Coerentemente con quello che ho detto fino ad ora, prenderò quello che il percorso mi offrirà. Non voglio avere preconcetti, voglio tenere la mente aperta, mantenere l’arte di meravigliarmi. Lo vivrò come un eterno viaggio.

Questo è anche il viaggio di un genere che ormai non è più in cima alle classifiche. Nel 2013 hai dedicato un tribute album a Chet Baker, “Chet Lives!”. Che ruolo pensa che abbia il jazz oggi?

Una domanda alla quale è difficile dare una risposta così, su due piedi. Il jazz ha sempre un invito al presente, alla scintilla del momento, dunque vive. Tocca il passato in maniera leggera, forse poco il futuro. L’improvvisazione, che è il fondamento del jazz, lo mantiene un genere presente. È un eterno invito a mantenere l’attenzione alta e a misurarsi con l’adesso.

C’è qualcuno nella scena di oggi che ammiri particolarmente, con cui vorresti un giorno collaborare?

Gianluca Petrella.

Rimanendo sulla scena italiana, Pino Daniele è stato il tuo primo produttore e quest’anno ha lasciato in Italia un grande vuoto, dal punto di vista umano e artistico. C’è una sua traccia nel tuo lavoro, un modo in cui vuoi ricordarlo?

Più passa il tempo, più mi rendo conto che è stato lui a regalarmi l’idea di universalità musicale. L’ho appresa guardandolo lavorare da giovane, prima dei miei 18 anni, poi lavorando con lui in studio per il mio primo disco subito dopo aver fatto la maturità; vedere Pino là, percepire così la musica a 18 anni, ha lasciato un’impronta vera, un po’ come quella che ti lasciano i genitori, della quale ti accorgi solo quando diventi adulto.
La sua è stata pensare al mondo come la mia casa. La località del vivere, del fare musica, necessariamente legata alla globalità.

La tua biografia ufficiale ti definisce come « una affascinante anomalia ». Secondo te qual’è l’aspetto che più contraddistingue il tuo lavoro?

Forse l’onestà. La mia onestà intellettuale. Tutto si può dire, se la mia musica non piace, ma di una cosa ho la certezza: L’ho sempre fatta con impegno e totale onestà, alla ricerca di ciò che è quella scintilla sfuggente della bellezza. Inseguo la bellezza in tutti i modi, con uno sforzo sincero.

 

 


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