Al servizio della musica

Al servizio della musica

di Enrico Farnedi

Il pubblico ascolta e sente un cantante che canta una canzone, alle volte bella, alle volte brutta. Spesso ignora che per realizzare quella canzone ci sono voluti uno o più autori e diversi musicisti, oltre al cantante che mette il suo volto e il suo nome sulla copertina del disco. Se alla radio passa “Penny Lane”, il pubblico sentirà le voci di Paul, George e John che fanno perfette armonie, sentirà le chitarre e la batteria di Ringo senza rendersi conto che a supporto del quartetto ci sono fiati, tastiere e altro ancora.

Trombe, sassofoni, violini, tastiere, flauti, violoncelli, ma anche le chitarre, il basso e la batteria: tutto quello che di solito non si vede su Mtv alle spalle del solista di turno, viene suonato da oscuri eroi, professionisti duttili e capaci che vengono normalmente definiti turnisti. Il turnista spesso è un ronin, un samurai senza padrone che offre i propri talenti a chi ne avesse bisogno, sul palco o in uno studio di registrazione. Alcuni fra loro vantano migliaia di collaborazioni e spesso la loro carriera e la loro fama sono più durature di quella di molti degli artisti per cui si trovano a suonare. Penso a nomi storici come Steve Gadd, Michael Brecker, Al Perkins, Jim Keltner, Ry Cooder e molti altri. Alcuni di questi, come me, oscillano fra la professione del freelance e quella dell’artista solista senza che le due entrino in conflitto, come ci si potrebbe immaginare.

Diventando artefice del proprio destino artistico, il turnista scopre le gioie e i dolori dell’attività imprenditoriale rispetto alla relativa tranquillità del lavoro dipendente. Ovviamente il paragone calza fino a un certo punto, visto che il turnista è più un libero professionista che un dipendente, ma nella preparazione di un disco o di un tour su di lui grava soltanto il peso del proprio strumento musicale. La scelta del repertorio, gestire la band, contrattare con i locali o gli enti organizzatori, la logistica e tutto quello che vi può venire in mente grava invece sull’artista principale o il suo agente/produttore (figura sempre più rara, dato il calo di afflusso di denaro nell’ambiente). Il gioco però vale la candela, suonare per altri può essere appagante e va fatto con cuore e polso fermo, ma suonare per se stessi, con il proprio nome in cartellone, scatena reazioni psicofisiche di tutt’altro livello. Molto più appaganti, ma anche molto più dolorose quando le cose non vanno nella maniera sperata. Certo, è stato emozionante registrare per Françoise Hardy, salire sul palco davanti a 3000 persone con Ben E. King o apparire in televisione con Cesare Cremonini, ma sapere che ci sono 300 persone ad ascoltare il concerto di anteprima del mio disco nuovo, “Auguri Alberta”, è un’altra storia. C’è anche una sana vena di egocentrismo nella voglia di cantare le mie canzoni, e non posso rinunciarci, anche se alle volte penso che se mi limitassi a suonare la mia tromba guadagnerei qualcosa di più e sarei sicuramente meno stressato.

Dall’altra parte è normale vedere artisti di fama internazionale continuare a prestare la propria opera di strumentisti o coristi alla musica di colleghi anche meno famosi di loro, come Keith Richards che suona la chitarra per Tom Waits, Dave Grohl che suona e produce Seasick Steve, dimostrando che nella natura del musicista c’è sempre anche un’anima da turnista che scalpita per venire fuori. Stamattina il mio oculista mi diceva che nel lavoro non bisogna abbandonare il cammino per tentare strade nuove: piano piano si riesce così a diventare i migliori nel proprio campo fino a diventare insostituibili. Io credo invece che in un lavoro creativo sia importante la capacità di cambiare, adattarsi e gettarsi verso l’ignoto, bisogna essere duttili per poter trovare sempre la soluzione giusta, e i migliori turnisti sono accomunati da questa natura avventurosa.

ps – nota di colore: qualche anno fa mi sono trovato ad accompagnare James Burton, il dio della chitarra country e r’n’r e session man di lusso da oltre cinquant’anni, celebre per la sua militanza nella band di Elvis Presley degli anni ’70. Un piccolo cortocircuito in cui un gruppo di turnisti accompagna un musicista che suona “Are You Lonesome Tonight” e le canzoni che ha eseguito centinaia di volte nella sua veste di turnista discreto alle spalle del Re.

Enrico Farnedi, cantautore e polistrumentista di Cesena, nella sua carriera ha partecipato a un centinaio di progetti discografici, sia come session man sia come arrangiatore, senza tralasciare la carriera solista. Solo in questi ultimi anni, tra il primo album, “Ho lasciato tutto accesso” (2010), e il secondo, “Auguri Alberta” (2015), ha pubblicato l’Ep in vinile Respira bene! (2013) e collaborato con diversi musicisti tra cui i Sacri Cuori, per le musiche del film Zoran – Il mio nipote scemo, Lo Stato Sociale, L’orso, Saluti da Saturno e tanti altri. In precedenza ha suonato anche per nomi molto popolari come Cochi e Renato, Cesare Cremonini o Francçoise Hardy. Dal 1997 è trombettista e voce della swing band The Good Fellas. “Auguri Alberta” è appena uscito per Brutture Moderne / Sidecar e la produzione artistica è di Francesco Giampaoli.

https://www.facebook.com/enricofarnedi


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